Non si è mai più attivi di quando non si fa niente, o meno soli di quando si è con se stessi.– Elias Canetti

Oggi c’è un’inflazione di termini logori, un’implosione linguistica di significati. Prendiamo per esempio la parola social relativa all’affermazione secondo cui le persone sui social sono isolate. Passiamo il tempo a consultare furiosamente i nostri schermi alla ricerca di aggiornamenti, mentre piazziamo like e mandiamo messaggi, aspettando di ricevere una risposta qualsiasi. È il nostro tecno-destino, una condizione umana inevitabile. Nel suo articolo intitolato Facebook ci sta rendendo soli?, del 2012, Stephen Marche osservava che “viviamo in una contraddizione incalzante: più diventiamo connessi, più siamo soli”. Oggi non ci nascondiamo dietro un giornale aperto, ma dietro un oggetto elettronico “animato” da interazioni sociali che ci parlano, chiedono la nostra attenzione e ci portano a cliccare, rispondere e andare avanti fino al momento in cui, esausti, appoggiamo il telefono per qualche minuto, affamati di aggiornamenti.

I social media creano un legame tecnosociale, non umano. E la connessione 24 ore su 24, sette giorni su sette non ci abbandona mai. Neanche per un istante

Sul tema, il novecento ha già prodotto un’ampia letteratura e numerose analisi intellettuali. Pensiamo all’interpretazione di Hannah Arendt della “solitudine organizzata”, intesa come terreno fertile per il terrore, originato dallo sradicamento che si è generato nell’era industriale, precursore dei fenomeni d’isolamento e impotenza. O al concetto di “insieme ma soli” formulato da Sherry Turkle nel 2011 e già presente nello studio del 1950 di David Riesman, La folla solitaria. Ma se il celebre Massa e potere di Elias Canetti del 1960 resta un monumento antropologico che illustra le varie forme di aggregazione umana, allo stesso tempo rimaneva fuori dal suo ambito la disintegrazione di questo insieme in singoli consumatori neo-liberali: “Nulla l’uomo teme di più che esser toccato dall’ignoto”, dice l’incipit del volume, un’immagine che è ancora in cerca del suo equivalente digitale.

L’implosione delle masse nei mezzi di comunicazione, di cui Jean Baudrillard ha scritto nel 1982, è una tesi ormai poco avvincente. Con 5,2 miliardi di utenti, la rete dovrebbe sembrarci affollata, invece non è così. I social media producono un sociale vissuto come isolamento e solitudine. In questo c’è una tangibile contraddizione che non è facile da ignorare. Gli utenti che generano dati sono soli. Il concetto di maggioranza silenziosa di Baudrillard ha bisogno di un aggiornamento: ormai non c’è nessuna maggioranza da cercare, soprattutto se le moltitudini tengono la bocca chiusa. Eppure per i nostri cervelli è difficile tradurre nel mondo telematico delle piattaforme la densità fisica delle masse nelle piazze, nelle stazioni della metropolitana e nelle autostrade. Rimaniamo indifferenti ai milioni di persone che visualizzano un video: sono numeri che impressionano solo influencer e agenzie pubblicitarie. Nei social media non ci sono lupi solitari. C’è invece una gigantesca macchina di conformismo, fatta su misura per noi.

Dopo aver affrontato l’apparente, infinita oscillazione tra l’essere insieme e la solitudine, ci attende una valle misteriosa. In che territorio ci stiamo inoltrando? Siamo costretti a interagire anche quando pensiamo di non farlo. Una volta che il sistema registra il nostro login, la macchina dà il via ai lavori. La nostra presenza è sempre notata. Come spiega il blog The Happy Philosopher, la solitudine è un sentimento soggettivo, non uno stato oggettivo: è il desiderio di connessione. Così entriamo nell’interminabile circuito di commenti che simulano la vita sociale: con il telefono in mano, connessi a migliaia di ulteriori connessioni.

Samantha Rose Hill nota che la solitudine è difficile da comunicare: “Appena cominciamo a parlarne, trasformiamo una delle esperienze umane più toccanti in un oggetto di osservazione, una materia di studio. Il linguaggio non è pienamente in grado di descrivere il concetto di solitudine, perché si tratta di un termine universale da applicare a un’esperienza particolare”. La solitudine è una categoria assente, perfino in quest’epoca di confessioni intime.

Riprendendo Arendt, Rose Hill dichiara che la solitudine taglia radicalmente fuori le persone da ogni connessione umana. I social media creano un legame tecnosociale, non umano. E la connessione 24 ore su 24, sette giorni su sette non ci abbandona mai. Nean­che per un istante. Ci saranno sempre nuovi messaggi, notifiche, aggiornamenti che esplodono in ulteriori aggiornamenti e notizie a cascata. Questo moto perpetuo è una macchina che, per dirla con Arendt, ci cattura e c’impedisce un nuovo inizio. In termini algoritmici parliamo di camera dell’eco. Mentre “il totalitarismo impiega l’isolamento per privare le persone di compagnia umana, rendendo l’azione nel mondo esterno impossibile e distruggendo lo spazio della solitudine”, lo smartphone fa qualcosa di simile ma diverso. La differenza fondamentale è nel fattore attrattivo: desideriamo l’intrattenimento, vogliamo seguire la storia, non vediamo l’ora di rispondere. Non esiste un dopo e neanche un domani. Nessuna ideologia è abbastanza forte da prevalere sulla dipendenza tecnologica: la piattaforma è il messaggio stesso.

Forse, come ha affermato Eric Klinenberg, le “amicizie” su Facebook sono degli integratori invece che dei surrogati? Un surplus social in una vita già abbastanza piena? Sarebbe bello. In fondo, il più docile termine follower è anche il più onesto. La tesi sull’accumulazione di capitale sociale funzionava bene nella prima fase di espansione del mondo social, ma oggi non significa niente. Ci troviamo ormai da decenni nel capitalismo delle piattaforme (che altri chiamano tecno­feudalesimo). Cosa succede se la vostra curva social si sgonfia e siete semplicemente troppo stanchi per chiudere l’app con le solite foto di colazioni, le coreografie di TikTok e gli aggiornamenti su Trump? Il vostro fine settimana di benessere offline si rivela una tortura, e lunedì mattina sarete felici di essere di nuovo online.

“Perché gli statunitensi hanno smesso di uscire insieme” è il titolo di un articolo di Derek Thompson sulla mancanza di dinamismo dovuta alla rivoluzione antisocial. Il giornalista osserva che la socializzazione di persona è nettamente diminuita. Oltre a essere sempre più impegnati, “negli Stati Uniti i giovani non sono mai stati più preoccupati per la loro vita o più depressi sul futuro del loro paese”. La parola d’ordine di questa grande introversione potrebbe essere la disperazione. La situazione è particolarmente dura per i giovani adolescenti, che oggi si frequentano meno, praticano meno sport, passano meno tempo con i loro affetti, fanno meno amicizia. Siamo di fronte a una sorta di recessione rituale, che consiste in un crescente intrattenimento a spese delle abitudini basate sulla comunità. Secondo Thompson, questa crisi sociale potrebbe migliorare se “le persone passassero più tempo insieme e meno a fissare contenuti digitali progettati per renderci ansiosi e sconfortati nei confronti del mondo”. Incoraggiare le uscite insieme per migliorare la propria socialità è già qualcosa, ma se anche in quel caso ci fosse un dispositivo che richiede costante attenzione?

Secondo il filosofo Max Horkheimer ci tocca essere soli e mantenerci in piedi da soli, perché questo è lo scopo della formazione. Per l’artista Louise Bour­geois, la solitudine arricchisce il lavoro creativo. Hannah Arendt elogia in modi simili la solitudine del lettore. Forse questo può essere lo stile di vita di pensatori, artisti e poeti, ma milioni di persone si trovano in uno stato d’involontario isolamento e faticano a prestare attenzione anche solo a qualche frase consecutiva. Non è tanto una caratteristica culturale, quanto un dettame globale della progettazione tecnosociale. I britannici sono celebri per la loro insularità piuttosto inibita e per un certo imbarazzo sociale cronico, una sorta di combinazione di autismo e agorafobia. Gli italiani, invece, sono percepiti come animali sociali radicati nella famiglia, che amano la compagnia dei conterranei anche quando sono all’estero. Sono luoghi comuni, mentre la solitudine digitale è una triste realtà per chiunque.

Nella scheda del suo corso online “Understanding loneliness” (Capire la solitudine) Samantha Hill dichiara: “Siamo di fronte a un’epidemia di massa di solitudine, probabilmente esacerbata dalla pandemia. Le ricerche mediche evidenziano quanto siano importanti le ricadute sulla salute: le persone sole sviluppano più facilmente malattie croniche e muoiono più giovani. È un aspetto essenziale della condizione umana, come sosteneva Freud? O invece, per dirla con Erich Fromm, una funzione della vita capitalistica?”. Hill si pone una domanda inevitabile: i social media esasperano la solitudine? Mentre siamo sui social e interagiamo con altre persone in modo passivo e dispersivo, la sensazione di solitudine non sembra sospendersi, anzi peggiora. Invece di affrontare la nostra realtà esistenziale ammazziamo il tempo, scrollando una serie infinita di video, divertendoci da morire, come ha detto Neil Postman parlando dell’era dello zapping televisivo.

Nel buddismo qualsiasi sofferenza è una forma di resistenza alla realtà, una sorta di attaccamento ai desideri e alle idee su come dovrebbe essere il mondo. Come possiamo interpretare tutto questo nell’era dello smartphone? “Se i lockdown ci hanno insegnato qualcosa, è che abbiamo un disperato bisogno di spazi digitali che siano in grado di nutrire comunità sane. Non possiamo riparare la nostra società finché non ci occupiamo della solitudine e dell’isolamento che la stanno distruggendo”: così Noreena Hertz osserva parlando del suo The lonely century, uscito proprio nel 2020, il primo anno di covid-19. In linea con Arendt, Hertz definisce la solitudine come “una serie di sensazioni di marginalizzazione e impotenza, d’isolamento, di esclusione, di mancanza di ruolo sociale e sostegno”. Una volta che ci si ritrova in questa posizione disperata, si tende a percepire la comunità come una finzione e la collaborazione come una menzogna. Il fatto è che quando avete bisogno dei vostri amici online, loro rimangono in silenzio: vedono il vostro messaggio, ma non rispondono.

In uno scambio online, l’etnografa indiana Tripta Chandola ha notato: “Purtroppo, in questo mondo guasto e privo di fiducia, nessuno sente più la mancanza dell’altro. Non possiamo più avere nostalgia di qualcuno. Quando entriamo in questi regni tecnologici, prima di tutto rinunciamo consapevolmente alla nostra memoria. E la cosa non ci turba, perché il mondo là fuori ricorderà al posto nostro”. Ex amanti, amici d’infanzia, vecchi vicini di casa, innumerevoli colleghi, persone sconosciute incontrate per caso: sono tutti nella lista dei nostri contatti, pronti a rispondere in qualche secondo. Però non lo faranno. Chandola sospira: “Forse dovremmo rendere di nuovo attraente la nostalgia”. ◆ aaa

Geert Lovink è un teorico dei mezzi di comunicazione e critico di internet olandese. Tra i suoi libri pubblicati in italiano Nichilismo digitale (Università Bocconi Editore 2019). Il titolo originale di questo articolo inedito è Notes on loneliness in the age of social media. Geert Lovink sarà a Torino per partecipare alla Biennale tecnologia, che quest’anno si svolgerà dal 18 al 21 aprile. L’incontro di Lovink, dal titolo Riprendiamoci internet!, sarà il 20 aprile.

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Questo articolo è uscito sul numero 1558 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati