Vorrei scrivere qualche parola per i miei non meglio definiti amici non eterosessuali e dalla pelle scura, voi che siete stati al centro di questa campagna elettorale eppure stranamente invisibili.

È normale che vi sentiate soffocare. Non è strano che andiate in giro in preda alla paura per il futuro e con la sensazione di non avere scelta. Perché se siete nati qui siete dei traditori della nazione, se siete nati all’estero dovreste essere espulsi. Se lavorate ci rubate i posti di lavoro, se non lavorate rubate allo stato sociale. Se restate nel vostro quartiere non vi volete integrare, se vi spostate in un altro quartiere fate calare il valore degli immobili. Se parlate con un accento straniero siete ignoranti, se parlate correttamente siete falsi.

Un seggio a Rinkeby, 9 settembre 2018 (Jonathan Nackstrand, Afp/Getty)

Se amate in senso inclusivo siete dei sodomiti e dei traditori della razza, se amate in modo tradizionale allora dobbiamo preoccuparci perché potreste rubare le nostre donne o sedurre i nostri uomini. Sappiamo che potrebbe succedere in un batter d’occhio: improvvisamente i nostri nipoti torneranno a casa con valori che non sono i nostri, useranno nuove parolacce, parleranno a voce più alta e gesticoleranno in modo più vistoso, balleranno a tempo e cominceranno a offrire da bere nei bar senza rispettare i turni.

Se praticate la religione dei vostri genitori siete dei barbari oppressori delle donne, se praticate la nostra religione ci chiediamo se siete dei veri credenti o se invece siete venuti in chiesa solo per ottenere un permesso di soggiorno, rubare le offerte o sedurre l’organista.

Se rispettate la legge siete invisibili, se commettete un crimine diventate fosforescenti. Se un milione di voi va da Konsum, compra banane biologiche, sceglie accuratamente il pane, si allena da Friskis, guarda Masterchef Svezia, innaffia le piante del vicino, prenota la lavanderia automatica e va in piscina in bicicletta, allora siete soli. Quando uno di voi commette uno stupro, dà fuoco a una macchina o si fa saltare in aria, è un milione.

Eppure non vi arrendete.

Un’amica si offre come scrutatrice per le elezioni (e un uomo si rifiuta di consegnarle la scheda perché vuole essere aiutato da uno “svedese”).

Una seconda amica s’impegna per garantire ai giovani il diritto di frequentare la scuola (e mi manda la foto dell’adesivo che l’organizzazione nazista Nrm ha attaccato alla sua porta).

Un terzo amico non fa nulla di speciale, si limita a cercare di vivere la sua vita, paga il mutuo, esce con il suo nuovo ragazzo. Quando sono in centro si tengono per mano, ma quando si avvicinano al quartiere del ragazzo si lasciano, perché non vale la pena di rischiare.

Un quarto amico ammette che la campagna elettorale gli è entrata in testa, si è accorto che il veleno comincia a fare effetto e che gli vengono strani pensieri quando vede persone che hanno il suo aspetto. Cammina nel suo quartiere, entra al pronto soccorso, sta in macchina imbottigliato nel traffico e pensa: qui c’è troppa gente, non ci stiamo tutti, qualcuno deve andarsene.

Sarebbe rassicurante se il quarto amico esistesse. Ma il quarto amico sono io. L’idea di un nemico straniero è contagiosa. Il capro espiatorio deve sempre arrivare da lontano e non può mai essere uno di noi. Finché il nemico è invisibile e non ha voce, possiamo continuare a dare la colpa di un esame fallito all’immigrazione. Possiamo dire che il ritardo dei treni è provocato dalle donne con il velo e dagli uomini che si truccano. La colpa della svendita delle risorse pubbliche a beneficio di aziende private è solo delle scuole materne senza divisioni di genere. Quest’estate torrida è stata provocata dal calore generato dalla nostra ingenua convinzione che si possa costruire una società più solida insieme. Senza capri espiatori dobbiamo vedere noi stessi. Forse non siamo pronti. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati