“Tutto l’universo obbedisce all’amore” cantavano Franco Battiato e Carmen Consoli nel 2008 in un videoclip in cui se ne andavano in moto alle pendici dell’Etna. Con loro è d’accordo il filosofo Emanuele Coccia che, dopo aver posato il suo sguardo spaesante sulle piante, la casa e la moda, dedica questo libro a Eros. Per lui l’amore non è un sentimento, ma la spinta che ci accompagna nella vita a rapportarci al mondo, ovvero a ciò che non siamo. Per questo non coinvolge solo le persone, ma anche le cose e ogni attività umana (arte, invenzione, tecnica, economia) è mossa dal cercare amore, cioè il (proprio) bene. Questa spinta ci definisce (perché siamo ciò che amiamo) ma non riusciamo a vederla, né a capire dove ci porta, se non, forse, quando finisce. Nel tempo, questo accecamento ha contribuito al divorzio tra due tipi di amore prima amalgamati: quello per le cose, che è diventato lavoro, e quello per le persone che è diventato famiglia. Il divorzio non è riuscito tuttavia a separare le due sfere, e la loro segreta alleanza ha prodotto nuove forme di dominio come il capitalismo e il patriarcato. Ma le cose stanno cambiando. Le famiglie non sono più votate alla procreazione e alla divisione del lavoro, il diritto si sta adeguando. È dunque il momento di assumersi le responsabilità, riconoscendo l’amore per quello che è, così da poter vivere meglio inventando e cooperando insieme. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati