Case vuote, camini da cui non sale un filo di fumo e terre verdissime ma abbandonate: sono tracce della vita che scorreva qui, nella provincia di Daikondi, fino a poco tempo fa e che all’improvviso si è fermata. Persone che qui avevano costruito la propria esistenza sono state costrette ad andarsene. Alcuni tra i taliban non hanno neppure il coraggio di spiegare cos’è successo a quella gente. Le terre fertili che costeggiano il fiume Helmand si estendono a perdita d’occhio e il cielo sembra stretto tra i sospiri delle persone cacciate dalla loro terra.

Daikondi è una fertile provincia con strade impraticabili nel cuore dell’Afghanistan, abitata per lo più dalla minoranza sciita degli hazara. Qui i pashtun – l’etnia dei taliban, da poco arrivati al governo – hanno cominciato a saccheggiare e incendiare le proprietà degli abitanti, sottoponendoli a trasferimenti forzati, umiliazioni e omicidi extragiudiziali. È una provincia con circa 600mila abitanti di cui il 90 per cento hazara e dove sui tetti delle case sventolano ancora le bandiere con lo slogan sciita “Ya Hossein”, che inneggia al nipote di Maometto, Hossein ibn Ali. Quel che succede qui può servire a capire se i taliban sono davvero cambiati. La speranza è che, al di là degli slogan concilianti, il ramo politico del movimento venga a visitare questa zona lontana da Kabul.

Pochi giorni dopo la caduta della capitale, il 15 agosto, il leader taliban Anas Haq­qani si è presentato all’hotel Serena, dove alloggiavano i giornalisti stranieri, invitandoli a uscire dalla capitale per andare a vedere “il vero Afghanistan”. Probabilmente Haqqani intendeva dire altro, ma non c’è dubbio che gli avvenimenti di Kabul erano lontani anni luce dalle notizie che arrivavano da Daikondi.

La provincia confina con quelle di Bamiyan, Ghowr, Orzugan, Ghazni ed Helmand e ha al centro il capoluogo Nili. A causa della mancanza di infrastrutture stradali, urbanistiche e turistiche, non è una zona particolarmente interessante. Mi erano arrivate notizie preoccupanti a proposito delle evacuazioni forzate nei villaggi della provincia, e dopo un po’ di esitazione alla fine mi sono deciso ad andare a vedere di persona. Secondo Google maps da Kabul ci vogliono otto ore ma, considerando le condizioni delle strade, il viaggio può essere molto più lungo.

Indietro di un secolo

Fin dall’imbocco delle tortuose strade di campagna che portano a Daikondi, sui tetti delle case si vedono le bandiere bianche dei taliban accanto a quelle con la scritta “Ya Hossein”. Entrando nella provincia si ha la sensazione di essere tornati indietro di un secolo. Perfino nel capoluogo mancano prodotti e servizi di base come acqua potabile, elettricità, strade, antenne tv, gas, internet. Non è una novità, la regione è sempre stata arretrata, e il motivo è l’atteggiamento che le autorità di Kabul hanno nei confronti della minoranza hazara.

Le vie di comunicazione di Daikondi sono una sfida al concetto di strada. Molte salgono oltre i tremila metri, impegnative anche per gli standard afgani, e sono percorribili solo in groppa a muli o a bordo di fuoristrada. Ma, difficoltà a parte, percorrerle può essere un’esperienza magnifica: strade e alture si alternano a terreni che sembrano scivolare nel vuoto.

L’80 per cento del territorio di Daikondi è montuoso e dalla fine di ottobre alla fine di marzo le strade sono per lo più chiuse. Questo significa che per i prossimi cinque mesi le persone resteranno intrappolate tra le montagne senza i servizi di base. Forse è per questo che a Kabul i leader taliban, anche se vogliono far credere di essere cambiati, non sanno esattamente cosa fanno i loro uomini in questa provincia remota.

Oltre alle difficoltà del viaggio, c’è un’altra sfida ad attenderci. Da queste parti sono da poco passati i giornalisti del settimanale tedesco Der Spiegel, autori di un reportage sulle evacuazioni forzate a Tagabdar. Quindi le autorità locali sono all’erta e hanno intimato alla popolazione di avvertirle immediatamente se fossero arrivati altri giornalisti. Per questo non è facile parlare in pubblico con le persone. Anche i giornalisti locali hanno avuto problemi: “Il comandante della provincia ci ha minacciato di morte dopo che abbiamo scritto della gente cacciata con la forza”, racconta uno di loro.

Quando, dopo quattro giorni di viaggio, raggiungo Gizab, il distretto dove c’è stato il maggior numero di evacuazioni forzate, gli abitanti del posto mi dicono che sono il primo iraniano che vedono in trent’anni, dai tempi della guerra contro l’Unione Sovietica. Anche oggi in Afghanistan arrivano gli aiuti umanitari iraniani, ma non in questa provincia, nonostante sia a maggioranza sciita.

Ovunque si vedono macchine da cucire, l’unico strumento di lavoro delle donne

La notizia della cacciata di ottocento famiglie hazara dal distretto di Gizab è la più preoccupante tra quelle arrivate dalla regione. Dopo che i taliban hanno preso il potere, i leader locali hanno ordinato ai proprietari di abbandonare le terre minacciandoli: “O ve ne andate oppure vi attaccheremo e distruggeremo le vostre case”. Fino a due mesi fa erano stati evacuati sette villaggi con modalità differenti. Un abitante di uno dei villaggi ha raccontato: “Sono venuti dopo la preghiera della sera e ci hanno intimato di andarcene. C’erano addirittura alcuni neonati senza coperte. Grazie alla mediazione dell’anziano locale abbiamo potuto recuperare un po’ di prodotti agricoli”.

I pashtun hanno vissuto per secoli accanto alle famiglie hazara della regione e ora, con il sostegno dei taliban, hanno deciso di prendersi le loro proprietà. Un esperto in diritto locale spiega che la maggior parte dei terreni della provincia è di proprietà statale e c’è chi li ha usati per costruirci la casa e chi per far pascolare il bestiame.

Trascorriamo la notte in uno dei villaggi di Gizab non ancora evacuati. Il mattino dopo, parlando con le persone del posto, apprendo che l’ultimatum per lo sgombero dei villaggi di Shaghulje e Khargak è scaduto, ma il governatore del distretto ha detto che avrebbe sospeso le evacuazioni. Secondo quanto riferiscono gli abitanti dei villaggi, i nuovi proprietari, che hanno vinto processi in corso da tempo grazie all’appoggio dei taliban, hanno proposto ad alcuni hazara di ricomprare le loro case e i terreni al doppio del prezzo. Questo significa che neppure i pashtun credono davvero di poter rimanere nella regione e temono che al prossimo cambio di governo saranno attaccati dagli hazara. Data la situazione, ricavare un profitto immediato dai terreni è la soluzione migliore. Ma i contadini non hanno i soldi necessari e alcuni degli anziani sono stati convocati in città e minacciati per costringerli a dichiarare ai mezzi d’informazione che i vecchi abitanti se n’erano andati volontariamente.

Nei villaggi la gente ha paura di parlare, ma i più anziani non esitano a lamentarsi. Chiedo a uno di loro come si spiega gli espropri. “Questa regione è tra le migliori zone agricole sulle rive del fiume Helmand, ed è adatta alla coltivazione di diversi prodotti”, risponde. Ma molti parlano anche del conflitto storico ed etnico in corso nella regione da molto tempo. Fin dalla fine dell’ottocento, dopo l’arrivo al potere di Amir Abdul Rahman, il governo centrale ha oppresso gli hazara con l’aiuto di alcune tribù sunnite; per un secolo la minoranza sciita è stata costretta all’isolamento politico, sociale ed economico. Massacri e violenze hanno spinto molti hazara a scappare nei paesi vicini.

Un passaggio in moto

Il giorno in cui arrivo a Gizab decido di andare nel villaggio di Kendir, i cui abitanti sono stati messi in fuga dai pashtun. Sul percorso che porta al villaggio ci sono tre checkpoint. Passare non sembra un’impresa facile. Di notte le strade sono sbarrate, e di giorno i taliban controllano i documenti a tutti i passanti. Insistendo molto, riesco comunque a trovare un passaggio in moto per raggiungere il villaggio successivo. Ho lasciato la macchina fotografica e il passaporto dove alloggiavo e ho preso in prestito una coperta e un cappello pashtun. Lungo il tragitto, roccioso e accidentato, il ragazzo di Ghizab che mi accompagna mi mostra la zona. Mi racconta che a Kendir i taliban non hanno risparmiato nemmeno una famiglia hazara che parteggiava per loro, cacciandola dalla sua casa. Il ragazzo è convinto che il tradimento dell’ex presidente Ashraf Ghani, scappato dall’Afghanistan mentre i taliban conquistavano terreno, abbia spianato la strada al dominio dei taliban a Daikondi e nelle altre province del paese.

Ci mettiamo in viaggio alle otto del mattino. Il tragitto è davvero impervio: in molti punti si rischia di cadere nel fiume. Attorno a noi si estendono campi di grano, mais e mandorli. Mentre attraversiamo i passaggi più stretti, il giovane motociclista racconta ridendo delle persone che sono cadute nel fiume Helmand. Ride per tutto il tempo finché non arriviamo a Kendir. All’ingresso, come in tutti i villaggi, c’è il cimitero. In questa regione di solito le tombe non hanno una vera e propria lapide, ma su quelle dei martiri morti nella guerra contro i taliban spesso c’è una bandiera. Anche qui ce ne sono alcune.

Mentre ci avviciniamo al villaggio, nascondo il telefono. Sempre all’ingresso c’è un anziano pashtun con un turbante nero in testa fermo vicino a un fuoco su cui arrostisce un capretto. Anche lui ci ha visto e ci segue con gli occhi. Passiamo oltre. Poco più avanti vediamo in lontananza un pick-up Toyota che carica il grano dalle case. Chi è costretto ad andarsene può portare con sé solo piccole quantità di prodotti agricoli.

Più avanti incontro un uomo con cui ho parlato poche ore prima. Racconta che anche vent’anni fa erano stati espulsi da Kendir e che erano tornati solo dopo la caduta dei taliban. Via via che ci avviciniamo al posto di blocco, il conducente della moto diventa più teso e si fa dare la mia telecamera per nasconderla. Poi mi chiede se ho della musica nel telefono. Abbiamo deciso di dire che siamo ospiti nel villaggio successivo, Piranjir.

Da sapere
Nel mirino dello Stato islamico

◆ Gli hazara sono una minoranza sciita di probabile origine mongola o centrasiatica che vive prevalentemente nella regione centrale dell’Afghanistan, fino alla fine dell’ottocento in gran parte autonoma. Arrivato al governo nel 1880, l’emiro Abdur Rahman Khan portò sotto il suo dominio la regione degli hazara con la forza. Si calcola che durante quella campagna militare il 60 per cento degli hazara fu ucciso o costretto alla fuga. Da allora la minoranza, che costituisce il 9 per cento della popolazione afgana, è stata sempre perseguitata e discriminata.

I taliban, che fanno parte del principale gruppo etnico del paese, i pashtun, e sono sunniti, già durante il loro primo regime (1996-2001) presero di mira gli hazara. Da quando sono di nuovo al governo, hanno cominciato a confiscare case e terreni della minoranza per consegnarli ai pashtun nelle province di Kandahar, dell’Helmand, Uruzgan e Balkh oltre che in quella di Daikondi. Gli espropri, ha denunciato alla fine di ottobre Human rights watch, stanno facendo crescere il numero di sfollati nel paese, che solo quest’anno sono stati 665mila e che in totale sono quattro milioni. La loro situazione, con l’inverno alle porte, è particolarmente preoccupante.

Come se non bastasse, gli hazara sono nel mirino anche del principale nemico dei taliban, lo Stato islamico della provincia del Khorasan (Iskp), il ramo afgano dell’Is. Dalla metà di agosto gli attentati dell’Iskp si sono intensificati e hanno colpito in gran parte la minoranza sciita. L’8 ottobre a Kunduz almeno 72 persone sono morte in un attacco suicida in una moschea sciita, e una settimana dopo altre 63 sono rimaste uccise in un attentato a una moschea, sempre sciita, a Kandahar. Per i taliban, che tornando al governo hanno promesso di riportare pace e sicurezza nel paese, gli attentati dell’Iskp sono una grave minaccia, perché rischiano di impedire al nuovo regime di consolidare il potere.


L’ufficiale taliban è seduto sul lato della strada principale. Il mio autista rallenta e, facendo un gesto con la mano, prosegue indifferente. Quando la guardia si alza in piedi siamo già oltre. Dato che non sembriamo sospetti, non reagisce. Una volta passati, capiamo che anche il check point successivo è chiuso e tiriamo un sospiro di sollievo. Poi attraversiamo altri villaggi vuoti con i camini spenti. “Abbiamo lavorato quarant’anni per rendere fertile e produttiva questa regione”, ci dice al mattino uno degli abitanti. In passato i villaggi oggi requisiti dai pashtun sono stati pascoli per il loro bestiame, ma nessuno ha i documenti che lo dimostrino. Anche durante il primo governo dei taliban alcuni villaggi del distretto di Gizab erano stati sgomberati.

Per tornare siamo obbligati a passare una notte a Sartgab, un villaggio che i taliban hanno occupato tre mesi prima e che, fatta eccezione per poche case, hanno dato alle fiamme. Il pretesto è che alcuni degli abitanti avevano lavorato per lo stato e in passato avevano opposto resistenza ai taliban. Gli abitanti del villaggio sono stati minacciati per fare in modo che non ne parlassero con nessuno e alcuni capi di bestiame sono stati bruciati. Ovunque si vedono vecchie macchine da cucire, l’unico strumento di lavoro delle donne del villaggio, di cui non rimane altro che un cumulo di rottami.

Il fatto che i pashtun reclamino la proprietà di tutti i villaggi fertili di Daikondi condanna gli hazara al rischio sistematico di espulsione. Un ragazzo commenta che se si pensa al futuro dell’Afghanistan e si fanno progetti a lungo termine si rischia d’impazzire, meglio fare come lui e pensare solo giorno per giorno. Ma la gente di Daikondi non può fare piani neanche per l’indomani mattina. Perché sa che da un momento all’altro potrebbe essere mandata via dalla sua casa.

Pelle dura

L’ultimo giorno, tornando indietro, passiamo dal distretto di Khadir dove ad agosto, prima della caduta di Kabul, le forze militari statali si sono scontrate con i taliban. Due taliban e quattro soldati dell’esercito afgano sono morti e undici persone si sono arrese. I taliban, allora, hanno istituito un tribunale straordinario e ucciso i prigionieri, tra cui due civili, compresa una ragazza di 17 anni. L’attuale governatore di Daikondi ha ucciso quattro persone: in quei giorni andava in giro per il villaggio dicendo che la sua missione era uccidere gli sciiti. “Se i taliban non si preoccupano della popolazione, non dureranno molto”, afferma un giornalista locale. “Noi siamo stanchi e non abbiamo voglia di fare la guerra. Ma le cose potrebbero cambiare”. Gli abitanti di Daikondi sono gente dalla pelle dura, e forse un giorno si stancheranno di tutto questo. “E se quello che è successo a Daikondi si ripeterà altrove nel paese o se continueranno gli attentati come quelli alla moschea sciita di Kunduz, per l’Afghanistan il futuro non sarà roseo”, conclude il giornalista.

Quando ho cominciato il mio viaggio in questa provincia, i miei compagni di viaggio afgani mi hanno messo in guardia: “Non abbatterti”. Più tardi ho capito che intendevano “non chiuderti in te stesso e non rattristarti”. Ora che scrivo queste righe, camminando per le strade di Kabul, la rabbia per gli oppressi di Daikondi mi stringe la gola. Vorrei poterglielo dire. ◆ ga

Questo articolo è uscito sul numero 1436 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati