Nel lessico del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, persona sensibile a temi come le pari opportunità e i diritti delle donne, manca la parola femminicidio. Nel 2000, quand’era sindaco di Città del Messico, presentò con orgoglio una giunta paritaria di otto uomini e otto donne. Anche nel governo che guida da più di un anno ci sono molte donne.

Il presidente ha insistito affinché le risorse assegnate alle famiglie fossero affidate alle madri e ha fatto diventare una prassi il fatto che siano le donne a gestire le tesorerie dei comitati nei quartieri e nelle scuole. Ha detto più volte che le donne sono più oneste degli uomini. Non è un caso che al ministero della funzione pubblica e per compiti di supervisione delle risorse economiche López Obrador preferisca professioniste donne.

Manifestazione femminista a Città del Messico, 14 febbraio 2020 (Eyepix/NurPhoto/Getty)

Eppure ogni tanto, rivolgendosi a una giornalista o a una ragazza che gli fa una domanda, il presidente messicano la chiama mi reina, mia regina, o usa altre espressioni simili. Anche se il tono è paterno e privo di civetteria, e rimanda a usi tradizionali e familiari della regione da cui viene o della generazione a cui appartiene, a questo punto della sua vita López Obrador dovrebbe aver capito che espressioni simili sottintendono una condiscendenza e una superiorità offensive.

I femminicidi sono sempre esistiti. Ma il carattere endemico che hanno assunto negli ultimi tempi in paesi come il Messico è il risultato della progressiva (anche se evidentemente insufficiente) emancipazione economica, sociale e sessuale delle donne, e della resistenza maschilista ad accettare il cambiamento. In media ogni giorno in Messico dieci donne perdono la vita per mano di un uomo. Una situazione inaccettabile, da qualsiasi punto di vista.

È vero che gli omicidi nel paese sono 35mila all’anno, una media di cento al giorno, la maggior parte legati al crimine organizzato. Forse López Obrador considera i femminicidi una delle tante manifestazioni di questa stagione di violenza e insicurezza, ed è convinto di fare già molto per affrontare il problema nel suo complesso. Ma non ha avuto la sensibilità o non ha dedicato abbastanza tempo a considerare l’importanza della questione. Anche se è vero che l’insicurezza diffusa è un terreno fertile che favorisce i crimini di genere, i femminicidi richiedono misure puntuali che non possono limitarsi alla lotta contro la criminalità organizzata o al miglioramento generale della giustizia.

Iniziativa improvvisata

Un paio di settimane fa López Obrador ha fatto dichiarazioni generiche sulla violenza contro le donne, proprio mentre l’omicidio di Ingrid Escamilla, una donna di 25 anni uccisa il 9 febbraio dal suo compagno a Città del Messico, scuoteva l’opinione pubblica. La situazione non è migliorata quando il presidente ha descritto come una manipolazione dei suoi avversari la copertura giornalistica delle manifestazioni di protesta dei gruppi femministi. Poi il 14 febbraio, un po’ seccato, ha presentato un decalogo di princìpi relativi alla violenza sulle donne. Sono affermazioni vaghe e ripetitive, che non prevedono nessun’iniziativa o politica pubblica: sono contro la violenza contro le donne; bisogna proteggere la vita di uomini e donne; aggredire una donna è un gesto vile; il maschilismo è un anacronismo; bisogna rispettare le donne; no alle aggressioni contro le donne; no ai crimini di odio contro le donne; punizioni per i responsabili; il governo deve garantire sempre la sicurezza delle donne; il governo si impegna a garantire la pace e la sicurezza del Messico. Sembra un’iniziativa improvvisata e senza una riflessione solida alla base.

López Obrador dovrebbe rivedere subito le sue posizioni e le sue priorità rispetto ai crimini di odio contro le donne. ◆ fr

Jorge Zepeda Patterson

è un giornalista
e scrittore messicano. Nel 2011 ha fondato
il giornale online SinEmbargo
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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati