“Per ora teniamo duro, ma sappiamo tutti di avere davanti dei giorni difficili”. Il volto è tirato e lo sguardo assente, Giuseppe Foti si esprime con la voce stanca di chi non si fa un’intera notte di sonno da troppo tempo. Il direttore del reparto di malattie infettive dell’ospedale di Reggio Calabria, la più grande città della regione, è in prima linea nella lotta alla seconda ondata della pandemia di covid-19, e non cerca di sminuire la gravità della situazione.
“L’ospedale ha rinviato tutto quello che poteva essere rinviato e servizi come oncologia ed ematologia sono stati trasferiti a quattro chilometri da qui. Al tempo stesso abbiamo raddoppiato la disponibilità di letti in terapia intensiva e stiamo aumentando i posti letto in generale. Ma nel momento in cui parliamo, nel mio reparto ci sono otto pazienti a letto che sono stati messi in corridoio in attesa di una stanza”, osserva Foti.
Dopo il decreto del 3 novembre del presidente del consiglio Giuseppe Conte, la Calabria è stata una delle prime regioni italiane a diventare zona rossa. “Ma qui il problema è più legato alla capacità di risposta del sistema sanitario, che al numero assoluto di persone contagiate”, continua il medico.
Infiltrazione criminale
Ovunque in Italia il bilancio dell’epidemia si è pericolosamente aggravato negli ultimi giorni. Con 38mila pazienti ricoverati a livello nazionale (dati del 22 novembre), il picco di aprile è già stato superato e i 4.800 morti registrati in Italia dal 16 al 22 novembre ricordano i momenti più difficili della prima ondata. Ma la grande differenza rispetto a quello che è successo in primavera è che questa volta è l’intero paese a essere colpito.
Il problema è che le risorse in materia di infrastrutture sanitarie sono distribuite in modo molto disuguale tra nord e sud del paese, e questo significa che gli ospedali del sud devono affrontare le situazioni più difficili, anche se la maggior parte dei malati si trova al nord.
Le immagini di Napoli, dove per mancanza di letti ad alcuni pazienti viene somministrato l’ossigeno direttamente nelle loro auto, nel parcheggio dell’ospedale Cotugno, hanno terrorizzato l’Italia mostrando la portata delle disuguaglianze regionali in campo sanitario.
Per quanto riguarda la Calabria, la differenza rispetto alla primavera è evidente: su 222 morti registrati dalla protezione civile dall’inizio della crisi, cinquanta risalgono agli ultimi sette giorni. In valore assoluto queste cifre restano modeste, ma sono sufficienti per mettere in difficoltà il già precario equilibrio locale.
In Italia la sanità è di competenza delle regioni e il sistema sanitario calabrese, compromesso da un alto indebitamento e da pesanti sospetti d’infiltrazione mafiosa, è affidato dal 2010 a un commissario straordinario. In dieci anni nessuno dei problemi strutturali della Calabria ha ricevuto una risposta anche minima.
Nel 2007 era stato firmato un contratto tra lo stato e la regione per la costruzione di cinque ospedali, così da risolvere il problema della mancanza di letti (in seguito il numero degli ospedali da costruire è stato ridotto a tre) tredici anni dopo, questo accordo è ancora lettera morta.
Come se non bastasse, sono state smantellate diverse strutture ospedaliere. La piana di Palmi, che ha più di 160mila abitanti, è una delle zone più trascurate della regione. I quattro piccoli ospedali che esistevano ancora agli inizi degli anni duemila, sono stati “retrocessi” a case di cura e il cantiere dell’ospedale previsto dal contratto stato-regione del 2007 non è ancora cominciato. “Da più di dieci anni i commissari straordinari che gestiscono la sanità regionale continuano a chiudere le strutture mediche e a incoraggiare la riduzione del personale, che non viene più sostituito”, accusa lo scrittore Mimmo Gangemi, ex dirigente dell’azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria, che ha assistito in questi ultimi anni al lento smantellamento del sistema.
Turismo sanitario
Da diverse settimane il posto di commissario è vacante e il feuilleton della sua assegnazione ha provocato in tutto il paese ironia e costernazione. All’inizio di novembre Saverio Cotticelli, che era commissario dal 2018, è stato costretto a dimettersi dopo una disastrosa intervista televisiva, nella quale non era riuscito a dire quali erano le disponibilità della regione nei reparti di rianimazione e sembrava scoprire in diretta che avrebbe dovuto elaborare un piano di emergenza contro il covid-19.
Il suo successore, Giuseppe Zuccatelli, ha dovuto rinunciare dopo pochi giorni, quando si è scoperto che in primavera aveva dichiarato che le mascherine non servono a nulla. Il terzo candidato interpellato, l’ex rettore dell’università romana La Sapienza Eugenio Gaudio, ha subito gettato la spugna affermando che sua moglie “non vuole trasferirsi a Catanzaro”.
A rendere ancora più nero il quadro generale, il presidente del consiglio regionale Domenico Tallini, di Forza Italia, è stato arrestato il 19 novembre con l’accusa di appropriazione indebita in collegamento con la ’ndrangheta.
Di fronte a questa situazione kafkiana, in piena emergenza sanitaria, il governo ha chiesto aiuto al chirurgo Gino Strada, fondatore dell’ong Emergency, per organizzare degli ospedali da campo nella regione. Come in un paese in guerra.
Il personale sanitario calabrese, abituato da anni a funzionare con pochissimi mezzi a disposizione, sta dimostrando una grande inventiva di fronte alla crisi. A Gioia Tauro per esempio, nella piana di Palmi, una struttura con quaranta letti per malati covid è stata aperta in pochi giorni con il sostegno della Croce rossa italiana. Ma il personale manca di tutto. “Da anni i commissari ci tolgono tutte le risorse, ma si guardano bene da mettere fine ai veri sprechi, alle fatture pagate più volte o alle spese aberranti, come per esempio un locale amministrativo di tremila metri quadrati a Palmi. Ci lavorano solo venti persone. È stato pagato duecentomila euro all’anno a un proprietario che gode di grandi protezioni”, confida in un parcheggio deserto un abitante rassegnato che vuole mantenere l’anonimato.
In caso di malattia grave i calabresi, come milioni di altri abitanti dell’Italia del sud, si sono abituati da anni a prendere l’aereo per andare a farsi curare nelle strutture più efficienti di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Questo turismo sanitario interno, in costante aumento, ha un costo esorbitante per le regioni più povere del paese e al tempo stesso aumenta le risorse di quelle più ricche – si stima che ogni anno le regioni del sud versino a quelle del nord cinque miliardi di euro in indennità – alimentando ancora di più lo squilibrio.
Ma in tempo di pandemia non si può andare da una regione all’altra e i cittadini calabresi si sentono abbandonati a loro stessi, consapevoli del fatto che gli ospedali locali hanno a malapena i mezzi per curarli. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati