“Solo ora, con la mia mano bruciata, ho il diritto di scrivere sulla natura del fuoco”. La frase è di Gustave Flaubert. Doris Salcedo conosce la scia della fiamma e sa dove arriva la sua combustione. È da una vita che alimenta fuochi con le sue opere per convincere gli indifferenti a volgere lo sguardo verso gli oppressi. Sa che l’arte agisce con lentezza. Ma questo per lei non è un problema. Lo accetta, serve ad alimentare la sua ribellione.
Basti pensare alla sua ultima opera, Fragmentos, realizzata in collaborazione con venti donne vittime del conflitto armato colombiano. L’opera è stata inaugurata a Bogotá il 10 dicembre 2018. Si tratta di uno spazio espositivo il cui pavimento è stato fatto fondendo il metallo di 37 tonnellate di armi consegnate dai guerriglieri marxisti delle Farc dopo l’accordo di pace firmato con il governo colombiano nel 2016. Sarà un’altra tappa nella carriera di questa colombiana di sessant’anni, l’artista latinoamericana più stimata e conosciuta al mondo.
L’accordo prevedeva, tra le altre cose, la creazione di tre opere d’arte. In questo modo i firmatari volevano evitare che il conflitto che per sessant’anni ha tenuto sotto scacco il paese venisse improvvisamente dimenticato. I luoghi scelti per ospitare le opere erano L’Avana, a Cuba, New York e Bogotá, la capitale in cui per anni si sono avvertite le terribili conseguenze del conflitto armato. “È un antimonumento”, dice Salcedo spiegando la sua opera. C’incontriamo ad Arequipa, in Perù, dov’è venuta per partecipare all’ultima edizione dell’Hay festival. “La prima cosa che ho pensato quando mi hanno chiamato per offrirmi l’incarico è stata: ‘No, grazie’. Non volevo lavorare con un materiale che ha causato così tanto dolore. Poi ho cambiato idea. Ho pensato che le armi non dovevano diventare un monumento, ho distrutto questo concetto. E non volevo costruire un’opera gerarchica, perché non ci dev’essere una versione unica della storia”.
Per questo Salcedo ha deciso di costruire un pavimento da calpestare, senza timore delle ambiguità che una scelta del genere poteva creare. A partire, per esempio, dal fatto che i visitatori camminano sopra le armi. “Un pavimento per costruire una nuova Colombia e calpestare quegli strumenti di violenza. Cercavo proprio questa doppia lettura”. Se quest’idea attecchisce, bene, pensa l’artista: “Se potessi, fonderei i fucili e le pistole di tutto il mondo. Quando abbiamo gettato tonnellate di armi in un forno ho provato una sensazione forte. Fragmentos dovrebbe diventare un modello”, aggiunge. Ci sono problemi che mettono in pericolo l’accordo di pace, secondo Salcedo. “La società colombiana prestava attenzione ai guerriglieri quando combattevano, ma da quando le Farc hanno consegnato le armi gli ex combattenti vengono maltrattati e l’intesa che il governo ha raggiunto con loro non viene rispettata. È una vergogna vedere come si stanno comportando i politici. Dopo il disarmo, gli ex guerriglieri devono essere considerati cittadini colombiani come tutti gli altri, non cittadini di seconda classe. Altrimenti avranno la meglio il rancore, la vendetta e l’umiliazione”.
Un’idea di collettività
Salcedo ha riflettuto a lungo su questi temi. L’ha fatto anche insieme alle vittime. Nella lunga lista di atrocità che queste persone hanno subìto ci sono anche le violenze sessuali. Per questo alla costruzione del pavimento hanno partecipato venti donne che hanno vissuto in schiavitù e sono sopravvissute agli stupri di gruppo. “L’idea di collettività ha segnato tutto il percorso dell’opera. La reazione di queste donne è stata quella che immaginavo”. A sorprendere l’artista, però, è stata la loro consapevolezza: “Sapevano che stavano dando forma alla storia colombiana”.
Nonostante le interviste, le ricerche e gli studi che ha condotto, Doris Salcedo confessa che c’è qualcosa che non ha ancora capito. “Non riesco a concepire lo stupro, l’abuso”. Questa cosa però non le crea frustrazione. “L’arte è solo un modo per fallire meglio, per citare Samuel Beckett. Non esistono i trionfi, ma modi diversi di farsi domande, di fare sempre più chiarezza per capire la realtà”. Lei ha cercato di mettersi nei panni degli aggressori, dei loro impulsi irrazionali e perversi: “Non possiamo attribuire un significato a quello che questi uomini hanno fatto. Per questo è così pericoloso”. Ma l’artista ha capito che la violenza verso chi ha subìto abusi è quotidiana. “Noi non siamo innocenti. Abbiamo scelto di non sapere, di girarci dall’altra parte”.
“Sento di avere una responsabilità, in un paese come la Colombia, in cui c’è molta violenza, anche se io non l’ho mai subita”
Da qui nasce la voglia di dare spazio al tema. “Volevo far vedere in che modo straordinario le donne ricostruiscono la loro vita giorno dopo giorno. Per loro dormire la notte o fare colazione senza avere un attacco di panico è un trionfo. Aver portato a termine qualcosa alla fine di una giornata è un’impresa”. Così è nata Fragmentos, ma anche diverse opere precedenti, come Tabula rasa, che era un semplice tavolo di legno ricostruito. “Ho capito che dovevo fare a pezzi quel tavolo e ricomporlo, come una metafora di queste donne che sono state uccise in vita”, spiega.
Le ferite del conflitto
Salcedo di solito lavora lentamente, ma Fragmentos richiedeva un ritmo un po’ diverso. In poco meno di un anno ha scelto lo spazio, ha progettato l’opera e l’ha eseguita. Il museo si trova in una strada un po’ nascosta accanto al palazzo presidenziale di Bogotá. È fatto di spazi diafani intercalati da rovine di fango, nei quali è stato piazzato il pavimento costruito con le armi.
L’architetto Carlos Granada e Salcedo hanno ideato il luogo nel quale hanno lavorato senza sosta più di trenta persone del suo laboratorio e le venti donne vittime della violenza. Insieme hanno elaborato una diagnosi profonda delle ferite della guerra. “La storia colombiana è squilibrata, e questo ha alimentato il conflitto. È diventato più lungo, più radicale e pieno d’odio”. Dalla cecità era necessario passare alla luce. “La Colombia è caduta in una logica da guerra fredda ed è diventata un bastione comunista. Si è radicalizzata. Anche per colpa dell’esercito, la distanza tra le parti è cresciuta fino a rendere impossibile un compromesso”.
Secondo Salcedo molti fattori hanno inciso sulla situazione: “Il classismo, il razzismo e il maschilismo. Le situazioni di emarginazione. Tutti si ribellano alle politiche moderate. La società crea sempre degli esclusi, e gli esclusi finiranno sempre per ribellarsi e vendicarsi”. Adesso Doris Salcedo pensa che ci si debba concentrare sulla pace. “Abbiamo distrutto 37 tonnellate di armi attraverso il dialogo, non dobbiamo dimenticarlo. Ce la possiamo fare”.
La paura dell’incomprensione colpisce tutti i fronti: “Alle Farc non è piaciuta l’idea alla base di Fragmentos”, confessa. “Non vogliono che le persone camminino sulle loro armi, né che si parli della violenza sessuale. Ma la nostra opera non è un atto d’accusa, vuole essere un’occasione per favorire il dialogo”.
◆ 1958 Nasce a Bogotá, in Colombia.
◆ 1984 Frequenta un master in belle arti a New York.
◆ 1995 Vince il prestigioso premio Guggenheim fellowship per le arti visive.◆ 2005 La sua installazione Abyss viene esposta al castello di Rivoli, in provincia di Torino.
Dopo Fragmentos, Doris Salcedo sta continuando la sua missione, dedicandosi allo studio costante del lutto, un tema al quale ha dedicato tutta la sua carriera. “Riesco a concepire il lutto solo nell’ambito del conflitto armato. La morte naturale è confortante, ci rende più umani. Ma io lavoro sul lutto imposto, obbligato, quello della violenza politica, che ti distrugge”. Da questo concetto sono nate opere che hanno colpito il mondo per la loro forza, la rabbia e la capacità di denuncia. Come quella che dieci anni fa ha occupato la Turbine hall della Tate modern di Londra. S’intitolava Shibboleth ed era una crepa che attraversava il pavimento del museo e invitava i visitatori a guardare l’abisso. Con l’opera Salcedo creava un’allegoria del razzismo – “che continua a far muovere il mondo”, dice – in un tempio moderno che ne è la prova. “Quando sono arrivata lì, nel museo fondato da Henry Tate, uno schiavista che costruì la sua fortuna sulle piantagioni in Giamaica, ho immaginato questa crepa. Mi è venuto in mente qualcosa di perverso e meraviglioso per mostrare come quello stesso edificio si fondasse sul razzismo”.
Non tutti la presero bene. I responsabili del museo si divisero. Cercarono di bloccare il progetto, che però andò avanti. Al punto che oggi nella Turbine hall resta una cicatrice della crepa. “Dovevo rompere il museo, era fondamentale mostrare quella ferita, obbligarli a guardare per terra, perché lì sotto c’eravamo noi, i declassati, nel cuore culturale dell’Europa”. Salcedo ha fatto lo stesso nell’estate del 2017 a Madrid. Quando nel 2010 ha vinto il premio Velázquez, il museo Reina Sofía le aveva commissionato un’opera. Per lei c’è un collegamento diretto tra il luogo destinato ad accogliere le sue creazioni e le creazioni stesse. In quel caso ha guardato verso lo Stretto. In quella tomba d’acqua confluiscono tutte le sue ossessioni: la frontiera insuperabile, il razzismo, la disuguaglianza, l’abuso, la morte anonima e, quindi, il dolore. È così che ha concepito Palimpsesto, un omaggio ai migranti che naufragano nel Mediterraneo. I nomi di centinaia di vittime emergevano da una superficie e restavano disegnati per un attimo con delle lettere fatte d’acqua. Poi sparivano.
L’artista è appena stata in Pennsylvania, negli Stati Uniti, per lavorare a un progetto sui bambini migranti irregolari allontanati con la forza dai loro genitori e parenti negli Stati Uniti. “È la cosa più terribile avvenuta nel mondo dopo l’olocausto”, commenta.
Nonostante lavori sempre con il dolore, l’artista trova un senso in quello che fa: “Sento di avere una missione. Ci sono molte cose da raccontare da una prospettiva poetica e filosofica, perché l’essere umano è complesso. L’arte deve contenere molti strati, non fermarsi alle informazioni che la ispirano. Deve creare qualcosa di elevato”.
Fuori dal tunnel
Salcedo non si abbandona al nichilismo, nonostante la desolazione contenuta nelle sue opere. “Penso di avere una responsabilità, in un paese come la Colombia, in cui c’è molta violenza, anche se io non l’ho mai subita direttamente. Gli artisti però devono sentirsi coinvolti in quello che vedono. Un’esperienza come quella dell’olocausto non può finire con la morte dei sopravvissuti ai campi di concentramento. La memoria deve essere alimentata continuamente”.
Nonostante tutto, il dolore brucia. “Non c’è modo di difendersi. Vivo da trent’anni immersa nel lutto, cercando di sopravvivere”, spiega Salcedo. “Non si può uscire dal tunnel, ma si trovano eroi per strada. Chi soffre illumina la nostra via. Sono persone preziose, che continuano a darci degli insegnamenti. Io non posso lamentarmi, perché a me non succede niente. Ascolto e cerco di raccontare in modo fedele le cose che gli succedono. Non credi che, più che un disagio, questo sia un dono?”. ◆ fr
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati