“La Germania piange per voi!”, era il titolo del quotidiano Bild all’indomani della strage di Hanau compiuta da un terrorista di destra. Da allora non riesco a togliermi dalla testa una domanda: è proprio così? La Germania sta davvero piangendo queste vittime del terrorismo come farebbe se i morti avessero dei nomi tedeschi, i capelli biondi e gli occhi azzurri?  Sì, i segnali inviati alla società dai politici, dalle squadre di calcio o dal festival della Berlinale sono quelli giusti. Ci sono state manifestazioni, dimostrazioni di solidarietà, minuti di silenzio. Ma la Germania è in preda alla stessa angoscia provata dopo l’attentato del 2016 a Berlino? Ci si propone di combattere il terrorismo di estrema destra con la stessa incondizionata determinazione con cui si affronta quello di matrice islamica? Proviamo il senso di orrore, vergogna e autocritica che dovremmo attenderci nel paese responsabile del più grande sterminio mai perpetrato in nome della razza?

È impossibile rispondere a nome di un intero paese. Ma ho la sensazione che ci sia una differenza nel modo in cui i tedeschi sono a lutto per le vittime di Hanau. Se in alcune regioni della Germania una persona su quattro vota per un partito che minimizza l’olocausto, è difficile non pensarlo. Negli ultimi giorni i tedeschi hanno parlato di Hanau con la stessa indignazione che esprimono nei confronti del terrorismo islamico? L’orrore davanti ai titoli dei giornali è stato ugualmente palpabile? Temo di no. E purtroppo molti tedeschi di origine straniera hanno la mia stessa impressione. Hanno la brutta sensazione che in Germania si sentano a casa solo i “veri” tedeschi. Dopo un attacco terroristico come quello di Hanau, tutti noi tedeschi siamo obbligati a chiederci: piango per Bilal come piangerei per Benedikt o Britta? Dobbiamo darci una risposta onesta. Perché da questo dipende se in Germania siamo tutti ugualmente intoccabili. ◆ nv

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati