Negli ospedali cinesi abbondano i letti vuoti, mentre fino a poche settimane fa le strutture erano invase da pazienti affetti da Covid-19 (la malattia causata dal nuovo coronavirus). A causa della netta riduzione del numero di nuovi casi, la sperimentazione di farmaci procede a rilento. Queste sono alcune delle osservazioni contenute in un rapporto pubblicato il 28 febbraio da una missione organizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dal governo cinese. Tredici scienziati stranieri e dodici cinesi hanno visitato cinque città del paese asiatico per studiare lo stato dell’epidemia di Covid-19 e la risposta delle autorità. I risultati hanno sorpreso molti degli scienziati stranieri. “Non credevo che questi numeri fossero reali”, ammette l’epidemiologo tedesco Tim Eckmanns dell’istituto Robert Koch. Eppure il rapporto è inequivocabile. “Le misure estreme adottate dalla Cina per contenere la diffusione del virus hanno cambiato il corso di un’epidemia che si stava allargando rapidamente”, si legge nel documento.

A questo punto bisogna capire se il resto del mondo potrà prendere esempio dalla Cina, e se l’isolamento e la sorveglianza elettronica su larga scala imposti da un governo autoritario possano essere replicati altrove. “Quando lavori per venti o trent’anni in questo settore ti viene da dire: ‘Ma davvero vogliono cambiare la situazione con questo tipo di misure?’”, racconta Bruce Aylward, epidemiologo canadese dell’Oms che ha guidato il team internazionale. “La verità è che in Cina centinaia di migliaia di persone non hanno contratto il virus grazie a questa risposta aggressiva”.

“Il rapporto solleva interrogativi complessi per tutti i paesi che stanno valutando il modo migliore di contrastare il Covid-19”, sottolinea Steven Riley, epidemiologo dell’Imperial college di Londra. “La missione è stata molto produttiva e ha fornito un’analisi unica degli sforzi del governo cinese per impedire al virus di diffondersi”, aggiunge Lawrence Gostin, esperto di sanità mondiale della Georgetown university di Washington, negli Stati Uniti. Tuttavia Gostin mette in guardia contro la tentazione di applicare lo stesso modello altrove. “Penso che i governi abbiano ottimi motivi per dubitare di questi provvedimenti estremi”. Inoltre non è ancora chiaro quali saranno in Cina gli effetti del virus, chiamato Sars-CoV-2, una volta che il governo cancellerà alcune delle misure di controllo più radicali con l’obiettivo di far ripartire l’economia. A quel punto è plausibile che i casi di Covid-19 tornino ad aumentare.

Alla fine di gennaio

Il rapporto degli scienziati arriva in un momento critico per quella che molti esperti considerano una pandemia. Il numero di paesi colpiti continua a salire. Le persone contagiate sono in aumento. In Cina, invece, sta succedendo il contrario. Il 10 febbraio, quando è partita l’operazione congiunta dell’Oms e del governo cinese, le autorità di Pechino avevano individuato 2.478 nuovi casi di contagio. Due settimane dopo, quando gli scienziati stranieri hanno lasciato il paese, il numero era sceso a 409 (il 1 marzo la Cina ha annunciato 206 nuovi casi, mentre nel resto del mondo la cifra è stata quasi nove volte maggiore). Secondo il rapporto è verosimile che in Cina l’epidemia abbia raggiunto il picco alla fine di gennaio.

Gli scienziati hanno avviato la loro analisi a Pechino, prima di dividersi in due gruppi che hanno coperto Shenzhen, Guangzhou e Chengdu, oltre alla città più colpita dal virus, Wuhan. Hanno visitato ospedali, laboratori, aziende, mercati, stazioni ferroviarie e uffici pubblici. “Dovunque abbiamo riscontrato un forte senso di responsabilità. Tutti sono impegnati nella battaglia contro il virus”, racconta Aylward.

Il gruppo ha inoltre analizzato l’enorme mole di dati raccolta dai colleghi cinesi. Circa l’80 per cento delle persone contagiate presentava sintomi lievi o moderati, il 13,8 per cento presentava sintomi gravi e il 6,1 per cento era in pericolo di vita a causa di insufficienza respiratoria, shock settico o insufficienza d’organo. Il tasso di mortalità era più alto per le persone di almeno 80 anni (21,9 per cento), per i cardiopatici, i diabetici e gli ipertesi. La febbre e la tosse secca erano i sintomi più comuni. Appena il 4,8 per cento degli infetti aveva i sintomi del raffreddore. I bambini rappresentavano solo il 2,4 per cento dei casi, e quasi nessuno era in gravi condizioni. Per i casi lievi e moderati la guarigione era avvenuta in media dopo due settimane.

Secondo il rapporto, l’incognita più importante riguarda il numero di casi moderati o del tutto asintomatici. Un numero elevato di persone contagiate e sfuggite ai controlli complicherebbe il tentativo di isolare gli infetti e rallentare la diffusione del virus. D’altro canto, se davvero in molti casi il virus presenta sintomi lievi o addirittura è asintomatico, allora significa che il tasso di letalità stimato è troppo alto. Secondo il rapporto, la letalità è estremamente variabile: va dal 5,8 per cento di Wuhan, il cui sistema sanitario ha rischiato di collassare, allo 0,7 per cento di altre regioni. Il rapporto sottolinea che le cosiddette cliniche della febbre nella provincia del Guangdong hanno sottoposto al test per il Covid-19 circa 320mila persone, con appena lo 0,14 per cento di casi positivi. “È stato molto interessante, perché ci aspettavamo di riscontrare molti casi moderati e asintomatici”, spiega Caitlin Rivers, epidemiologa del Johns Hopkins center for health security. “I dati suggeriscono che non è così, e questo implica che la letalità potrebbe essere più o meno quella attuale”. Rivers, tuttavia, precisa che il Guangdong non è particolarmente colpito dall’epidemia, quindi non è chiaro se la stessa conclusione possa valere per la provincia dell’Hubei, la più colpita.

Da sapere
La situazione italiana

◆ Secondo il ministero della salute, alle 18 del 3 marzo 2020 in Italia le persone ammalate di Covid-19 erano 2.706, le persone decedute a causa del virus 107 e quelle guarite 276. Tra i 2.706 casi positivi, 1.065 si trovano in isolamento domiciliare, 1.346 sono ricoverati con sintomi e 295 si trovano in terapia intensiva. I casi accertati di Covid-19 si concentrano in Lombardia (1.497), Emilia-Romagna (516) e Veneto (345). Il 4 marzo il governo ha deciso la chiusura di scuole e università dal 5 al 15 marzo in tutta Italia. In precedenza misure così restrittive erano state applicate solo nelle zone più colpite, in particolare intorno al comune di Codogno, in Lombardia.


Buona parte del rapporto si concentra sul modo in cui la Cina ha ottenuto un risultato che molti esperti ritenevano impossibile: contenere l’epidemia di un virus respiratorio già ampiamente diffuso. “È probabile che Pechino abbia fatto la più ambiziosa, efficace e aggressiva manovra mai vista per il contenimento di una malattia”, si legge nel rapporto. Il provvedimento più radicale – e controverso – è stato l’isolamento di Wuhan e delle città vicine nella provincia dell’Hubei, che dal 23 gennaio ha sostanzialmente costretto alla quarantena cinquanta milioni di persone. La misura ha “efficacemente impedito un ulteriore trasferimento degli individui infetti nel resto del paese”. In altre regioni della Cina continentale molte persone si sono sottoposte volontariamente alla quarantena e al controllo dei responsabili di quartiere.

Le autorità cinesi hanno costruito appositamente due ospedali a Wuhan nel giro di una settimana, e molti operatori sanitari provenienti da tutto il territorio nazionale sono stati inviati nel centro dell’epidemia. Il governo ha lanciato un piano senza precedenti per individuare tutte le persone che avevano avuto contatti con gli infetti. Solo a Wuhan più di 1.800 squadre composte da almeno cinque persone si sono dedicate a questa missione, individuando decine di migliaia di contatti. Tra le misure drastiche per creare una “distanza sociale” ci sono la cancellazione degli eventi sportivi e la chiusura dei teatri. Le scuole hanno prolungato le vacanze di metà gennaio per il capodanno lunare. Molte attività commerciali hanno chiuso i battenti. Chi usciva di casa doveva indossare una maschera protettiva.

AliPay e WeChat, due app che negli ultimi anni hanno praticamente sostituito il contante in Cina, sono state molto utili per applicare le restrizioni, perché permettevano al governo di seguire i movimenti delle persone e perfino di bloccare quelle che avevano contratto il virus. “Tutte le persone hanno una sorta di sistema a semaforo”, spiega Gabriel Leung, rettore della facoltà di medicina Li Ka Shing dell’università di Hong Kong. Un codice basato sui colori – verde, giallo e rosso – ha permesso agli agenti dislocati nelle stazioni ferroviarie e in altri posti di controllo di stabilire chi poteva passare e chi doveva essere fermato.

“A causa di queste misure la vita sociale è estremamente ridotta”, si legge nel rapporto. Ma i provvedimenti hanno funzionato. Leung sottolinea che raramente una persona infetta ha trasmesso il virus al di fuori della cerchia familiare. In questo modo la catena di trasmissione è stata interrotta. “È così che l’epidemia è stata tenuta sotto controllo”, precisa Leung.

L’applicabilità di misure simili in altri paesi è tutta da dimostrare. “La Cina è un paese unico, perché ha un sistema politico che può garantire l’obbedienza della popolazione anche a provvedimenti estremi”, sottolinea Gostin. “Tuttavia l’uso del controllo sociale e della sorveglianza intrusiva non sono un buon modello per gli altri paesi”. La Cina, inoltre, ha la capacità di realizzare rapidamente enormi progetti su larga scala che prevedono una grande quantità di manodopera, sottolinea Jeremy Konyndyk, politologo del Centro per lo sviluppo globale. “Nessun altro paese potrebbe farlo”.

E probabilmente nessuno dovrebbe, aggiunge l’avvocata Alexandra Phelan, specialista in questioni cinesi della Georgetown university. “L’efficacia non è l’unico criterio per giudicare una misura di controllo sanitaria”, sottolinea Phelan. “Esistono molti approcci che potrebbero fermare un’epidemia ma che una società libera riterrebbe abominevoli”.

Comunicazione internazionale

Il rapporto cita alcuni aspetti in cui la Cina dovrebbe migliorare, tra cui la necessità di “comunicare più chiaramente a livello internazionale i dati e gli sviluppi fondamentali”. Tuttavia il documento non dice niente sulla natura coercitiva delle misure di controllo e delle conseguenze che hanno avuto. “L’unico aspetto completamente ignorato è quello che riguarda i diritti umani”, spiega Devi Sridhar, esperto di salute pubblica globale dell’università di Edimburgo. Secondo Jennifer Nuzzo, epidemiologa della Jonhs Hopkins university Bloomberg school of health, il rapporto non cita altre conseguenze negative della strategia cinese. Nuzzo, per esempio, si chiede quale possa essere stato l’effetto sui malati di cancro o sui sieropositivi. In tutto questo, lo sforzo della Cina potrebbe aver rallentato solo temporaneamente la malattia.

“È innegabile che abbiano soffocato l’epidemia”, dice Mike Osterholm, dell’università del Minnesota Twin Cities. “È come soffocare un incendio senza però spegnerlo del tutto. Prima o poi divampa nuovamente”. Anche in questo caso il resto del mondo potrebbe trarre degli insegnamenti. “Avremo l’opportunità di vedere in che modo la Cina gestirà un’eventuale ripresa del Covid-19”. ◆ as

Reprinted with permission from Aaas. This translation is not an official translation by Aaas staff, nor is it endorsed by Aaas as accurate. In crucial matters, please refer to the official English-language version originally published by Aaas.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati