Sto portando avanti una ribellione silenziosa contro Amazon. Il colosso di internet possiede Goodreads, il principale servizio di catalogazione dei libri, ma è considerato un pessimo amministratore della piattaforma, basata su una tecnologia ormai superata. Frustrato dall’esperienza, ho usato l’intelligenza artificiale (ia) per farmi una versione personale dell’app Goodreads, relegando quella ufficiale a semplice infrastruttura.
E non sono solo nella mia ribellione. Mi sembra di trovare ogni giorno nuovi esempi di gente che usa l’ia per ricreare e modificare senza autorizzazione i software, che si tratti di riprodurre un’imitazione gratuita di Adobe Photoshop, di eliminare la pubblicità dalla smart tv, di fondere videogiochi o di far funzionare stampanti con dispositivi non supportati. Sta succedendo tutto talmente in fretta che gli avvocati non si sono ancora mossi per impedirlo, anche se in alcuni casi eclatanti di violazione del copyright mi aspetto che prima o poi lo facciano.
Quanto alla mia app Goodreads, è probabile che Amazon non sappia cosa sto facendo e che nemmeno gli interessi. L’ho costruita in modo da evitare lo scraping massiccio – la sistematica raccolta dei dati dal sito – che verrebbe individuato e bloccato facilmente. Muovendosi con prudenza, la mia app mira a simulare un utente umano e a non farsi notare.
Il che ci porta a un altro terreno di scontro relativo all’interazione tra utenti assistiti dall’ia e aziende: gli agenti. Un agente promette di navigare in rete e agire al posto nostro, per esempio facendo shopping o prenotando appuntamenti. Di recente sono stati lanciati diversi esempi tra cui Muse di Meta e Dots di OpenAi, e le aziende hanno cominciato a reagire: Amazon e JpMorgan Chase hanno impedito a Muse di accedere ai loro servizi. Ironia vuole che Meta si ritrovi su entrambi i fronti dello scontro: i suoi strumenti automatici hanno bloccato un account di protesta su Instagram dopo aver notato l’attività di uno strumento che “somigliava più a un bot che a un umano”.
Tutto questo parte da un dilemma ben più vecchio: dove finiscono i nostri diritti e dove cominciano quelli degli altri. Abbiamo assistito a questa dinamica ogni volta che una nuova tecnologia è sbarcata in rete, e alcuni casi del passato potrebbero illuminarci su quanto succederà con l’ia. Il primo riguarda una tecnologia a cui forse non pensate più: il browser.
Alla fine degli anni novanta i due browser principali erano Internet Explorer della Microsoft e Navigator della Netscape. Funzionavano in maniera leggermente diversa e spesso i siti suggerivano agli utenti quale dei due usare. Quando sono comparsi nuovi browser la Microsoft ha reagito: nel 2003, per esempio, ha impedito al rivale Opera di accedere al suo sito Msn. Infine, nel tentativo di aggirare il problema, i browser hanno cominciato a spacciarsi per altri browser. Oggi il diritto di usare il browser preferito ha di fatto vinto sul diritto dei siti di limitarli, anche se la comparsa delle app per smartphone ha restituito un po’ di potere alle aziende.
All’interno di questa battaglia ce n’era un’altra: gli adblocker, estensioni per bloccare gli annunci pubblicitari. Una volta che il vostro browser ha recuperato il codice html di un sito dovreste essere obbligati a visualizzarlo per intero sullo schermo? Quando i siti hanno cominciato a mostrare la pubblicità per guadagnare, gli utenti hanno reagito scaricando gli adblocker per riprendere il controllo del browser. Per tutta risposta le aziende hanno sviluppato nuove tecniche con cui mostrare gli annunci e gli adblocker si sono adeguati per rimuoverli. Oggi c’è una situazione di stallo, con circa il 30 per cento di utenti che blocca la pubblicità.
Soluzione intermedia
Infine c’è la nonna di tutte le battaglie sul copyright di internet: Napster, un servizio di condivisione che si usava per scambiarsi file musicali illegalmente. Nel complesso le aziende hanno vinto questa battaglia grazie a Spotify e ad altri servizi di streaming: con una facile alternativa legale la pirateria è scomparsa, e l’effetto collaterale è stato che quasi più nessuno possiede la musica che ascolta. Dopo le battaglie dei browser gli utenti l’hanno spuntata, il blocco degli annunci è in un’impasse e la musica in streaming sembra aver favorito le grandi aziende. Cosa succederà con l’ia? In questo caso la differenza sta nella decentralizzazione: come io l’ho usata per creare la mia app Goodreads potrebbe farlo chiunque, ciascuno in modo leggermente diverso. Bloccarle tutte senza limitare il normale accesso agli utenti sarebbe un’impresa monumentale. Il grosso dell’utilizzo dell’ia passa per grossi provider come OpenAi e Anthropic, e in teoria Amazon potrebbe chiedergli di creare un blocco per impedire la creazione di questi software (oppure fargli causa), ma io penso che sia improbabile. E comunque la disponibilità di modelli di ia aperti che chiunque può scaricare e far girare sul proprio computer la rende una battaglia persa.
Trovo invece più probabile una soluzione intermedia. Per quanto riguarda le modifiche dei software, quello che facciamo nel nostro computer sarà difficilissimo da impedire, ma una volta pubblicato in rete possiamo aspettarci di essere braccati dagli avvocati. Potremmo assistere alla condivisione di istruzioni che faranno fare all’ia il lavoro per noi in privato. Come nel caso dei browser, vinceranno le scelte individuali, ma saranno scelte ancora più personalizzate.
Per il software che finisce su internet, compresi gli agenti ia, ci saranno due livelli. Mi aspetto che prima o poi Meta e Amazon raggiungano un accordo per permettere a Muse di fare shopping per noi. Per chiunque usi un agente ia fornito dalle aziende, quello che si può e non si può fare sarà deciso dalle aziende, proprio come i servizi di streaming stabiliscono il modo in cui si ascolta la musica.
Ma perché mai dovremmo usare un agente ia fornito dalle aziende? Persone come me con un minimo di competenze tecniche usano già l’ia per creare i propri agenti indipendenti. Man mano che l’ia diventa più brava a scrivere software, l’asticella diventerà sempre più bassa. Penso che le aziende dovranno accettarlo come hanno fatto con gli adblocker. In futuro una buona percentuale di utenti che sembrano umani saranno invece bot personalizzati sotto mentite spoglie che operano a esclusivo beneficio dei rispettivi creatori. Questi agenti saranno ingovernabili, nel bene e nel male. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati