Dal 2017 il presidente Emmanuel Macron impone alla Francia una “politica dell’offerta”, basata sulla convinzione che la prosperità dell’economia dipenda dalla capacità delle aziende di generare profitti ed essere competitive. Secondo questa visione, difesa dagli economisti neoliberisti, per “liberare” l’offerta bisogna eliminare i freni normativi e fiscali che ostacolano le aziende. Nel 2017 il presidente ha inaugurato il suo primo mandato deregolamentando il lavoro attraverso iniziative considerate da molti “scellerate” che hanno limitato i diritti dei lavoratori e il potere dei sindacati, visti come ostacoli alla libertà imprenditoriale.

Il secondo asse di questa strategia ha assunto la forma di un taglio consistente delle imposte per i più ricchi e per le imprese, con la cancellazione della patrimoniale (Isf) e della tassa sulla casa e la riduzione della tassa sui profitti. Questo ha fatto perdere alle casse dello stato 300 miliardi di euro d’introiti fiscali in dieci anni, una delle cause principali dell’incremento del debito pubblico.

La politica dell’offerta si è conclusa con un fallimento totale: dal 2017 la reindustrializzazione promessa non ha mai avuto luogo, la produzione si è arenata e il saldo commerciale dell’industria è rimasto in forte passivo (circa 60 miliardi l’anno), mentre l’occupazione ha vissuto una crescita temporanea grazie agli aiuti pubblici massicci per l’apprendistato, ma quando questi aiuti sono stati ridimensionati, nel 2025, l’occupazione giovanile è calata nuovamente. I fondi pubblici per le imprese, stimati dal senato in 210 miliardi di euro, sono stati distribuiti senza chiedere contropartite. La loro efficacia non è stata mai valutata.

Logica iniqua

Nella realtà lo “shock dell’offerta” ha avuto come conseguenza uno “shock della redistribuzione”, con un aumento drammatico della disuguaglianza a favore dei più ricchi, che sono i grandi alleati del presidente. Secondo l’Istituto nazionale di statistica, tra il 2016 e il 2022 il reddito dello 0,1 per cento più ricco della popolazione francese è cresciuto del 56 per cento, mentre la maggioranza delle professioni prese in esame (222 su 343) ha subìto un calo del potere d’acquisto e del salario reale. Gli insegnanti delle superiori hanno perso il 5 per cento. In sostanza abbiamo assistito a un ribaltamento della favola neo­liberista secondo cui l’incremento dei redditi dei più ricchi dovrebbe “gocciolare” verso il basso.

Il progetto di bilancio per il 2027 preparato dal primo ministro Sébastien Lecornu s’iscrive perfettamente nel solco di questa logica iniqua, con tagli che colpiscono in via prioritaria la spesa sociale destinata alle famiglie meno abbienti: il reddito minimo, il contributo per l’affitto o per le spese scolastiche, gli assegni familiari. Allo stesso tempo, come denuncia la corte dei conti, non sono stati rimessi in discussione i vantaggi fiscali per i più abbienti, come i crediti d’imposta per l’assunzione del personale domestico. In questo modo è stata creata una Francia a due velocità, all’origine della situazione esplosiva – come dimostra la proliferazione dei movimenti sociali – e carica di minacce, proprio mentre l’estrema destra bussa alle porte del potere. ◆ as

Dominique Plihon _ è un economista francese. È stato portavoce di Attac France._

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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati