Di recente dall’altra parte del mondo è emersa una notizia sorprendente: la Nuova Zelanda ha firmato un accordo con Singapore in base al quale i due paesi s’invieranno reciprocamente provviste alimentari e carburante in caso di carenze a livello globale. “Gli ultimi mesi hanno dimostrato che viviamo un mondo instabile. La gente ci pensa tutte le volte che fa il pieno”, ha dichiarato il primo ministro neozelandese Chris Luxon. “Ecco perché ci stiamo dando da fare per proteggerci”.
Non è l’unico caso. L’Australia ha firmato un patto simile con il Giappone, con l’obiettivo di mantenere stabili i flussi di terre rare, carburante e prodotti agricoli e disinnescare qualsiasi crisi. L’Unione europea sta valutando la possibilità di fare scorta di fertilizzanti per il timore di una crisi alimentare. Insomma, governi e aziende in tutto il mondo stanno facendo scorta di beni essenziali senza troppo clamore. Possiamo definirla una nuova tendenza che vede l’accumulo di risorse e la chiusura a riccio, sullo sfondo di timori crescenti per la nuova epoca di scarsità in cui stiamo entrando.
Da un punto di vista culturale è un paradosso. La maggior parte delle aziende e dei politici occidentali è cresciuta in un mondo in cui la scarsità sembrava un problema superato. I temi di fondo della globalizzazione neoliberista erano il libero scambio senza soluzione di continuità e le forniture efficienti che guidano la crescita. Tra l’altro, secondo un’opinione diffusa nella Silicon valley, l’innovazione tecnologica eliminerà i vincoli alla capacità produttiva in molti settori.
In effetti, quando nel 2025 i giornalisti statunitensi Derek Thomson ed Ezra Klein hanno pubblicato un libro su come rilanciare gli Stati Uniti, l’hanno intitolato Abundance (Abbondanza), nella speranza di schiudere quel futuro, e il libro è diventato presto un best seller. Anche gli investitori hanno assorbito quest’atmosfera culturale. Da un paio d’anni assistiamo a una straordinaria crescita dei titoli tecnologici che dichiarano di usare innovazioni come l’intelligenza artificiale per sprigionare quell’abbondanza. Le grandi aziende tecnologiche oggi rappresentano il 35 per cento del mercato finanziario, rispetto al 12 per cento di dieci anni fa.
Colli di bottiglia
È una cosa straordinaria. Ma ancora più degno di nota, come ha scritto sul social media X Jeff Currie del fondo d’investimento Carlyle, è che mentre “i servizi nei settori dell’informazione e della tecnologia rappresentano il 42 per cento dell’indice di borsa S&P 500, i settori dell’energia e dei materiali sono pari più o meno al 6 per cento” e “i titoli gestiti dai fondi speculativi sono sostanzialmente inesistenti”. Per dirla in altri termini, gli investitori sono stati così accecati dai servizi da aver sottovalutato a lungo le azioni legate ai processi industriali ed energetici tradizionali. E quindi le strategie halo (heavy assets, low obsolescence), cioè basate su beni materiali difficilmente soggetti a obsolescenza, sono rimaste tutte relativamente “a corto di capitale”, scrive Currie.
◆ Il 4 maggio 2026 la Nuova Zelanda e Singapore hanno siglato un accordo con cui i due paesi si impegnano a non introdurre restrizioni alle esportazioni di una serie di beni, tra cui carburante, generi alimentari e materiali per l’edilizia. L’intesa sarà incorporata nel trattato di libero scambio già in vigore tra la Nuova Zelanda e Singapore, dopo che i parlamenti dei due paesi l’avranno approvata. Radio New Zealand
Tutto questo però si scontra con l’attuale direzione degli eventi del mondo e con la minaccia di scarsità. La crisi dello stretto di Hormuz ha già creato carenze di energia e forniture industriali che sono destinate a peggiorare. E, guardando più in là, la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran ha anche dimostrato le vulnerabilità per il commercio globale, tenuto conto del fatto che lo stretto non è l’unico collo di bottiglia dei trasporti nel mondo e che l’Iran non è l’unico paese che cerca di usare simili strutture come moneta di scambio.
A volte gli investitori sopravvalutano il fatto che gli enormi piani d’investimento messi in campo per sostenere l’intelligenza artificiale richiedono non solo centinaia di miliardi di dollari, ma anche materiali come rame, acqua, gallio, litio e cemento. Le loro forniture sono state indebolite negli Stati Uniti, e non solo, dalla mancanza di capitali di investimento in industrie o miniere essenziali. E più i politici alzano barriere nazionaliste o protezioniste, più aumenteranno le pressioni per usare capitali in investimenti nei mercati locali, con l’obiettivo di garantire un accesso immediato a quelle molecole. “Questa non è una storia di sconvolgimenti provocati dall’intelligenza artificiale. L’acronimo halo va interpretato piuttosto come ‘hard assets, local operations’(beni materiali, attività locali), ha scritto Currie, che prevede una forte rivalutazione dei mercati man mano che gli investitori si sposteranno dai titoli tecnologici alle strategie halo. Come ha osservato su X l’investitore australiano Craig Tindale: “Il mondo finanziario e quello fisico stanno andando in direzioni opposte, facendo saltare le vecchie regole economiche”.
Nella Silicon valley potrebbero non essere d’accordo. In effetti durante una visita recente sulla costa ovest degli Stati Uniti sono stata colpita dalla fiducia del settore tecnologico nel fatto che il mercato azionario e il boom dell’intelligenza artificiale possano placare il caos sui mercati. “A qualcuno importa davvero se lo stretto di Hormuz è aperto?”, osservava un banchiere durante una conferenza dominata dall’entusiasmo per l’imminente collocamento in borsa della SpaceX.
Forse in futuro gli storici concluderanno che gli entusiasti della tecnologia avevano ragione. Ma gli investitori di oggi dovrebbero comunque fare attenzione al fatto che i governi stanno già pensando con crescente nervosismo alla scarsità, e dovrebbero chiedersi poi se l’attuale peso dei vari settori negli indici di borsa rifletta davvero questa realtà. Dopotutto, come ha scritto sul Financial Times Robert Rubin, ex segretario al tesoro degli Stati Uniti, “i mercati possono non essere in sintonia con la realtà per periodi di tempo abbastanza lunghi, e poi reagire con rapidità e durezza”. Ancora una volta è probabile che alla fine la realtà si prenderà la sua vendetta. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 101. Compra questo numero | Abbonati