Paolo Zampolli ripete spesso questa frase a effetto: “Venti miliardi di dollari in venti minuti”. È un motto dell’uomo che si dice abbia presentato Melania a Donald Trump e che si sposta in aereo tra le capitali europee e del Medio Oriente, a volte con alti funzionari statunitensi, altre insieme a modelle da passerella.
“Il mio capo numero uno è il presidente degli Stati Uniti”, ha dichiarato Zampolli. “Ricevo le istruzioni dalla Casa Bianca, dal ministero del commercio e della guerra. Qualsiasi cosa per portare avanti il programma ‘America first’”.
Il 7 e 8 aprile, in veste d’inviato speciale degli Stati Uniti, era con il vicepresidente JD Vance in Ungheria, dove ha siglato un accordo per vendere energia nucleare. Pochi mesi prima era in Uzbekistan a promuovere gli aerei della Boeing. “Sono diventato il secondo venditore al mondo della Boeing, dopo il presidente. Non sono pagato, ma è così”, ha detto. La Boeing non ha confermato di avergli affidato questo ruolo. Ma la battuta è nel classico stile Zampolli.
L’evoluzione di quest’uomo, da frequentatore dell’alta società di New York ed ex agente di modelle a inviato giramondo per conto della Casa Bianca, offre uno spaccato di come il presidente Donald Trump esercita il potere transazionale. I suoi fedelissimi sono impiegati come intermediari in un sistema in cui relazioni diplomatiche e accordi commerciali spesso si confondono.
La vicinanza al potere di Zampolli è finita sotto indagine. Di recente il New York Times ha scritto che l’imprenditore avrebbe fatto pressione sull’ Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione, per far espellere dal paese la sua ex compagna Amanda Ungaro, un’ex modella brasiliana. Nell’articolo si suggerisce che Zampolli potrebbe aver usato i suoi legami con la Casa Bianca per colpire la donna, che per oltre vent’anni è stata la sua compagna e con la quale ha una disputa per l’affidamento del figlio.
Zampolli ha liquidato la vicenda ribadendo di non aver chiesto nessun favore, ma di aver semplicemente preteso chiarezza sul caso.
Il clamore, in ogni caso, non ha ostacolato la sua capacità di costruirsi un ruolo per facilitare accordi a vantaggio degli Stati Uniti di Trump.
Il viaggio in Uzbekistan è un perfetto distillato dell’approccio di Zampolli. I funzionari del paese centroasiatico in un primo momento pensavano di fare un ordine alla Boeing per quattro miliardi di dollari. Lui si è opposto. “Ho detto: ‘Siete pazzi? Non chiamo il mio capo per quattro miseri miliardi di dollari. Voglio cinquanta miliardi’”.
Nel giro di poche ore, secondo Zampolli, le due parti hanno raggiunto un accordo per venti miliardi di dollari. “Venti miliardi di dollari in venti minuti”, ripete, con un forte accento italiano. “Ho lavorato a molti altri accordi… Accordi piccoli di cui mi vergogno a parlare perché valgono meno di un miliardo”.
Aspetti pratici
La realtà è ben diversa. A settembre Trump ha annunciato che la Uzbekistan Airways aveva concordato l’acquisto di 22 aeroplani per un valore totale di oltre otto miliardi di dollari, con l’opzione di poterne eventualmente acquistare di più. In seguito Trump ha dichiarato che l’Uzbekistan avrebbe investito “più di cento miliardi di dollari” nell’industria statunitense.
◆ 1970 Nasce a Milano.
◆ 1988 Suo padre, proprietario della ditta di giocattoli Harbert, muore mentre sta sciando.
◆ 1994 Si trasferisce a New York per fare l’agente di modelle. Conosce Donald Trump, con il quale comincia a fare affari.
◆ 2025 Viene nominato da Trump inviato speciale per le partnership globali.
◆ 2026 Propone alla Fifa di escludere l’Iran dai Mondiali maschili di calcio e di far partecipare al suo posto l’Italia.
“È stato il presidente e lui soltanto a chiudere l’accordo Boeing con l’Uzbekistan Airways per l’acquisto di 22 aerei Dreamliner nella telefonata del 5 settembre 2025 con il presidente Shavkat Mirziyoyev”, ha riferito un funzionario del dipartimento di stato di Washington. “Trump ha messo insieme una squadra solida per realizzare il suo programma America first e far avanzare i nostri interessi nazionali”.
Zampolli ha anche pubblicizzato una recente intesa per l’apertura di un “parco Donald J. Trump” nella città di Bucarest, la capitale della Romania, per festeggiare il 250° anniversario dell’indipendenza statunitense.
Come il presidente degli Stati Uniti, di cui imita lo stile, Zampolli non è bravo con i dettagli e tende a minimizzare gli aspetti pratici dei suoi accordi. “Metto insieme le persone, creo partnership globali. Poi bisogna occuparsi dei dettagli. E quello è il momento in cui entrano in gioco i ministri”.
Tuttavia la logica della sua diplomazia è più semplice e più rivelatrice.
“Quando le persone mi vedono, vogliono qualcosa. Vogliono l’accesso al presidente”, racconta. “Io gli dico: ‘Acquistate i Boeing’. Se vuoi fare felice il presidente, acquista un Boeing. È la cosa più facile del mondo”. La Boeing non ha voluto commentare. La Casa Bianca ha rinviato al dipartimento di stato una nostra richiesta di commento.
Zampolli non fa mistero del suo ruolo. Gran parte della sua attività da inviato è documentata sul suo profilo Instagram, un unico reel ininterrotto di incontri, strette di mano e accordi.
Molto prima di concludere affari per conto di Washington, era un’istituzione della vita notturna e del mondo delle modelle nella New York di fine anni novanta, un impresario gradasso la cui fiducia in se stesso spesso superava la sua padronanza dell’inglese.
Nell’ottobre 2001 Vanity Fair pubblicò un ritratto a tutto tondo, prendendosi gioco e al tempo stesso meravigliandosi della sua improbabile influenza sui giri sociali e modaioli della città.
“La presenza di Zampolli su ‘Page six’, la rubrica del gossip sul New York Post (che lo descrive come “magnate delle modelle”) è superata solo da quella della ‘passionale ereditiera degli hotel’ Paris Hilton”, scriveva Vanity Fair nell’articolo, intitolato “Ze-e E-e-en credible Paolo!”, l’incredibile Paolo.
All’epoca Zampolli, erede di una famiglia italiana attiva nel settore dell’acciaio e delle ferrovie che sostiene di essere imparentata alla lontana con la dinastia degli Agnelli e perfino con un papa, concluse l’affare che avrebbe definito la sua vita. Ha raccontato che nel 1998 aveva presentato a Trump una giovane modella slovena, Melania Knauss, durante una festa della settimana della moda.
Diplomazia parallela
Il ruolo di Zampolli nella storia delle origini della coppia presidenziale degli Stati Uniti è diventato di pubblico dominio negli ultimi giorni, dopo che il 9 aprile Melania Trump ha convocato una conferenza stampa a sorpresa in cui ha negato qualsiasi legame con Jeffrey Epstein e ha dichiarato che il finanziere condannato per pedofilia, morto in carcere nel 2019, non aveva avuto alcun ruolo nell’incontro con il marito.
Poco dopo Amanda Ungaro, l’ex compagna di Zampolli, ha insinuato su X che Melania Trump avesse dei legami con Epstein, ma in seguito ha cancellato i post. Zampolli come al solito ha minimizzato. “E cosa dice Jeffrey Epstein di me? ‘È un problema, stai alla larga’. E di sicuro mi odiava. Nei documenti di Epstein non ci sono rivelazioni tipo ‘Se vuoi una prostituta chiama Paolo’, o ‘Paolo è sull’isola’. No, non mi ci ha mai invitato”.
In un’amministrazione Trump che valorizza lealtà e risultati più delle procedure, Zampolli incarna una sorta di diplomazia parallela: informale, incentrata sulla personalità di chi fa le trattative e sugli accordi. L’effetto è il crollo delle distinzioni alla base della politica estera statunitense: tra arte di governare e arte di vendere, tra funzione pubblica e reti private, tra diplomazia e conclusione di accordi.
Per Zampolli non ci sono contraddizioni. La frase a effetto resta la stessa, che ci si trovi in un ministero di Budapest o in una capitale centroasiatica: grandi numeri, tempi rapidi e un messaggio molto chiaro su come ottenere sempre quello che si vuole. “Comprate americano”, dice. E se questo non funziona: “Venti miliardi di dollari in venti minuti”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati