Alla fine del 2021, nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza, è stato pubblicato un bando per finanziare progetti di rilancio dei borghi italiani. Una parte importante dei fondi riguarda pochi centri che saranno inondati di denaro per essere ricostruiti, valorizzati, e quindi attirare turisti, artisti, agricoltori biologici, nomadi digitali. Secondo gli autori dei saggi raccolti in questo libro non è una buona idea. I sociologi, gli antropologi, i ricercatori sociali e i politici riuniti intorno all’associazione Riabitare l’Italia ritengono che invece di affrontare seriamente i gravi problemi dell’abbandono delle aree interne italiane, quelle che la crisi dei centri sta rendendo sempre più marginali, il bando sui borghi considera i centri più piccoli dalla prospettiva (paternalistica) degli abitanti delle città, privilegia il pittoresco rispetto ai servizi essenziali, e invece di aiutare le aree in crisi rischia di ingrandire il divario con i centri grandi e medi. Non si tratta solo di una questione d’investimenti, ma anche di prospettive, che si riflettono nelle parole: come spiega in uno dei saggi Pietro Clemente, “borghi” fa pensare a chiese, campanili, mura, non a “cascine, stazzi, masserizie”, privilegia il gusto e le necessità di chi ci viene in vacanza, a mangiare e a fare fotografie, non di chi ci vive e ci lavora e, magari, ci vorrebbe restare. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1482 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati