In risposta al nuovo e ancora poco studiato coronavirus scoperto di recente a Wuhan, nella Cina centrale, il governo di Pechino ha deciso di isolare la città e una decina di altri centri, mettendo in quarantena circa 56 milioni di persone. Gli accessi alle città sono stati chiusi, tutti i mezzi di trasporto in entrata e in uscita sono stati fermati. Le scuole sono chiuse e le tradizionali celebrazioni del capodanno sono state sospese.

Altri governi hanno preso provvedimenti simili. Hong Kong ha vietato l’ingresso alle persone provenienti dalla provincia dello Hubei, dove si trova Wuhan, e ha istituito centri di isolamento in due villaggi vacanze per monitorare le persone che sono entrate in contatto con i portatori del virus. Pare che Zhong Nanshan, della Commissione nazionale per la salute cinese, abbia dichiarato che il modo più efficace per fermare il virus, che sembra sia diffuso da goccioline, è la quarantena. Ma è veramente così?

Wuhan, 27 gennaio 2020 (Getty Images)

A Wuhan, una città di 11 milioni di abitanti, sia le persone che credono di essere state contagiate dal coronavirus sia quelle affette da altri problemi di salute hanno difficoltà a farsi visitare da un medico. Quando scoppiano crisi come quella attuale le carenze di personale e di farmaci sono frequenti, e le quarantene aggravano la situazione. I cittadini si lamentano sui social network dell’inadeguatezza delle cure. La sfiducia nei confronti delle autorità sanitarie sta aumentando. Inoltre il sovraffollamento degli ospedali, dove le persone presumibilmente malate si mescolano a quelle sane, aumenta il rischio di trasmissione.

Qualcuno può aver tentato di fuggire dalle città colpite per rifugiarsi in zone più sicure. Altri forse si nascondono dalle autorità sanitarie. Sembra che una donna di Wuhan, che non voleva rinunciare al suo viaggio per il capodanno, abbia superato un posto di controllo assumendo degli antipiretici per abbassare la temperatura, e lo abbia raccontato sui social network dopo essere arrivata in Francia.

Uno dei problemi intrinseci delle quarantene è che alcune persone, considerando le restrizioni esagerate e vedendole come una privazione dei loro diritti, invariabilmente cercano di aggirarle. E questo può mettere a rischio la salute pubblica. Quindi le quarantene evitano la diffusione di una malattia o contribuiscono a diffonderla?

Alla fine le autorità sanitarie cinesi probabilmente diranno che se non avessero isolato le città ci sarebbero stati molti più casi. Ma questa affermazione non può essere dimostrata. E, a mio avviso, le quarantene decise dal governo cinese non metteranno fine alla crisi.

Molto spesso le autorità sanitarie agiscono in ritardo rispetto alla diffusione di un’epidemia. E quando non è così, i libri di storia dimostrano che tendono ad agire troppo rapidamente (a un costo altissimo) o in modo ingiusto (discriminando una parte della popolazione).

Da sapere
Le precauzioni più efficaci

◆ Molti esperti di malattie infettive affermano che le mascherine usa e getta economiche, che coprono il naso e la bocca, possono aiutare a prevenire i contagi se indossate e usate nel modo corretto. Ma ammettono che non ci sono molte prove scientifiche di qualità sulla loro efficacia al di fuori delle strutture sanitarie. La maggior parte degli studi riguarda infatti l’uso delle maschere chirurgiche per proteggere gli operatori sanitari negli ospedali. Gli esperti temono che la mascherina dia un falso senso di sicurezza. Inoltre la maggior parte delle persone non la usa correttamente: mette la mano sotto la maschera per grattarsi il viso o strofinarsi il naso portando i contaminanti a contatto con le narici e la bocca o la toglie se riceve una telefonata. La precauzione più importante rimane quella di non toccarsi il viso con le mani, lavarle spesso ed evitare il contatto con i malati.

Per ridurre il rischio di infezione l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di:

• lavarsi spesso le mani, con acqua e sapone per 20 secondi o con soluzioni alcoliche;

• starnutire o tossire in un fazzoletto o nell’incavo del
gomito;

• evitare di toccarsi gli occhi, il naso o la bocca senza essersi lavati le mani;

• evitare contatti ravvicinati con persone malate o che mostrano sintomi di malattie respiratorie;

• rimanere a casa se si hanno sintomi;

• fare attenzione a quello che si mangia (evitare carne cruda o poco cotta, frutta e verdura non lavate);

• pulire e disinfettare oggetti e superfici che potrebbero essere stati contaminati.

Oms, The New York Times


Lazzaretti discriminatori

Le leggi sulla quarantena – parola che deriva dall’italiano “quaranta giorni” – furono introdotte per la prima volta a Venezia nel 1370. Durante un’epidemia di peste bubbonica le autorità vietarono l’attracco di navi e lo sbarco di merci per il tempo che ritenevano necessario perché un’epidemia si estinguesse. L’efficacia di quel provvedimento non è mai stata studiata, ma la pratica è stata affinata nel corso dei secoli. Durante la rivoluzione industriale, per esempio, i paesi europei rafforzarono le quarantene con i “cordoni sanitari” , barriere di guardie armate che impedivano l’ingresso e l’uscita di chiunque poteva essere affetto da una malattia epidemica. Nell’ottocento, molte grandi città europee e americane avevano un “lazzaretto”, un’isola remota o una struttura di contenimento per isolare gli ammalati e i casi sospetti. Prima che fossero sviluppati vaccini efficaci, fleboclisi e altri farmaci, le persone segregate non venivano quasi mai curate e molte di loro morivano. Spesso le quarantene erano anche usate per isolare persone considerate sporche o indesiderabili.

Nel gennaio del 1892 scoppiò un’epidemia di tifo tra gli immigrati ebrei russi che vivevano nel Lower East Side di New York. Il distretto sanitario locale li radunò, insieme ad altri ebrei che per caso abitavano lì vicino, e centinaia di immigrati – ma nessun altro newyorchese ammalato o sospettato di esserlo – furono messi in quarantena in un accampamento sulla North Brother Island dell’East River. Alcuni contrassero il tifo solo perché erano stati ammassati con i malati.

Quello stesso anno William Jenkins, responsabile delle quarantene dello stato di New York, spedì su isole remote centinaia di ebrei arrivati dall’Europa orientale e dall’Asia nelle terze classi dei transatlantici. Il provvedimento puntava a impedire la diffusione di un’epidemia di colera scoppiata ad Amburgo, all’epoca il più grande porto del mondo, ma non si applicava ai passeggeri di prima classe. Jenkins fu molto criticato per questo e alla fine perse il lavoro.

Da sapere
Polemica sulla vignetta

◆ Una vignetta pubblicata dal quotidiano danese Jyllands-Posten, in cui le stelle della bandiera cinese sono sostituite dal coronavirus, ha suscitato l’ira di Pechino. L’ambasciata cinese ha preteso delle scuse, e sui social network è scoppiata la polemica. Il governo di Copenaghen ha difeso la libertà d’espressione del giornale (lo stesso che nel 2005 aveva pubblicato una discussa vignetta su Maometto) e **Politiken **ha deciso di ripubblicare la vignetta in prima pagina. “Bisogna essere nati in un regime dove vige la censura per credere di poter privare un giornale danese del diritto di satira”, commenta.


Nel 1900 le autorità di San Francisco reagirono a un’epidemia di peste bubbonica mettendo in quarantena i palazzi di Chinatown abitati soprattutto da immigrati cinesi. La misura non riguardò le persone nate negli Stati Uniti che abitavano dall’altra parte della strada. Alcuni medici sostenevano che fosse una malattia dei “mangiatori di riso” e non dei “mangiatori di carne”.

La pandemia di influenza del 1918-1919 uccise circa cinquanta milioni di persone in tutto il mondo, tra cui 750mila negli Stati Uniti. Nel 2007 coordinavo un gruppo di ricercatori che doveva indagare sull’uso di quelli che avevamo definito “interventi non farmaceutici” negli Stati Uniti durante quella pandemia. Studiammo 43 grandi città che avevano impiegato una combinazione di tre misure: isolare gli ammalati o i casi sospetti in ospedali o a casa; vietare gli assembramenti pubblici, in alcuni casi chiudendo strade e ferrovie; e chiudere le scuole. Scoprimmo che nelle città che erano intervenute prontamente, per periodi prolungati, e che avevano preso più di un provvedimento, il tasso di morbilità e di mortalità era stato più basso che nelle città che non avevano preso quei provvedimenti. Arrivammo quindi alla conclusione che in caso di gravi pandemie di influenza, gli interventi non farmaceutici dovrebbero essere considerati complementari ai vaccini, alla profilassi e alle cure, ma solo come ultima spiaggia e solo per le infezioni più letali, perché hanno gravi conseguenze sociali.

Nel 2009, subito dopo lo scoppio dell’influenza H1N1 in Messico, il ministero della sanità messicano mise subito in atto una serie di provvedimenti simili a quelli del 1918-1919. I casi sospetti furono isolati, le scuole chiuse e gli assembramenti vietati, compreso un torneo regionale di calcio. Anche se quei provvedimenti riuscirono a limitare i nuovi casi di influenza, dopo 18 giorni furono abbandonati, in parte a causa degli enormi costi economici e sociali, ma soprattutto perché si era scoperto che, sebbene il virus dell’H1N1 avesse circolato un po’ ovunque era letale quanto una semplice influenza stagionale (solo negli Stati Uniti l’influenza comune uccide ogni anno 35mila persone). Il governo messicano concluse, giustamente, che visto il numero relativamente basso di vittime (alla fine furono tra le 4.200 e le 12mila) le rigide misure adottate dovevano essere ritirate anche se la malattia avesse continuato a diffondersi.

All’inizio di un’epidemia può sembrare ragionevole cercare di contenerla imponendo misure di distanziamento sociale il prima possibile, per poi allentare i freni se le prove dimostrano che si sta esagerando. Le restrizioni graduali, imposte con fermezza e trasparenza, tendono a funzionare molto meglio dei provvedimenti drastici, soprattutto per ottenere la collaborazione dei cittadini, che è particolarmente importante per gestire correttamente le epidemie nel nostro mondo iperconnesso e globalizzato.

Oggi la Cina sta adottando il classico sistema della quarantena su una scala mai vista né studiata. Forse è una reazione comprensibile, se si considera il ricordo della Sars del 2002-2003 e le critiche rivolte all’epoca al governo per aver cercato di nascondere o di minimizzare la diffusione della malattia. Ma stavolta potrebbe aver esagerato e aver imposto un peso ingiustificato sulla popolazione. Nei primi giorni di un’epidemia, anche se i governi subiscono forti pressioni, ci sono ancora poche informazioni per prendere decisioni ben ponderate.

Il governo cinese, oltre a chiedere ai cittadini di mantenere la calma, restare a casa se ammalati, lavarsi bene le mani, ed evitare i luoghi affollati, deve aumentare gli interventi sanitari per occuparsi sia degli ammalati sia di quelli che temono di esserlo. Nel caso del coronavirus di Wuhan, come in quello di altre epidemie del passato, la quarantena potrebbe essere un provvedimento non solo tardivo, ma anche esagerato. ◆ bt

**Howard Markel **insegna storia della medicina all’università del Michigan.

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Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati