I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana la freelance norvegese Eva-Kristin Urestad Pedersen.
Nella nota dell’autore alla fine di Se muori prima tu, Giacomo Sartori scrive che si è “sforzato fino allo stremo” di dire la verità. E la sua è una verità brutale di una vita complicata, anche tormentata. Dove trova riparo è nella scrittura, nel fentanyl e nel rapporto con Frederika Randall, che ha tradotto i libri di Sartori in inglese e che i lettori affezionati di questa rubrica sicuramente ricordano. Se muori prima tu è proprio una raccolta delle lettere che Sartori si è scambiato con Randall e dove offre quindi tutto se stesso. Mette nero su bianco le sue più intime debolezze e ci vuole molto coraggio per essere così onesti. Ma non è automatico che una tale prova di coraggio si traduca in buona letteratura. Mettendo da parte gli aspetti tecnici, perché Sartori scrive benissimo, mi chiedo se questa insistenza sulle proprie emozioni sia sufficiente. In passato ho recensito anche il precedente libro di Sartori, Anatomia della battaglia. In quel caso la trasposizione di un’esperienza familiare e personale in un romanzo non mi aveva convinta. Questa volta è diverso: Se muori prima tu non è un romanzo. In queste lettere s’intravede un personaggio tanto fragile quanto coraggioso. Affrontarle non è facile né una lettura scorrevole, ma di certo non lasceranno indifferente chi si prenderà il tempo di leggerle. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati