immigrazione
Un migrante minaccia di tagliarsi la carotide con un pezzo di vetro. Un altro chiede altri farmaci e si ferisce. Anche un altro fa la stessa cosa e un altro ancora prova a cucirsi le labbra con un filo di ferro. Uno dà fuoco ai suoi vestiti. E poi risse, rivolte e altri episodi di autolesionismo. Così per 48 giorni. È la ricostruzione delle sofferenze dei migranti rinchiusi nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) voluto in Albania dal governo italiano. Il periodo preso in esame va dall’apertura del centro, l’11 aprile 2025, fino al 28 maggio dello stesso anno.
Episodi rivelati ora per la prima volta da un’inchiesta dal giornalista Luca Rondi, della rivista italiana Altreconomia, che ha potuto avere accesso – dopo una lunga battaglia giudiziaria – alle annotazioni contenute nei documenti ufficiali degli operatori di Medihospes, la cooperativa incaricata dal governo Meloni di gestire il centro, che giorno dopo giorno hanno tenuto un registro degli “eventi critici” all’interno della struttura.
La documentazione, circa 40 pagine, è, come ha scritto Rondi, una sorta di scatola nera dell’inferno del “modello albanese”: un resoconto di prima mano della sofferenza quotidiana all’interno del centro che Roma ha presentato come esempio di gestione esternalizzata delle migrazioni. Un percorso lungo il quale si è incamminata l’Unione europea.
Il 23 aprile un detenuto cerca di suicidarsi “con uno straccio procuratosi da residui di vestiario”; un altro tenta di strangolarsi
Battaglia giudiziaria
I dati sono eloquenti: 54 incidenti nei primi giorni di funzionamento della struttura. Per la maggior parte sono atti di autolesionismo (22), seguiti dai tentativi di suicidio (12) e dalle proteste delle persone detenute (11). “Informazioni che dobbiamo leggere con cautela, perché ciò che emerge da questi documenti è probabilmente una versione edulcorata di quello che è realmente successo: non credo che Medihospes voglia mettersi in cattiva luce”, avverte Rondi, in un’intervista a questo giornale.
I documenti sono stati resi noti solo ora proprio perché le autorità italiane hanno tentato in ogni modo di impedirne la pubblicazione, secondo quanto spiegato da Altreconomia: si è arrivati al punto di “impugnare una sentenza del Tar del Lazio che nel novembre 2025 aveva riconosciuto il diritto di Altreconomia di poterli visionare. Il 23 marzo 2026 il consiglio di stato italiano ha chiuso la partita, confermando la sentenza di primo grado e smontando la linea del viminale che contestava la violazione della privacy dei reclusi”. Rondi ha presentato nuove richieste di accesso alle informazioni più recenti, ma sta ancora lottando per farsele consegnare dalle autorità.
L’ostilità del governo Meloni si spiega forse con l’orrore testimoniato e documentato dal personale di Medihospes. Appena due giorni dopo l’apertura, il 13 aprile 2025, quando i migranti trasferiti nel centro di Gjadër sono 40, il registro riporta otto episodi in 24 ore: un detenuto compie atti di autolesionismo perché vuole “un dosaggio superiore della sua terapia in atto”, è scritto nelle annotazioni. Poche ore dopo, alle 15.30, un altro detenuto si ferisce per lo stesso motivo. Poi due di loro arrivano “a una colluttazione fisica”. Un altro minaccia di tagliarsi la carotide con un pezzo di vetro e distrugge le strutture, anche lui perché vuole più psicofarmaci. Alle 23.30 scoppia una protesta violenta e alcune delle persone internate distruggono parti della recinzione perimetrale. La situazione torna sotto controllo solo dopo la mezzanotte. Ma per pochi minuti. All’una di notte un altro detenuto “compie nuovamente atti di autolesionismo”, come si legge nella documentazione.
Il 17 aprile è un’altra giornata simile. Uno dei reclusi “simula un tentativo di strangolamento con il lenzuolo in uso stretto al collo” e il mediatore culturale “lo convince a desistere”. Alle 16.00, un altro “con un residuo di filo tenta di cucirsi le labbra, perforandosi quello superiore e quello inferiore con un filo elettrico”. Poco dopo l’uomo arriva a “una violentissima colluttazione” con un secondo detenuto. Rifiuta le medicazioni del personale e accusa il compagno di detenzione di volerlo uccidere. Alle 21.20, un altro detenuto dà fuoco ai vestiti “provocando l’accensione dell’allarme antincendio” e meno di trenta minuti dopo un altro “crea con i lenzuoli monouso una corda simulando uno strangolamento”. Il 23 aprile, alle 13.00, un detenuto cerca di suicidarsi “con uno straccio procuratosi da residui di vestiario”; mezz’ora dopo, un altro dei reclusi “tenta di strangolarsi con materiale improvvisato”. Alle 17.30, alcuni detenuti sono sorpresi all’interno della loro cella “mentre preparano una corda”. Trenta minuti dopo, un altro tenta di impiccarsi.
Non serve a nulla
Sono sorprendenti anche gli scarsi risultati dell’esperimento albanese in termini di operatività. Dopo che dal 2024 i tribunali italiani in più occasioni non hanno convalidato il trattenimento dei migranti nei centri in Albania, e che Roma ha approvato un nuovo decreto per inviare lì i migranti già trattenuti nei dieci Centri permanenti per il rimpatrio presenti in Italia, “solo un gruppo di cinque migranti è stato rimpatriato direttamente dall’Albania verso l’Egitto. Peraltro, in modo illegittimo”, afferma Rondi. “In tutti gli altri casi, i migranti sono stati trasferiti dall’Italia all’Albania e poi riportati in Italia, il che è solo una crudeltà, perché aggiunge stress e sofferenza a queste persone”, prosegue il giornalista.
Secondo Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni che lavora nella sede italiana dell’ong Action Aid, l’Italia ha esportato in Albania una politica “sostanzialmente fallimentare, spendendo oltretutto una fortuna. I dati più affidabili che lo dimostrano sono quelli del decennio tra il 2014 e il 2024, periodo in cui l’Italia è riuscita a rimpatriare solo il 10 per cento dei migranti con provvedimento di espulsione”, spiega. Ecco perché Action Aid ha portato il caso davanti alla corte dei conti con un esposto di circa 60 pagine contro il governo Meloni, presentato a dicembre 2025, che non ha ancora ricevuto risposta.
“Lo abbiamo fatto perché riteniamo che questi trasferimenti non siano solo illegittimi, ma che sia evidente anche il danno erariale. Solo per la costruzione del centro in Albania il governo ha speso undici volte più di quanto costa realizzare una struttura equivalente in Italia: circa 74 milioni di euro, a cui andrebbero sommati i costi di trasferimento di poliziotti, personale e materiali dall’Italia, servizi medici e molto altro”, precisa Coresi. “Addirittura, dopo aver scoperto che il terreno era instabile, hanno dovuto installare circa settemila pali di cemento non previsti inizialmente, il che ha reso l’opera ancora più costosa. Tutto questo per un luogo che, sulla carta, avrebbe dovuto avere una capacità di centinaia di persone, ma fino allo scorso aprile aveva solo 96 posti disponibili”, afferma.
“In effetti, il centro albanese non serve a nulla”, afferma categorica Anna Pellegrino, avvocata dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). “Aggiunge sofferenza gratuita ai migranti che ci finiscono, li priva di un adeguato accesso al diritto alla difesa e perfino al sistema sanitario italiano, e tutto ciò senza risolvere nemmeno quello che il governo si è posto come obiettivo, cioè aumentare i rimpatri”, afferma Pellegrino, esprimendo anche la sua perplessità su quale sarà la destinazione finale con l’entrata in vigore del nuovo patto europeo su migrazione e asilo. “È un’incognita, perché la nuova legge prevede teoricamente che la competenza di questi centri di permanenza passi al paese dove sorgono, come nel caso del Ruanda, ma non è questo quello che Italia e Albania hanno firmato nel loro protocollo congiunto”, aggiunge, ricordando inoltre che il primo ministro albanese, Edi Rama, in passato si è detto contrario a quest’ipotesi. Il modello proposto dall’Unione europea è “ancora peggiore di quello italiano”, conclude Pellegrino. ◆ sc
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati