In Irlanda non può esserci un governo progressista senza il partito Sinn féin. Non è un giudizio di valore. È un dato di fatto che va accettato se si vuole vedere un cambiamento radicale nelle quattro grandi questioni che il paese ha di fronte: casa, sanità, crisi climatica e povertà infantile. Se gli ultimi sondaggi in vista delle legislative dell’8 febbraio sono anche solo in parte corretti, lo Sinn féin sarà la prima forza della sinistra irlandese. Emarginarlo significherebbe impedire ogni possibilità di spezzare il duopolio che ha determinato la situazione attuale. Per molti irlandesi è una realtà scomoda. Ma è innegabile: emarginare lo Sinn féin significa congelare la politica nazionale.
In un certo senso, la decisione sull’opportunità di riportare lo Sinn féin al centro della politica irlandese è già stata presa. Nel 2011, dal Partito laburista. La scelta dei laburisti di andare al governo, e applicare un programma di austerità che ha raddoppiato il tasso di povertà infantile, ha lasciato a sinistra uno spazio vuoto, subito occupato dallo Sinn féin. Oggi facciamo i conti con le conseguenze di quella scelta.
Questo non è un invito all’amnesia storica. Tutte le vittime del conflitto nordirlandese hanno diritto alla giustizia. E tutti i responsabili devono rispondere delle loro azioni. Il sangue sulle mani dello Sinn féin non può essere lavato via se il partito non accetterà con onestà e senza ipocrisia le sue responsabilità in quel disastro morale e politico. Nello Sinn féin ci sono ancora tracce di un nazionalismo rozzo. E la richiesta di un referendum immediato sull’unità dell’isola, come aveva ammesso la leader Mary Lou McDonald nell’agosto del 2018 prima di essere rimessa in riga da qualcuno, era irresponsabile. Quella marcia indietro solleva la fondamentale questione di chi prende davvero le decisioni nel partito. Come sappiamo dallo scandalo sugli incentivi all’energia rinnovabile del 2016 (che fece cadere il governo di coalizione tra repubblicani e unionisti in Irlanda del Nord), il ministro delle finanze nordirlandese Mairtín Ó Muilleoir, dello Sinn féin, prendeva ordini da due figure di spicco dell’Ira. Una cosa simile è intollerabile in democrazia. Condizione necessaria perché lo Sinn féin possa governare a Dublino è il rafforzamento del codice di condotta per i ministri, per impedire che siano soggetti a simili influenze.
Ma esiste anche un’opposta – e altrettanto grave – minaccia alla democrazia. Se circa il 20 per cento degli elettori sceglierà lo Sinn féin, sarà difficile spiegargli che il loro voto non vale nulla ai fini della formazione del governo. L’esclusione dello Sinn féin dalle trattative era una cosa diversa quando era il partito stesso a scegliere la marginalità: i suoi elettori sapevano a cosa andavano incontro. Ma la situazione è cambiata: oggi le persone votano per lo Sinn féin nella speranza che il loro voto conti come quello di chiunque altro. Dirgli che non è così non solo è irrispettoso, è pericoloso.
◆ L’8 febbraio 2020 gli irlandesi andranno alle urne per le elezioni legislative. Il voto anticipato è stato convocato dal premier Leo Varadkar, del partito centrista Fine gael, dal 2017 alla guida di un governo di minoranza con l’appoggio esterno dell’altro partito moderato del paese, il Fianna fáil. Secondo i sondaggi, con il 25 per cento delle intenzioni di voto è in testa lo Sinn féin. Il partito, attivo sia in Irlanda del Nord sia nella Repubblica d’Irlanda, è stato per anni il braccio politico dell’Ira, il gruppo militare e terrorista che si batteva per l’unità dell’isola. Il Fianna fáil otterrebbe il 23 per cento, seguito dal Fine gael (20 per cento), dai Verdi (8 per cento) e dai laburisti (4 per cento).
La forza della democrazia irlandese, inoltre, sta proprio nella sua capacità di assorbire le forze che in passato la combattevano: il Fianna fáil negli anni trenta, la Sinistra democratica negli anni novanta. Nulla dimostra la legittimità di uno stato meglio dell’accettazione della sua autorità da parte di chi un tempo la negava. Lo stesso succederà con lo Sinn féin. Ma quando? Qual è il termine di prescrizione politica delle atrocità del conflitto nordirlandese? Per molti certe cose non si prescrivono. Ma per i più giovani i termini sono scaduti. Nel paese c’è voglia di un cambiamento in senso progressista. Presentare il voto come una scelta tra Leo Varadkar e Micheál Martin (i leader dei due partiti moderati, Fine gael e Fianna fáil) vuol dire non capire l’umore degli irlandesi e dimenticare metà dell’elettorato.
A meno che i sondaggi non sbaglino di grosso, i partiti del cambiamento – Sinn féin, Verdi, laburisti, socialdemocratici e People before profit – avranno circa il 40 per cento dei voti. Potrebbe essere una svolta storica per la nascita di un sistema democratico in grado di offrire una vera alternativa al centrodestra. Per la prima volta c’è la possibilità che un governo irlandese abbia un programma socialdemocratico e attento all’ambiente. Rendersi conto di questa possibilità non vuol dire votare per lo Sinn féin. Vuol dire riconoscere la legittimità democratica delle ragioni di quanti lo fanno. ◆ _ff _
Fintan O’Toole
_ è un giornalista e scrittore irlandese, columnist del quotidiano The Irish Times._
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati