L’economia mondiale è investita da un’ondata di fondi sovrani. Basta un dato per capire la portata del fenomeno: secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), gestiscono attività per sedicimila miliardi di dollari, contro i tremila miliardi del 2008. In una nota pubblicata il 21 luglio, l’Fmi sosteneva che “i fondi sovrani sono diventati gli attori più potenti della finanza mondiale”. Secondo l’università spagnola Ie, tra il luglio 2024 e il dicembre 2025 il valore di queste attività avrebbe registrato un aumento straordinario del 18 per cento, pari a duemila miliardi di dollari. La maggior parte si concentra in Medio Oriente e nell’area dell’Asia del Pacifico (79 per cento) e in Europa (16 per cento), mentre l’Africa (1 per cento) ha un peso simbolico.
L’ascesa sembra inarrestabile perfino nei paesi considerati più liberali e, quindi, più restii a qualsiasi intervento dello stato. Nel Regno Unito, per esempio, nell’ottobre 2024 è stato istituito il National wealth fund per promuovere “una politica industriale moderna e sostenere gli investimenti nei settori trainanti della crescita”. Qualche mese dopo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato: “Penso che sia arrivato il momento che il paese si doti di un fondo sovrano”. Il fondo non è ancora stato creato, ma nel decreto presidenziale del 3 febbraio 2025 Trump lo presentava come una fonte di entrate che avrebbe permesso di “alleggerire il carico fiscale delle famiglie statunitensi e delle piccole imprese, garantire la sicurezza economica delle generazioni future e rafforzare il dominio economico e strategico degli Stati Uniti nel mondo”.
Tradizionalmente i fondi sovrani sono alimentati dai proventi delle materie prime, come in Norvegia e nei paesi del Golfo, oppure dai surplus commerciali, come nel caso di Singapore e della Cina. Garantiscono quindi entrate anche in caso di crollo dei prezzi delle materie prime e permettono di fare investimenti per accelerare la crescita o diversificare l’economia. In Norvegia il fondo petrolifero finanzia un quarto del bilancio dello stato.
I fondi sovrani, tuttavia, stanno nascendo anche in paesi che non dispongono di eccedenze commerciali o risparmi. Quando ad aprile il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato la creazione di un “fondo per un Canada forte”, finanziato attraverso il bilancio dello stato, il leader dell’opposizione Pierre Poilievre l’ha definito un “fondo del debito” che avrebbe aggravato il deficit pubblico.
È successo in Indonesia. Nel febbraio 2025 il presidente Prabowo Subianto ha lanciato Danantara, il più grande fondo sovrano del paese, con l’obiettivo di arrivare a gestire nel lungo periodo attività per più di novecento miliardi di dollari. Subito dopo la popolazione è scesa in piazza per protestare contro i tagli di bilancio decisi anche per finanziare il programma.
Danantara riunisce tutte le imprese pubbliche del paese, che ogni anno gli verseranno tra i cinque e i dieci miliardi di dollari di utili, finora destinati al bilancio dello stato. “L’idea è consolidare il settore delle imprese pubbliche e usare i loro patrimoni come garanzia per finanziamenti destinati ai settori strategici”, spiega Reza Yamora Siregar, capo economista di Danantara. A metà agosto Subianto ha annunciato di voler chiudere entro la fine del 2026 più di 750 delle 1.074 imprese pubbliche, ritenute improduttive.
L’ascesa dei fondi sovrani segna il ritorno del capitalismo di stato
A lungo termine
Questi nuovi colossi sono diventati interlocutori imprescindibili per i paesi che cercano di attirare investimenti stranieri. “Quando la Francia ha bisogno di finanziamenti a lungo termine, si rivolge inevitabilmente ai fondi sovrani, perché investono con un orizzonte temporale molto più lungo rispetto agli altri”, spiega un banchiere d’affari. Il fondo norvegese, per esempio, detiene partecipazioni in praticamente tutte le più importanti aziende quotate alla borsa di Parigi. Il valore delle sue partecipazioni in Francia è di 65 miliardi di euro.
“Il capitale garantisce influenza”, osserva Håvard Halland, che insegna finanza all’università Heriot-Watt di Edimburgo, nel Regno Unito. Il potente Public investment fund (Pif), il fondo sovrano dell’Arabia Saudita, nel 2022 ha lanciato il circuito professionistico di golf maschile Liv golf, che organizza tornei in diverse proprietà di Donald Trump. Questo ha permesso al suo direttore, Yasir al Rumayyan, di essere ricevuto alla Casa Bianca nel febbraio 2025. Il circuito è fallito ad aprile, dopo il ritiro del Pif. Secondo l’università spagnola Ie, un terzo degli investimenti dei fondi sovrani riguarda l’intelligenza artificiale (ia): ci sono per esempio le quote di capitale dell’OpenAi detenute dal fondo degli Emirati Arabi Uniti Mgc e gli investimenti della Qatar investment authority e del fondo Gic di Singapore nell’Anthropic, per un totale di tredici miliardi di dollari. L’Arabia Saudita ha investito miliardi di dollari nella startup californiana Lucid, che produce veicoli elettrici, con l’obiettivo di acquisire una tecnologia cruciale, quella delle batterie, e allo stesso tempo sviluppare una filiera industriale locale. Nel 2023 la Lucid ha aperto uno stabilimento di assemblaggio a King Abdullah Economic City, sul mar Rosso.
Nei paesi del Golfo i fondi sovrani stanno riducendo gli effetti negativi della crisi scatenata dalla guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran. A settembre il fondo sovrano del Qatar ha annunciato la creazione di Doha investment, una divisione dedicata agli investimenti nel paese. “La capacità di adattarsi diventerà un criterio d’investimento”, dice François-Aïssa Touazi, del fondo d’investimento Ardian Touazi. “Vie di trasporto alternative, nuovi oleodotti, infrastrutture d’emergenza, sistemi di stoccaggio, cibersicurezza, protezione di infrastrutture vitali”.
Da alcuni anni in Francia l’Agence des participations de l’état (agenzia delle partecipazioni statali) cerca di dismettere le attività meno strategiche per concentrarsi sui settori cruciali per la sovranità nazionale (difesa, energia, infrastrutture digitali). Tra le acquisizioni più recenti ci sono quelle nel settore dei veicoli blindati della John Cockerill e dei cavi sottomarini della Alcatel. “Con la guerra in Ucraina ci siamo resi conto che alcune nostre importazioni potevano interrompersi da un giorno all’altro”, racconta Siregar, di Danantara. Per garantire l’approvvigionamento alimentare del paese, il fondo indonesiano ha creato un’azienda insieme alla brasiliana Jbs, una delle maggiori imprese agroalimentari del mondo. Per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti di minerali usati nell’industria della difesa, nella produzione di batterie e nei data center, nel 2025 gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti hanno stretto un’alleanza con il fondo Orion Resource Partners per investire almeno 1,8 miliardi di dollari in miniere in Africa, America Latina e Asia.
Dopo decenni di liberalizzazioni, l’ascesa dei fondi sovrani segna il ritorno del capitalismo di stato. Basta acquisire una partecipazione di minoranza in un’impresa dall’altra parte del mondo per ottenere il controllo di una tecnologia, estromettere un concorrente o garantirsi un approvvigionamento. È un sistema rapido ed efficace, molto più semplice che creare da zero un centro di ricerca e sviluppo o un’impresa pubblica. Meglio ancora di una sovvenzione.
La redditività non è certo l’unico criterio che orienta questi investimenti. “Il nostro obiettivo è anche contribuire allo sviluppo del paese”, afferma Siregar. “Per esempio abbiamo un problema legato ai rifiuti che degradano i terreni, perciò stiamo investendo con alcune aziende straniere in progetti per trasformare questi rifiuti in energia”.
Ma con obiettivi così diversi come la redditività, la tutela della sovranità nazionale e lo sviluppo economico, è possibile misurare gli effetti dell’azione dei fondi sovrani? “Mandati troppo ampi, con obiettivi potenzialmente in contraddizione, possono comportare rischi, soprattutto quando i meccanismi di gestione e controllo non sono adeguati”, avverte Yan Liu, dell’Fmi. Il fondo 1Malaysia Development Berhad, creato nel 2009 dal governo malese, era sotto il controllo di Najib Razak, che era contemporaneamente primo ministro, ministro delle finanze e presidente del consiglio consultivo del fondo. Accusato di aver sottratto diversi miliardi di dollari, Razak è stato condannato a dodici anni di carcere nel 2020 e poi nel 2025. Per i fondi sovrani, che a volte si avventurano in operazioni complesse, è difficile individuare le transazioni illegali. In Indonesia, per esempio, le ong sono preoccupate per il fatto che Danantara non è soggetto ai controlli dell’autorità di vigilanza finanziaria e risponde direttamente al presidente. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati