Durante un’udienza per il rinnovo della sua detenzione il 22 gennaio, Alaa Abdel Fattah, ingegnere informatico e attivista, si è rivolto alla procura per la sicurezza di stato contestando le ragioni della sua reclusione. “Nel mio isolamento, senza contatti con il mondo esterno, cerco di dare una risposta a questa domanda: ‘Perché sono in carcere?’. L’unica spiegazione che riesco a darmi è che il giudizio dell’apparato di sicurezza si basa sulle continue campagne di diffamazione contro le persone che hanno partecipato alla rivoluzione del 2011. Sono in carcere come misura preventiva a causa di una crisi politica, e della paura che io possa impegnarmi per risolverla. È chiaro che sono detenuto per le posizioni che ho preso in passato”.

Abdel Fattah è stato arrestato da agenti della sicurezza nazionale la mattina del 29 settembre 2019 mentre usciva dalla stazione di polizia di Dokki, dove era costretto a trascorrere ogni notte dodici ore (dalle 6 di sera alle 6 del mattino). Era infatti in regime di libertà condizionata da quando era stato rilasciato alla fine di marzo, dopo aver scontato una condanna a cinque anni di carcere. Da quando è stato arrestato di nuovo è trattenuto in detenzione preventiva sulla base dell’inchiesta 1356 del 2019, con l’accusa di aver fatto parte di un gruppo terroristico, aver diffuso false notizie creando un turbamento della sicurezza pubblica e terrorizzando la popolazione, e aver fatto un uso improprio dei social network per diffondere voci e informazioni false.

L’avvocata Mahienour al Massry in tribunale. Il Cairo, 4 dicembre 2014 (Nariman El-Mofty, Ap/Lapresse)

Abdel Fattah è stato arrestato in seguito alle manifestazioni del 20 settembre, convocate dall’ex appaltatore dell’esercito Mohamed Ali, che hanno portato alla più vasta campagna di arresti condotta da quando il presidente Abdel Fattah al Sisi si è ufficialmente insediato al potere. La detenzione dell’attivista è stata sistematicamente prolungata dalla procura per la sicurezza di stato ogni 15 giorni. Secondo Khaled Ali, avvocato di Abdel Fattah, il suo cliente è stato interrogato solo nella prima udienza, poi la procura ha rinnovato la misura preventiva senza svolgere alcuna indagine.

Ostilità e paura

La stessa cosa sta succedendo in altri casi, come quello dell’attivista e avvocata per i diritti umani Mahienour al Massry. Anche Al Massry è stata arrestata il 29 settembre, mentre usciva dalla sede della procura per la sicurezza di stato, dove stava svolgendo il suo lavoro di rappresentante legale presenziando alle udienze delle centinaia di persone fermate durante l’ondata di arresti. È in detenzione preventiva nell’ambito dell’inchiesta 488 del 2019, con l’accusa di aver diffuso notizie false e partecipato alle attività di un gruppo terroristico.

Secondo il suo avvocato, che ha chiesto di restare anonimo, anche Al Massry, come Abdel Fattah, è stata interrogata solo nella prima udienza e non in quelle successive. La pubblica accusa non ha mai definito la natura delle notizie false che Al Massry avrebbe diffuso. “Per tutto questo tempo è stata tenuta in carcere senza prove e l’indagine è rimasta ferma”, spiega il suo avvocato. “Noi legali non abbiamo accesso ai documenti, anche se abbiamo chiesto alla procura di fornire una motivazione per la sua detenzione”. Anche Al Massry ritiene che l’arresto sia legato alla sua attività politica. “Mahienour non è stata arrestata per le accuse elencate nell’inchiesta”, prosegue l’avvocato. “È stata arrestata perché aveva partecipato alla rivoluzione del gennaio 2011. La sua unica attività recente è stata difendere le persone da avvocata”.

Secondo l’avvocato Khaled Ali, Al Massry e Abdel Fattah non sono gli unici esempi di questa tendenza. Attivisti come Khaled Dawoud, Esraa Abdel Fattah, Islam Mousadiq, la giornalista Solafa Magdy, oltre ai professori universitari Hazem Hosny, Hassan Nafaa e altri, sono in carcere per motivi simili.

Mohamed Lotfy, direttore esecutivo della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf, che ha documentato l’ondata di arresti seguita alle ultime proteste), sostiene che a settembre le autorità si sono trovate in difficoltà, perché non riuscivano a capire chi coordinava i manifestanti che scendevano in piazza. “I funzionari hanno delle liste già pronte”, spiega Lotfy. “Quindi hanno fermato la gente per strada e poi hanno arrestato gli attivisti, come misura precauzionale. Hanno colpito chiunque”.

Da sapere
Migliaia di arresti

Amnesty international

◆ Il 20 settembre 2019, dopo una serie di video in cui l’ex imprenditore egiziano Mohamed Ali accusava di corruzione il presidente Abdel Fattah al Sisi e i militari, centinaia di persone hanno manifestato contro il governo al Cairo e in altre città del paese. Nella repressione dei giorni seguenti sono state arrestate almeno quattromila persone, denuncia ** Amnesty international**. È stata la più grande ondata di arresti da quando Al Sisi è salito al potere nel 2013. Almeno 3.715 persone sono detenute in attesa di indagini in relazione ad accuse di “terrorismo”. Tra queste ci sono l’attivista Alaa Abdel Fattah e l’avvocata per i diritti umani Mahienour al Massry. Il mandato di arresto di Patrick Zaki risale al 24 settembre.

◆ Il 19 febbraio 2020 l’Arabic network for human rights information ha fatto sapere che l’appello per la liberazione di Abdel Fattah sarà preso in considerazione dal tribunale penale del Cairo il 20 febbraio. La corte potrebbe ordinare la sua scarcerazione con misure precauzionali.


Gli avvocati confermano che a nove anni di distanza le autorità continuano a trattare gli attivisti che parteciparono alla rivoluzione del 2011 come una potenziale minaccia. “Tutte le persone che sono state attive nella rivolta sono ritenute responsabili della situazione nel paese. Chi è al potere non vuole un’altra rivoluzione”, afferma il giurista e avvocato per i diritti umani Ahmed Ezzat. “Non è solo una questione di ostilità, ma anche di paura”. Negli anni la repressione è stata inesorabile e gli attivisti sono entrati e usciti dal carcere in continuazione.

La detenzione preventiva è stata la misura punitiva più usata dalle autorità contro tutti quelli che sono considerati oppositori politici, soprattutto dopo l’abolizione della detenzione amministrativa nel 2013. La detenzione amministrativa era una misura straordinaria che permetteva al ministero dell’interno di incarcerare le persone senza accuse per un periodo fino a sei mesi, ma è stata dichiarata incostituzionale nel 2013.

Oggi le autorità usano al suo posto la detenzione preventiva, senza neppure fingere di svolgere delle indagini, come conferma l’avvocato di Al Massry: “Il governo ha ampliato l’uso della detenzione preventiva. Evitano di rinviare a giudizio gli indagati e di presentare accuse o fascicoli di inchiesta, in modo da impedire alle persone la possibilità di difendersi in tribunale, usando questa come forma di punizione”.

Anche Lotfy parla di una forma legalizzata di detenzione amministrativa. “Dal 2013 l’uso della detenzione preventiva per punire i detenuti politici è aumentato. È successo quando la sicurezza di stato ha cominciato a occuparsi di più delle inchieste: i casi sono diventati segreti, gli indagati non possono difendersi e non sono processati in un tribunale”.

Nemici dello stato

Ezzat spiega che dopo il 2013 diversi articoli della legge di emergenza straordinaria sono stati inseriti all’interno del codice di procedura penale, legalizzando così la pratica di estendere il periodo di detenzione preventiva in un nuovo processo davanti alla corte di cassazione. Questo metodo è stato poi applicato anche nei tribunali che trattano i casi di terrorismo o di emergenza, violando la stessa legge. Infine, l’uso della detenzione preventiva è stato esteso alle corti penali e alle procure.

“Chiaramente lo stato controlla la polizia, le procure, la sicurezza di stato e la magistratura”, afferma Ezzat. “Vogliono impedire alle persone di essere processate e assolte, oppure di essere condannate, scontare la pena e uscire di prigione. Vogliono che restino in carcere. Ecco perché spesso le persone che hanno esaurito il periodo di detenzione preventiva sono inserite in nuove inchieste. E la principale base legale in questi casi sono le indagini condotte dall’Agenzia di sicurezza nazionale”.

Ezzat spiega che prima della rivoluzione gli strumenti per punire i dissidenti variavano a seconda dei casi. Gli islamisti erano puniti con misure legali straordinarie, come la detenzione amministrativa, lo stato di emergenza e la legge marziale, mentre i dissidenti di sinistra erano per lo più puniti con gli strumenti legali ordinari, come il codice di procedura penale.

“Ormai lo stato ha abbattuto la barriera tra quello che è legale e quello che non lo è, tra la detenzione preventiva e la detenzione amministrativa. Così Abdel Moniem Aboul Fotouh è considerato alla pari di Mahienour al Massry”, dice Ezzat riferendosi all’ex candidato islamista alle presidenziali. “Entrambi sono nemici dello stato e devono essere puniti con gli stessi strumenti”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 21. Compra questo numero | Abbonati