La notte del 31 dicembre 2018 alcuni uomini in motocicletta hanno attaccato Yirgou, un villaggio nella regione Centronord del Burkina Faso. Hanno ucciso sette persone, tra cui il capo del villaggio. Gli abitanti, in gran parte appartenenti all’etnia mossi, hanno sospettato che l’attacco fosse stato messo a segno da persone di etnia peul. Il giorno dopo, accompagnati dalle milizie di autodifesa Koglweogo, i mossi hanno aggredito i pastori peul che facevano pascolare le greggi nelle vicinanze, uccidendo una cinquantina di persone. Altre seimila persone sono state costrette a lasciare le loro case, e l’11 gennaio è stato dichiarato lo stato d’emergenza in quindici delle 45 province del Burkina Faso. Pochi giorni dopo il premier e vari ministri hanno dato le dimissioni senza dare spiegazioni, ma la crescente instabilità del paese ha sicuramente avuto un ruolo decisivo.

Agli scontri tra le comunità di contadini e quelle di pastori si aggiungono gli attentati dei gruppi terroristici islamici, sempre più numerosi. I due conflitti a volte si sovrappongono perché i peul sono accusati di collaborare con i jihadisti. A complicare ulteriormente la situazione, c’è il fatto che il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri del pianeta e alle prese con la siccità. Otto milioni di abitanti, il 40 per cento del totale, vivono sotto la soglia di povertà, mentre un milione di persone ha bisogno di aiuti umanitari. Le recenti violenze hanno costretto 83mila persone ad abbandonare le loro case. Tra il novembre del 2018 e il marzo del 2019 cinquecento civili hanno perso la vita negli attacchi dei gruppi armati. Più di mille scuole sono state chiuse.

Fino a poco tempo fa il Burkina Faso era considerato uno dei pochi paesi stabili e democratici dell’Africa occidentale. Inoltre spezzava in due il lungo corridoio africano, che si estende dal Mali alla Repubblica Centrafricana, dove agiscono i gruppi estremisti islamici. L’espansione in Burkina Faso ha permesso ai jihadisti di colmare un vuoto. Nel nord del paese ci sono già territori dove né la polizia né l’esercito si azzardano a entrare.

Jeneba Dicko è di Barkal, uno dei villaggi peul attaccati all’inizio di quest’anno. Ha quarant’anni e vive nel campo profughi di Barsalogho insieme ad altri duemila peul. La sua voce e il suo volto restano imperturbabili quando racconta i fatti di gennaio: “Erano persone che conoscevo, vicini di casa. Mi hanno strappato di mano il mio bambino di quattro anni e gli hanno tagliato la gola, poi hanno ucciso mio marito”. Non avrebbe mai immaginato che persone con cui aveva vissuto fianco a fianco sarebbero state capaci di fare cose del genere. Dopo il massacro Dicko è stata cacciata da casa sua con la forza. Si è messa in cammino con tre figli, di cui uno disabile, prima a piedi, poi qualcuno gli ha dato un passaggio in auto fino al campo. Là ha incontrato la sorella, che veniva da un altro dei villaggi attaccati.

Famiglie distrutte

All’inizio Jeneba Dicko era così traumatizzata che non voleva bere, mangiare o parlare, spiega un’operatrice umanitaria. Ci racconta anche che un’altra donna peul della tendopoli aveva perso il marito e si è rifiutata di bere finché non è morta disidratata, lasciando un bambino di nove mesi.

Alcuni sfollati sono tornati nei loro villaggi per vedere come stava il bestiame ma sono stati minacciati con le armi, spiega Dicko. Ormai non ci vivono più peul. Lei ha due desideri: “Vorrei che ci portassero qui le nostre greggi e che quegli uomini fossero uccisi, così non potranno più fare del male a nessuno”.

Anche Dicko Ousseini vive nel campo di Barsalogho. Ha 36 anni e viene dal villaggio di Koulpagre. Un giorno, senza sapere quello che era successo, stava facendo pascolare il bestiame nella zona di Yirgou, quando ha incontrato un paio di mossi. Li ha salutati come faceva sempre, ma senza alcun avvertimento loro l’hanno colpito con i machete. “Sanguinavo e sono caduto a terra”, dice mostrando le cicatrici sulla testa. “Hanno pensato che fossi morto e mi hanno lasciato dov’ero. Quando ho ripreso conoscenza mi sono trascinato fino a casa, ma era stata bruciata e la mia famiglia non c’era più. Così sono scappato anch’io”. Al campo di Barsalogho ha ritrovato la moglie con i quattro figli, ma ha scoperto che tutti i suoi fratelli erano stati uccisi.

Da sapere
Instabilità diffusa

◆ In Burkina Faso, scrive l’International crisis group, sono attivi i ribelli del gruppo estremista islamico Ansarul islam, in particolare nel nord del paese. Nel corso del 2018 è emerso un secondo focolaio di violenze nell’est del paese, ma non è ancora chiaro chi siano i responsabili. È presente anche l’organizzazione Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), che ha combattenti in tutto il Sahel. Il Gsim ha compiuto attacchi nella capitale Ouagadougou e in altre parti del paese.

◆ Il 21 aprile 2019 a Guiré, nel vicino Mali, almeno dodici soldati sono morti in un attacco attribuito ai jihadisti. Il 18 aprile il gruppo Stato islamico (Is) ha rivendicato il primo attentato, con tre morti, nella Repubblica Democratica del Congo. Lo stesso giorno un altro gruppo nigeriano affiliato all’Is ha dichiarato di aver ucciso 69 soldati di vari paesi africani nell’area del lago Ciad.


Ousseini dice che tornerà al villaggio solo quando i colpevoli saranno stati catturati. “Perché non è ancora successo?”, si chiede. “So chi è stato, posso dare i nomi alla polizia”. In passato non aveva mai avuto problemi con i mossi, afferma: “Noi ci prendevamo cura degli animali e loro ci pagavano per questo”. L’obiettivo dell’attacco era uccidere uomini e ragazzi al di sopra dei dieci anni. “Solo una donna è stata ferita”, osserva Ousseini. “Gli aggressori volevano dare alle fiamme la sua casa e lei ha cercato di impedirglielo, così le hanno sparato a un piede”. Molte madri sono scappate nella boscaglia con i figli, ma non c’era acqua. “Una madre è tornata al villaggio per prendere l’acqua. Ma è stata mandata via e i suoi figli sono morti di sete”, dice l’uomo.

L’instabilità nel nord e nell’est del Burkina Faso danneggia molti settori cruciali della società: l’economia, i trasporti, le scuole, la vita sociale. Nella città di Dori molti ambulatori sono stati chiusi e in vari ospedali sono state rubate le ambulanze. Chi le guida dice di aver paura di avventurarsi nei villaggi la notte.

Il coprifuoco imposto dalle autorità contribuisce a peggiorare la situazione. Dopo il tramonto nessuno è autorizzato ad andare in giro per strada, fatta eccezione per le ambulanze. I malati sono spesso costretti ad aspettare fino al mattino per muoversi e arrivano in ospedale con un’auto privata, un carro trainato da cavalli, uno scooter, una bici o perfino camminando. Alcuni percorrono anche cinquanta chilometri a piedi. “Arrivano senza energie, disidratati e indeboliti dalle lunghe tratte a piedi”, racconta un’infermiera del Creni, un centro per la cura della denutrizione. “In molti casi non possiamo far niente. Spesso i pazienti muoiono ad appena un giorno dal ricovero”.

Nelle strutture sanitarie del nord c’è carenza di personale. Quasi nessuno vuole lavorare qui e i pochi disposti a farlo non sempre sono qualificati.

Una crisi senza precedenti

In un discorso tenuto nel campo di Barsalogho Ursula Müller, assistente del segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, sottolinea che il governo del Burkina Faso sta facendo tutto il possibile per fronteggiare una crisi umanitaria senza precedenti. Müller fa notare che le autorità si sono attivate per mettere a disposizione tutte le tende reperibili nel paese.

“Nel frattempo però la crisi del Burkina Faso è diventata così grande che il paese non è in grado di gestirla da solo”, spiega Müller. “Ogni giorno ci sono mille nuovi sfollati. Per questo l’Onu ha lanciato un appello a raccogliere cento milioni di dollari nel 2019”. L’Onu lavora a stretto contatto con il governo di Ouagadougou e s’impegna ad acquistare il mais locale per gli aiuti alimentari. Müller fa anche notare che molte persone che abitano nelle vicinanze del campo fanno i volontari tra gli sfollati, e altrettante hanno deciso di accogliere in casa loro chi aveva bisogno di un tetto.

È importante non ridurre la crisi in Burkina Faso e nei paesi vicini a un problema di “terrorismo”, sostiene Müller. Ogni paese ha la sua storia. Oltre ai gruppi armati, anche la siccità del 2017 ha avuto effetti destabilizzanti nel Sahel, esacerbando il conflitto tra contadini e pastori per l’acqua e la terra.

In Mali nel 2018 il numero degli sfollati è triplicato, ricorda Müller. Il territorio al confine tra Burkina Faso, Mali e Niger è diventato un focolaio di violenze a causa della presenza di molti gruppi armati e dell’inasprimento dei conflitti tra persone appartenenti a etnie e religioni diverse. Nell’area del lago Ciad, minacciata sia da problemi ecologici sia dalla presenza del gruppo terroristico Boko haram, ci sono 2,7 milioni di persone che hanno dovuto lasciare le loro case per sfuggire alle violenze in Nigeria, Ciad, Camerun e Niger. Il Sahel è una delle principali aree di crisi del mondo e ora anche il Burkina Faso, che per molti anni era rimasto al riparo da questi problemi, è finito nel vortice. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati