Siamo talmente abituati alle brutte notizie economiche in arrivo dall’Italia che pochi hanno notato che la terza economia dell’eurozona sembra tornata sulla retta via. Questa crescita ha portato nuovi posti di lavoro, ma ha anche un significato più profondo per il futuro dell’eurozona: si sta sgretolando il dogma, diffuso tra gli euroscettici, che l’euro sia un ostacolo per le esportazioni italiane. Il governo italiano ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita per il 2017, portandole dall’1,1 per cento di aprile all’1,5 per cento. Secondo le previsioni, l’economia italiana crescerà con un ritmo simile nei prossimi due anni: un miglioramento rispetto alle attese di cinque mesi fa. La ragione principale di questa crescita sono le esportazioni. Il ministero dell’economia ora prevede che aumenteranno del 4,8 per cento rispetto al 2016, mentre ad aprile aveva previsto un aumento del 3,7 per cento.
La ripresa globale e il commercio mondiale hanno un ruolo molto importante, ma c’è dell’altro. L’economia italiana si sta specializzando in alcuni settori, come i prodotti farmaceutici, che non soffrono per la concorrenza cinese. Inoltre c’è una maggiore concentrazione su prodotti come bevande e specialità alimentari, in cui l’Italia ha una buona reputazione, a prescindere dai prezzi. Infine l’Italia è competitiva perché gli stipendi e i prezzi stanno crescendo più lentamente rispetto ad altri paesi europei.
Una nuova strategia
Un esempio di questo sviluppo è la Diadora, l’azienda che produce scarpe da ginnastica. Negli anni settanta e ottanta era un’azienda leader nella produzione di scarpe da tennis e sponsorizzava addirittura Bjorn Borg, vincitore del torneo di Wimbledon per cinque anni consecutivi. Negli anni duemila c’è stato il declino a causa della concorrenza della produzione cinese, meno costosa. Ma nel 2009, dopo un cambio di proprietà, l’azienda ha ricominciato a produrre scarpe di alta qualità. La scommessa, apparentemente vincente, era che i clienti sarebbero stati convinti dal “made in Italy”, accettando prezzi più alti.
La nuova competitività dell’Italia è importante anche per la stabilità dell’eurozona. Prima dell’euro il modello economico italiano si affidava alla svalutazione competitiva – stampando più lire per rendere più economiche le esportazioni – favorendo la vendita di prodotti e servizi all’estero a spese di una maggiore inflazione. I partiti euroscettici, come la Lega nord e il Movimento 5 stelle, sostengono che con la lira si ritroverebbe la competitività. L’esperienza degli ultimi due anni, però, ha reso questa tesi molto più difficile da sostenere.
Il problema della nuova strategia italiana è che potrebbe non durare a lungo. I ricercatori della Banca d’Italia sottolineano che la crescita ridotta degli stipendi e la qualità non possono risolvere tutti i problemi in assenza di una ripresa della produttività. La crescita della produttività italiana negli ultimi 25 anni è stata molto scarsa e anche se la ripresa sta contribuendo ad aumentare i posti di lavoro i miglioramenti della produttività restano limitati.
Per essere più produttiva l’Italia dovrebbe aumentare i livelli d’investimento. L’anno scorso il governo ha adottato una serie di sgravi fiscali per le aziende che acquistano nuovi macchinari. La risposta iniziale è stata deludente: nei primi sei mesi del 2017 gli investimenti nelle attrezzature e in ricerca e sviluppo sono calati rispetto al 2016. Tuttavia uno studio più recente dalla Banca d’Italia, relativo al secondo trimestre dell’anno, mostra che è tornata la carica vitale: più di un terzo delle aziende coinvolte nel sondaggio ha dichiarato di voler aumentare gli investimenti rispetto al 2016 e solo il 15 per cento intende ridurli. Per questo il governo italiano dovrebbe confermare gli sgravi fiscali, perché potrebbero rivelarsi più efficaci ora che la ripresa è in corso.
Ma le imprese italiane hanno bisogno di qualcosa di più degli sgravi fiscali per ritrovare la fiducia e la voglia di investire. Il World economic forum ha inserito l’Italia al 43° posto nella sua classifica della competitività, evidenziando problemi relativi alla qualità dell’istruzione, del lavoro e dei mercati finanziari. I partiti dovrebbero trovare soluzioni a questi problemi e respingere il vecchio ritornello secondo cui l’Italia ha bisogno di una lira svalutata e non di un euro forte. L’Italia non ha bisogno di uscire dall’eurozona per crescere. La sua prosperità è nelle mani dei suoi leader. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati