Rebecca Solnit ha pubblicato un nuovo libro, The beginning comes after the end, l’inizio viene dopo la fine. In un’intervista con il New York Times riflette su come essere speranzosi anche in questi tempi bui. Solnit fa un paio di esempi di cambiamenti positivi, enormi e impossibili da prevedere. All’inizio degli anni duemila non sembravano esserci alternative ai combustibili fossili. Poi il solare e l’eolico sono diventati tecnologie economiche e affidabili: oggi possiamo alimentare quasi tutto con l’energia rinnovabile e abbiamo sole e vento in abbondanza. Ma “pochi lo capiscono, perché è una storia tecnica fatta di progressi piccoli e lenti”. Nella primavera del 1989 nessuno immaginava che le proteste nell’Europa orientale avrebbero portato, da un giorno all’altro e in modo quasi del tutto non violento, al rovesciamento del regime sovietico. “Credo fosse inconcepibile anche per le persone che lo fecero”. Dobbiamo accettare le contraddizioni, dice Solnit: che ci sia ancora molto da sperare e molto da piangere, e che queste due cose possano coesistere. È giusto definire Trump fascista? Sì, risponde Solnit, ma questo è il minore dei nostri problemi. “Siamo finiti qui anche perché molti moderati pensano sia più importante essere educati che chiamare le cose con il loro nome”. La polarizzazione, invece, può essere positiva, perché “è così che emerge la chiarezza. A volte le persone devono scegliere da che parte stare. E con i leader autoritari non si ottiene niente se si è remissivi e cortesi”. Ma da dove può arrivare il cambiamento? “Una delle debolezze della nostra epoca è che ci siamo abituati ai film di supereroi solitari e che i problemi siano risolti da tipi muscolosi in calzamaglia, quando in realtà il mondo cambia soprattutto attraverso lo sforzo collettivo. Non dobbiamo cercare un salvatore o un superuomo. Credo che il contraltare di Donald Trump sia sempre stato, e sarà sempre, la società civile. Una parte della sinistra vuole che il cambiamento somigli alla rivoluzione francese o a Che Guevara. Ma cambiare il mondo forse somiglia più al prendersi cura degli altri che alla guerra”. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 3. Compra questo numero | Abbonati