Da quando è sopravvissuto a un agguato di mafia, Giuseppe Antoci, 52 anni, dirigente bancario, non riesce più a dormire sonni tranquilli. “Più di ogni altra cosa mi mancano le cose semplici, quotidiane. Mangiare un gelato con le mie figlie, andare a cavallo o anche guidare l’auto. Tutto questo non è più possibile. Viviamo vicino al mare, ma sono cinque anni che non faccio un bagno. È orribile perdere la propria libertà di punto in bianco”.
Antoci sale sull’auto blindata davanti alla sua villa a Santo Stefano di Camastra, una località della Sicilia settentrionale. Era protetto dalla polizia già da due anni quando nel maggio del 2016 subì un attentato dal quale uscì illeso grazie all’auto blindata e all’intervento della scorta. Da allora le procedure per la sua protezione sono tra le più rigide d’Italia. È costantemente accompagnato da quattro poliziotti, mentre l’esercito sorveglia notte e giorno la villa in cui vive con la moglie e le tre figlie.
Nel 2013 Antoci fu nominato presidente del parco dei Nebrodi, riserva naturale di 86mila ettari distribuiti tra ventiquattro comuni. Una porzione importante di questi terreni demaniali era stata data in concessione agli agricoltori. Pochi mesi dopo Antoci si accorse che qualcosa non andava. “Quando pubblicavamo un bando per la concessione di un terreno agricolo o di un pascolo, spesso partecipava una sola azienda”.
Andando più a fondo si rese conto che da anni erano poche famiglie mafiose a spartirsi i terreni; gli agricoltori più piccoli non avevano partecipato alle gare, temendo ritorsioni. Tra il 1991 e il 2014 nel parco dei Nebrodi erano stati uccisi una quindicina di lavoratori agricoli e allevatori. Chi aveva provato a opporsi era stato ucciso dalla mafia, come accadde a Palmiro Calogero Calaciura, sindaco di Cesarò, assassinato nel 1992. Altri invece avevano subìto minacce, intimidazioni, ricatti o furti di bestiame.
Nuove regole
Antoci ha deciso di cambiare le cose obbligando chi chiedeva una concessione a presentare un certificato antimafia. All’epoca questi certificati erano obbligatori solo per contratti di valore superiore ai 150mila euro. “Per le cifre inferiori bastava un’autodichiarazione”, mi spiega. “Noti criminali, alcuni dei quali erano stati in carcere per reati di stampo mafioso, dichiaravano tranquillamente di non avere alcun legame con il crimine organizzato. Prima si procuravano un terreno in concessione e poi intascavano i fondi europei per l’agricoltura”.
I fondi rappresentano una miniera d’oro: nel 2019 gli agricoltori europei hanno ricevuto in tutto 40,5 miliardi di euro. Ogni anno l’Unione stanzia per l’Italia poco meno di quattro miliardi di euro per il sostegno diretto agli agricoltori. “Ma in Sicilia circa il 60 percento del denaro finisce nelle mani sbagliate”, riferisce il sostituto procuratore Pasquale Pacifico, nel suo ufficio presso il tribunale di Caltanissetta. Secondo Antoci, nell’ultimo decennio la criminalità organizzata siciliana si sarebbe impossessata di tre miliardi di euro. Ma nessuno conosce l’esatto giro d’affari.
Un ostacolo da eliminare
La mafia ha trovato nei fondi europei per l’agricoltura un’importante fonte di entrate legali. “Questi soldi hanno molti vantaggi per il crimine organizzato”, spiega Pacifico. “I rischi sono minimi, non c’è bisogno di ricorrere alla violenza e le probabilità di finire in carcere sono trascurabili”.
Secondo Umberto Santino, autore di diversi saggi sulla criminalità organizzata, i mafiosi delle campagne sarebbero stati aiutati a sfruttare il complesso sistema dei fondi europei. “Hanno ricevuto il sostegno di politici e professionisti (ragionieri e notai). Insomma della borghesia mafiosa”, spiega Santino nella sua abitazione a Palermo, che è stata trasformata in un centro di documentazione sulla mafia. “Se non avessero legami con questi notabili sarebbero semplici criminali”.
Ed è proprio a questi colletti bianchi che Antoci diede battaglia come presidente del parco. Le sue rigide disposizioni furono prima estese al resto della Sicilia e poi nel 2017 applicate in tutta Italia. Da allora è richiesto un certificato antimafia a chiunque chieda in concessione un terreno demaniale per un valore superiore ai cinquemila euro.
Il certificato è emesso a seguito di un controllo approfondito da parte della polizia e del ministero dell’interno. Può sembrare una normale misura cautelativa per un paese come l’Italia, caratterizzato da una radicata presenza della mafia, ma c’è voluto coraggio per promuovere una legge simile, e Antoci è stato sul punto di pagare il suo impegno con la vita.
◆ I fondi europei per l’agricoltura dovrebbero, tra le altre cose, garantire entrate eque agli agricoltori e contribuire alla lotta al cambiamento climatico. Ma queste buone intenzioni sono spesso vanificate da frodi miliardarie, nepotismo e falle nel sistema. I fondi costituiscono la più importante voce di spesa per la Politica agricola comune (Pac) dell’Europa. Tra il 2014 e il 2020 l’Unione prevede uno stanziamento di 408 miliardi di euro per il settore agricolo, circa il 39 per cento dell’intero bilancio europeo. A Bruxelles i tentativi di riformare il sistema incontrano la resistenza dei politici dei vari paesi dell’Unione, che privilegiano gli interessi dei loro elettori o spesso i propri.
Per questa inchiesta sono stati consultati ex collaboratori della Commissione europea, della camera di commercio europea, del parlamento di Strasburgo e dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode, oltre ad agricoltori, attivisti e magistrati.
De Standaard
La scorta di Antoci ci precede sulle strade del parco dei Nebrodi. Sulle montagne aleggia una foschia azzurrina. È un’immagine quasi fiabesca. “Sento ancora i brividi quando vengo qui”, dice Antoci mentre ci avviciniamo al punto dove la strada venne sbarrata con dei massi e gli aggressori aprirono il fuoco. “Grazie ad alcuni agenti coraggiosi si è evitato un bagno di sangue. Lo stato ha trionfato. Gli assalitori volevano prima bucare le gomme dell’auto e poi darle fuoco con bombe molotov, costringendoci a uscire. A quel punto ci avrebbero uccisi a uno a uno”. I poliziotti che per sicurezza stavano seguendo Antoci e la sua scorta intervennero riuscendo a mettere in fuga gli assalitori.
All’agguato non è seguita nessuna condanna. L’indagine è stata archiviata dopo due anni e Antoci è stato oggetto di una campagna di diffamazione: secondo alcuni non era stato vittima di un attentato mafioso. Ma per gli esperti di criminalità organizzata è indubbio che il presidente del parco dei Nebrodi stesse ostacolando i piani della mafia, sottraendole un patrimonio in fondi per l’agricoltura.
Anche la politica gli ha remato contro. Nel 2018, sei mesi prima della scadenza del suo mandato, Antoci è stato rimosso dal presidente della regione Nello Musumeci. “Una decisione che ha fatto comodo alla mafia”, sostiene lo storico Santino.
Operazione antimafia
Il 15 gennaio 2020 la procura di Messina ha ordinato 94 arresti e il sequestro di 151 aziende agricole nel parco dei Nebrodi. L’operazione antimafia ha il sapore di una riabilitazione per Antoci. Si stima che dal 2013 a oggi la mafia abbia sottratto dieci milioni di euro in fondi per l’agricoltura. È improbabile che questi soldi saranno recuperati, visto che sono stati trasferiti in conti a Malta, in Romania, in Bulgaria e in Lituania. Dall’indagine della procura è emerso il coinvolgimento di esponenti mafiosi del gruppo dei Batanesi e dei Bontempo Scavo.
I magistrati ritengono che le regole adottate da Antoci per la concessione dei terreni demaniali abbiano interferito con gli interessi della mafia. “Questa operazione è una vittoria”, spiega Antoci. “Al tempo stesso, però, la mafia è ancora più furiosa. Ora vogliono tutti il mio scalpo, dai nonni ai nipoti”.
Oggi Antoci fa di nuovo il dirigente bancario a tempo pieno, ma parla del suo impegno contro la mafia durante gli incontri che tiene in tutta Italia, in particolare nelle scuole. I quattro uomini della scorta lo seguono ovunque. Camminano alle nostre spalle mentre dopo una lunga giornata passeggiamo per il centro di Santo Stefano di Camastra. “Confesso che ho paura. Tutti i giorni”, dice Antoci. “Non sono un eroe e non voglio diventarlo. L’Italia non ha bisogno di eroi, ma di normalità. Io sono un uomo comune, un funzionario che ha fatto il suo dovere. Spero che arrivi un giorno in cui fare il proprio dovere sia la norma”. ◆sm
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati