Quando il presidente sudcoreano Lee Jae-myung si è insediato, nel giugno 2025, ha ereditato una penisola paralizzata dall’ostilità. La sua risposta è stata “la pace al primo posto”, una linea che antepone il dialogo e la riduzione dei rischi alla denuclearizzazione: un cambio di rotta rispetto all’atteggiamento assunto per decenni da Seoul.
Per Seoul l’unificazione con il Nord è stata a lungo non solo un’aspirazione nazionale, ma anche un obbligo costituzionale sancito dall’articolo 4, che cita come obiettivo l’unificazione con mezzi pacifici. Eppure, dopo circa ottant’anni di divisione, l’unificazione sembra più l’eco di un’epoca lontana che un traguardo realizzabile. La vera questione, oggi, è come impedire che l’ostilità, aggravata dalla minaccia nucleare, cancelli ogni speranza di convivenza pacifica.
La minaccia nucleare rappresentata dalla Corea del Nord è evidente. Nel marzo del 1993 Pyongyang annunciò per la prima volta l’intenzione di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione. Poi fece marcia indietro e nel 1994 accettò d’interrompere il suo programma nucleare, ma nel 2003 è uscita dal trattato e nel 2006 ha condotto il suo primo test nucleare. La Corea del Nord è diventata di fatto uno stato dotato di armi nucleari, anche se formalmente Seoul e la comunità internazionale non le riconoscono questo status.
Le capacità nucleari di Pyongyang mettono la Corea del Sud di fronte a un dilemma: un impegno diplomatico che ignori l’espansione di quell’arsenale non è né prudente né politicamente sostenibile. D’altra parte, fare della denuclearizzazione una condizione preliminare al dialogo lascia poco margine di manovra. L’ultima fase di confronto ad alto livello tra le due Coree risale a diversi anni fa, in occasione dei tre vertici intercoreani di aprile, maggio e settembre 2018. Questi, insieme agli incontri tra Stati Uniti e Corea del Nord del 2018 e del 2019, e al breve vertice trilaterale del 2019 nella zona demilitarizzata, hanno alimentato la speranza di una nuova architettura di pace, ma alla fine non sono riusciti a modificare l’assetto su cui si fondano gli equilibri nella penisola.
Nel discorso pronunciato il 15 agosto 2025 per la festa della liberazione, Lee aveva dichiarato: “Confermiamo il rispetto per l’attuale sistema di governo nordcoreano, affermiamo che non perseguiremo nessuna forma di unificazione tramite annessione e ribadiamo che non intendiamo compiere atti ostili”. Più che una rinuncia alla denuclearizzazione, queste parole riflettono la convinzione di Lee che costruire la pace, ridurre i rischi e fermare l’ulteriore sviluppo nucleare sono scopi che devono precedere qualsiasi futura soluzione della questione atomica. Nel discorso per la festa della liberazione di quest’anno, Lee ha indicato tre obiettivi: una convivenza pacifica “inclusiva”, “stabile” e “responsabile”. Ha proposto di avviare un dialogo per sostituire l’armistizio tra le due Coree con una pace duratura. Secondo lui, il confronto potrebbe riguardare anche misure concrete per frenare i progressi del programma nucleare di Pyongyang.
◆ In un’intervista rilasciata al New York Times **pochi giorni prima di partire per New York per l’assemblea generale dell’Onu (21-25 settembre 2026), il presidente sudcoreano Lee Myung-bak ha esortato gli Stati Uniti ad allentare le sanzioni contro la Corea del Nord in cambio di un accordo che preveda il congelamento del suo programma nucleare. Secondo Lee “il mondo non ha alternative”. Il leader sudcoreano spera che il presidente statunitense Donald Trump riprenda i colloqui con Kim Jong-un. Ultimamente Trump ha inviato segnali incoraggianti in questo senso, e secondo indiscrezioni starebbe cercando di fissare un incontro con il leader nordcoreano a novembre. Intanto, il 20 settembre la Corea del Nord “ha testato un missile balistico a corto raggio ipersonico, un tipo di arma difficile da rilevare e intercettare”, scrive il **Korea JoonAng Daily.
Questa linea prende atto che la Corea del Nord non considera più speciali le relazioni intercoreane. Dopo aver dichiarato, alla fine del 2023, che le due Coree sono “due stati ostili”, Pyongyang ha cominciato a trattare il sud come un nemico e ha abbandonato l’unificazione come obiettivo comune. Per Seoul, dunque, la convivenza pacifica non è più solo una tappa verso l’unificazione, è la condizione necessaria per mantenere aperta quella strada.
Due interpretazioni
Anche se la pace è sempre stata indicata come una priorità e associata all’unificazione, Seoul e Pyongyang la interpretano in modo diverso. Per Pyongyang l’unificazione pacifica è una formula che nasconde l’intento di assorbire la Corea del Nord, mentre per Seoul significa conseguire l’unificazione con mezzi pacifici. Il piano di Lee mira a superare questa divergenza. Ma Lee dovrà spiegare cosa comporta concretamente la convivenza pacifica.
Pyongyang non ha reagito al discorso del presidente sudcoreano del 15 agosto scorso. Avendo rafforzato i rapporti militari con la Russia, ha meno interesse a migliorare le relazioni con Seoul. Allo stesso tempo, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina restringe il margine di manovra del Sud, mentre accresce il potere negoziale del Nord. L’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud, uno dei pilastri della deterrenza nella penisola, sembra essersi indebolita e si trova di fronte a nuove incertezze. La tenuta dell’alleanza non è in discussione, ma ora è più difficile per Seoul tentare di conciliare il dialogo con una deterrenza credibile, e ci sono dubbi sul futuro della strategia di Lee.
Non è realistico aspettarsi cambiamenti radicali nelle relazioni intercoreane solo perché Seoul ha cambiato linguaggio e fatto una proposta. La realizzazione del piano di Lee dipenderà dalla capacità del governo di tradurlo in misure concrete: serviranno canali di comunicazione affidabili, meccanismi per prevenire gli incidenti, toni misurati e un’ipotesi credibile per il congelamento del programma nucleare. Inoltre, presuppone che Pyongyang trovi qualche motivo per rispondere. Una strategia simile non può portare da sola all’unificazione. Se, però, impedirà che il confronto nucleare e militare diventi una condizione permanente, potrebbe evitare che l’unificazione rimanga solo una formula sancita dalla costituzione. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati