Il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani insieme a un comandante di un’importante milizia irachena, e da quel momento i politici e gli esperti si chiedono se l’attacco sia giustificabile dal punto di vista giuridico. Ma la vicenda solleva una domanda più importante: se Trump può compiere un gesto simile senza conseguenze, c’è ancora qualcosa che non può fare?
Finora la cosa più simile a una giustificazione offerta dal governo statunitense è stata una dichiarazione del Pentagono secondo cui “l’obiettivo dell’operazione era scoraggiare gli attacchi pianificati dall’Iran”. Termini troppo vaghi per rientrare nel concetto tradizionale di autodifesa. E resta il fatto che Soleimani è stato coinvolto per decenni negli attacchi contro i soldati americani nella regione, eppure gli Stati Uniti avevano sempre scartato la possibilità di eliminarlo.
L’amministrazione Trump sta sicuramente forzando i limiti dell’autorità presidenziale, ma questi limiti erano già stati spostati in precedenza. Come i suoi due predecessori, Trump cercherà di giustificare l’attacco in base a due vecchie risoluzioni approvate dal congresso: l’autorizzazione per l’uso della forza militare del 2001, che ha permesso di colpire i responsabili degli attacchi dell’11 settembre ma poi è stata applicata a molti paesi e organizzazioni; e l’autorizzazione per l’uso della forza militare contro l’Iraq del 2002, che ha consentito l’invasione del paese mediorientale.
L’assassinio di Soleimani, una delle persone più potenti dell’Iran, solleva interrogativi cruciali sull’espansione dei poteri presidenziali sancita da queste leggi. Gli Stati Uniti potrebbero bombardare Teheran nell’ambito della loro missione antiterrorismo? Potrebbero perfino invadere l’Iran? I tre presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca dopo l’11 settembre 2001 hanno usato quelle leggi per giustificare azioni militari che avevano poco a che fare con gli attentati alle torri gemelle o con Al Qaeda. Barack Obama ha cercato timidamente di modificare la legge, ma l’ha anche usata per attaccare il gruppo Stato islamico (Is), un’organizzazione rivale di Al Qaeda che l’11 settembre 2001 non esisteva. I problemi non riguardano solo la legge statunitense ma anche il diritto internazionale. I soldati statunitensi sono in Iraq su invito del governo iracheno per combattere l’Is, non l’Iran. Lanciare un’operazione militare sul territorio di un altro paese senza il permesso del governo locale è un atto di aggressione. A complicare le cose, uno degli uomini uccisi, Abu Mahdi al Muhandis, era anche un funzionario del governo iracheno. Il premier iracheno ha detto che ritiene gli omicidi un’aggressione contro il suo paese.
Regole da riscrivere
Soleimani aveva forse causato la morte di centinaia di soldati americani, e in guerra è lecito prendere di mira i comandanti dell’esercito nemico. Ma uccidere un alto ufficiale di un paese straniero è un gesto che si fa solo quando si è in stato di aperta ostilità. Per questo molti sostengono che ora gli Stati Uniti sono in guerra. Ma l’amministrazione Trump non è d’accordo. “Se si accetta l’idea che siamo in una condizione di conflitto armato con l’Iran, allora le azioni contro di noi non sono per forza atti di terrorismo ma atti di guerra”, spiega Scott Anderson, un ex consulente legale del dipartimento di stato. “Quindi l’Iran sarebbe autorizzato a colpire i nostri leader militari”.
L’Iran è consapevole di queste ambiguità e spesso ne ha approfittato. Persone come Al Muhandis sono funzionari statali che lavorano con interlocutori non statali, mantenendo alleanze opache. Questo rende difficile inserirli in un quadro giuridico tradizionale. È raro che l’Iran attacchi direttamente il suo nemico. Al contrario, agisce per procura – in Yemen, in Iraq e in Siria – e può negare il suo coinvolgimento in modo abbastanza plausibile da evitare una ritorsione diretta.
Ma questa confusione non giustifica la pericolosa escalation a cui stiamo assistendo. Il fatto che i vecchi standard siano inadeguati non significa che debbano essere ignorati. Ormai è raro che un paese dichiari formalmente guerra a un altro. Mentre gli Stati Uniti trasformavano il mondo in un campo di battaglia senza confini contro il terrorismo, avversari come Iran e Russia hanno imparato a rispondere agendo in zone grigie e con missioni segrete non riconosciute, spesso attraverso terzi. La situazione attuale impone di ripensare attentamente le regole della guerra, non certo di abbandonarsi all’anarchia. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati