L’idillio tra la leader di estrema destra Giorgia Meloni e l’elettorato italiano è terminato. Il 23 marzo la presidente del consiglio ha subìto la prima sconfitta elettorale in tre anni e mezzo, da quando nel 2022 ha vinto le elezioni legislative. Nel referendum sulla riforma della magistratura il no ha vinto con il 53,7 per cento. È un segnale politico forte che inaugura la fase finale prime delle elezioni legislative che si terranno nel settembre 2027, sempre che non vengano anticipate.
Finora per Meloni la legislatura era andata senza intoppi e senza il minimo calo nei sondaggi. Nonostante la solida maggioranza il governo ha portato avanti poche riforme importanti, ma almeno ha gestito con prudenza i conti pubblici e ha coltivato la propria immagine internazionale come migliore alleata di Donald Trump in Europa. Ma con la guerra in Iran tutto questo è crollato. Il suo rapporto con Trump è stato messo in discussione e si teme una profonda crisi economica in un paese che ha già un’economia stagnante.
Un paio d’ore dopo la chiusura dei seggi la presidente del consiglio ha ammesso la sconfitta con un video pubblicato sui social media e ha incassato il colpo. Una batosta per la coalizione di destra, visto che questa era stata l’unica grande riforma del suo programma approvata dal parlamento. “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”, ha detto Meloni.
Ed è proprio l’affluenza alle urne il dato più significativo di questo referendum, dato che Meloni ha sempre evocato la volontà popolare nel suo scontro con i giudici quando hanno emesso sentenze che hanno bloccato alcune iniziative del governo, come le deportazioni di migranti in Albania. Ma in questo scontro la maggioranza degli elettori non l’ha seguita. Il referendum ha sorpreso per l’altissima affluenza (58,9 per cento), quasi come quella alle ultime elezioni politiche (63,9 per cento) e ha superato quella alle elezioni europee del 2024 (49,7 per cento).
Confermato il suo nervosismo, Meloni ha fatto degenerare il dibattito dicendo che se avesse vinto il no sarebbero stati messi in libertà “immigrati illegali, stupratori, pedofili, narcotrafficanti”. Non aveva nulla a che vedere con la riforma su cui si votava, ma la destra era ormai arrivata al punto di presentarla in questi termini. È stata una strategia populista fallimentare, che anzi potrebbe aver mobilitato gli elettori di sinistra e che costringerà la coalizione di governo a riflettere. In attesa di analisi più approfondite, è evidente che anche una parte di elettori della destra ha votato contro la riforma. Decisivi sono stati i più giovani: il 61 per cento tra i 18 e i 34 anni ha votato no.
Capacità di mobilitazione
L’alta partecipazione, che smentisce i discorsi sul disinteresse per la politica e interrompe anni di forte astensionismo, è la prova che questo referendum si era trasformato in un’aspra battaglia politica. Anche al di là di del merito della riforma – la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, una questione tecnica ma di fondamentale importanza – siccome la riforma avrebbe modificato sette articoli della costituzione (dopo l’approvazione in parlamento senza una maggioranza qualificata per cui non è previsto un referendum) doveva essere confermata con un referendum senza quorum. Avrebbe quindi vinto chi avesse ottenuto un voto in più, dunque per governo e opposizione è diventato un test sulla capacità di mobilitare il proprio elettorato.
Il dibattito si è polarizzato fino a diventare quasi una lotta esistenziale, risvegliando gli elettori. Le questioni di fondo della riforma opponevano due mondi politici. La destra, in conflitto con la magistratura fin dai tempi di Silvio Berlusconi, ha presentato la riforma come una storica resa dei conti che avrebbe fatto giustizia rispetto a un consiglio superiore della magistratura considerato troppo politicizzato. Secondo l’opposizione era il primo insidioso passo verso il controllo politico della magistratura e verso una possibile deriva autoritaria. Meloni ha parlato di “un’occasione persa per modernizzare l’Italia”. L’opposizione di “una vittoria per la democrazia”.
Il referendum quindi è stato essenzialmente un voto a favore o contro il governo, in particolare contro la presidente del consiglio, che nelle ultime due settimane si era impegnata personalmente nella campagna elettorale e che quindi ora paga la propria esposizione. Si tratta di un forte segnale d’allarme per la coalizione di destra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia), e soprattutto per Forza Italia perché questa riforma era un punto chiave del suo programma, una battaglia storica fin dai tempi di Berlusconi, sostenuta da Meloni anche se nel suo partito non suscitava entusiasmo, e ancor meno nella Lega.
La presidente del consiglio ha avvertito mesi fa che il risultato non avrebbe influito sull’azione di governo e che in caso di sconfitta non si sarebbe dimessa, ma già a poche ore dal voto alcune voci hanno suggerito che forse dovrebbe prendere in considerazione questa possibilità. Tra queste voci c’è quella di Matteo Renzi, che nel 2016, quando era presidente del consiglio, lasciò l’incarico dopo aver perso un referendum su un’ambiziosa riforma istituzionale.
Il messaggio è chiaro
L’opposizione è euforica. Soprattutto Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, la cui leadership era stata messa in discussione. Anche lei si è spesa personalmente nella campagna elettorale e una vittoria del sì avrebbe potuto significare una sua sconfitta politica. Ma Schlein è uscita rafforzata da questa prova, decisiva per il suo futuro e quello del suo partito: “Da questa straordinaria partecipazione democratica Meloni e il governo hanno ricevuto un messaggio politico chiaro e ora devono riflettere, devono ascoltare il paese e le sue vere priorità”, ha dichiarato Schlein dopo la vittoria del no, aggiungendo che il risultato è andato “oltre le aspettative”. Si sono immediatamente accesi i motori in previsione delle elezioni politiche ed è riemerso il tema, sempre rinviato, di formare una grande coalizione di centrosinistra. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 stelle ha già proposto di organizzare delle primarie congiunte con il Partito democratico per scegliere chi candidare alla presidenza del consiglio. ◆ sc
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati