È la mattina del 25 marzo 2026 quando comincia l’ultima udienza del processo più clamoroso nei 35 anni di storia della Moldova indipendente. L’imputato, un sessantenne, appare sorprendentemente abbronzato per essere uno che ha trascorso più di sei mesi nel penitenziario n. 13, un castello in rovina trasformato in carcere. Considerando i 25 anni di reclusione richiesti dai pubblici ministeri, è anche molto calmo. I suoi occhi non tradiscono alcuna emozione. È accusato di essere a capo di un’organizzazione criminale che nel 2014 ha sottratto dal sistema bancario moldavo un miliardo di dollari, una somma pari alla metà della spesa pubblica annuale di allora.

Nelle sei ore successive, avvalendosi di una serie di tabelle, l’imputato cerca di convincere i giudici che le accuse sono infondate. “Ma questa è una tortura”, si sente dire dall’aula quando, dopo tutta l’argomentazione, chiede l’ultima parola. E dichiara solo: “Sono innocente”.

Così si conclude l’ultimo spettacolo di Vladimir Plahotniuc, soprannominato păpușor, il “burattinaio”. Quattro settimane dopo non si presenta all’udienza di pronuncia della sentenza. Si rifiuta di lasciare il castello. Il verdetto, sebbene inferiore a quanto richiesto dalla procura, difficilmente può essere considerato simbolico: 19 anni (e la restituzione di 63 milioni di dollari) equivalgono quasi all’ergastolo. Ma per molti è troppo lieve.

Per comprendere la portata della sentenza occorre rendersi conto di chi è Plahotniuc. Prima del 2019 era l’uomo più ricco della Moldova e controllava lo stato, la maggioranza parlamentare, il governo e tutte le istituzioni, anche se non ricopriva alcuna carica pubblica di primo piano. Il fiore all’occhiello del suo potere era il sistema giudiziario. Il controllo sui tribunali, sulla procura e sulla polizia gli garantiva l’intoccabilità e la possibilità di ricattare i propri avversari.

Gli ubbidiva anche la corte costituzionale, in grado di emettere sentenze bizzarre: nel 2016 ha dichiarato incostituzionali gli emendamenti apportati alla costituzione sedici anni prima. In questo modo il sistema di elezione del presidente, da indiretto tramite il parlamento, è diventato diretto tramite voto popolare.

Dumitru Alaiba ricorda bene come funzionava quel sistema. Alaiba è oggi una delle figure di spicco del campo filo-occidentale del Partito di azione e solidarietà (Pas), creato dalla presidente Maia Sandu, salito al potere nel 2021. Fino all’anno scorso ha ricoperto la carica di vice primo ministro e ministro dell’economia. Oggi lavora presso la Banca nazionale. Ai tempi dello “stato in ostaggio”, come si diceva quando il governo era sotto scacco di Plahotniuc, era un attivista civile impegnato nella lotta contro l’oligarca.

Un passato lontano

Ricorda Alaiba: “Nel 2018 ho pubblicato all’estero un articolo intitolato: ‘Un oligarca può davvero costruire la democrazia in Moldova?’”. “Due ore dopo nell’ufficio dei miei genitori si sono presentati degli agenti a volto coperto. Mio padre e mio zio sono stati arrestati e rinchiusi in carcere per tre giorni. Chiaramente si trattava di una vendetta contro di me”. Il padre di Dumitru, allora sessantenne, ha avuto un tracollo fisico. Nel frattempo, i suoi partner commerciali hanno interrotto ogni collaborazione e la sua azienda si è trovata sull’orlo del fallimento. “La nostra famiglia è stata comunque fortunata, rispetto ad altre”, aggiunge Alaiba.

La storia del “burattinaio” affonda le sue radici in un passato più lontano. Mentre il soprannome gli è rimasto appiccicato fin dal 2011, lui aveva già cominciato negli anni novanta ad accumulare i primi enormi guadagni e l’influenza politica.

Biografia

1966 Nasce a Pitușca, in Moldova, all’epoca in Unione Sovietica.

2001 Diventa direttore delle vendite dell’azienda petrolifera Omv petrom.◆ 2010 Viene eletto in parlamento.◆ 2019 Dopo la caduta della coalizione di governo da lui sostenuta, fugge dal paese.◆ 2025 Viene arrestato ad Atene.


Dato che la Moldova ha poche materie prime, Plahotniuc ha sfruttato l’unica risorsa disponibile sul posto: le persone. Almeno questo è quello che pensano i suoi critici e una parte della società (queste accuse specifiche, relative al traffico di esseri umani, finora non sono state provate, il che non sorprende, considerando il controllo che ha esercitato sui tribunali e sulla polizia). Questa vicenda costellata di violenza e sofferenza è raccontata in una serie moldavo-romena del 2025 intitolata Plaha e disponibile in Moldova e Romania su Netflix. Il protagonista della serie gestisce un traffico di bambini, venduti a famiglie occidentali, e di ragazze nelle case di tolleranza in Europa. Fornisce inoltre agli ospiti del suo hotel di Chişinău “accompagnatrici” per poi riprenderli con telecamere nascoste, creando un archivio di materiale compromettente. Sottomette anche una serie di politici: alcuni li ricatta o li fa rinchiudere nel “Castello”, ad altri offre sostegno finanziario per le elezioni. Infine, prende il controllo dell’intero apparato statale. Al termine della serie ruba un miliardo di dollari dalle banche.

Il tempo di Plahotniuc è finito nel giugno 2019, e questo grazie a un’alleanza insolita. Dopo le elezioni nel febbraio di quell’anno, Plahotniuc, il cui partito non aveva ottenuto la maggioranza assoluta, stava preparando una coalizione con Igor Dodon, leader del Partito socialista filorusso. Ma, con sua grande sorpresa, il piano è fallito.

Plahotniuc, infatti, si era inimicato tre protagonisti importanti: Bruxelles, Wash­ington e Mosca. L’Unione europea e gli Stati Uniti, solitamente in conflitto con la Russia, su questo punto si sono trovati d’accordo. Il Cremlino ha vietato a Dodon di collaborare con lui, mentre l’occidente ha convinto le forze filoeuropee (tra cui Maia Sandu, l’attuale presidente) a stringere un’alleanza con gli odiati socialisti.

Il sistema ha funzionato. Plahotniuc è fuggito dal paese e l’apparato di stato è crollato. Il potere è passato per breve tempo ai socialisti insieme agli orfani politici del “burattinaio”.

Per sei anni Plahotniuc si è nascosto negli Stati Uniti, in Turchia, a Cipro e a Dubai. Nel luglio 2025 la polizia greca l’ha arrestato all’aeroporto di Atene. Gli sono stati trovati 17 documenti d’identità falsi con nomi diversi. A settembre la Grecia l’ha estradato in Moldova.

La condanna di Plahotniuc assume un significato enorme per il campo filoccidentale al governo in Moldova. Oggi il Pas è associato principalmente all’integrazione europea, dato che sotto il suo governo la Moldova ha ottenuto lo status di candidato all’Ue nel 2022 e ha avviato, nel 2024, i negoziati di adesione, la cui conclusione è prevista per il 2028. Tuttavia il Pas è salito al potere soprattutto grazie a slogan contro gli oligarchi.

La sentenza contro Plahotniuc, sebbene sia stata emessa solo in primo grado, è la prova tangibile che la riforma, per quanto lenta, sta portando cambiamenti reali.

Dumitru Alaiba ritiene che si tratti della sentenza di condanna più attesa da quando la Moldova ha ottenuto l’indipendenza: “La nostra società, che non ha alcuna fiducia nel sistema giustiziario, si aspettava che fosse assolto. A quanto pare il sistema ha superato l’esame”.

Il caso Plahotniuc non è ancora chiuso. La difesa impugnerà la sentenza davanti alla Corte europea dei diritti umani. Ma è difficile immaginare che Plahotniuc riesca a farla franca: lo attendono almeno altri quattro processi.

Una cosa è certa: quest’uomo passerà alla storia. Ma sebbene la sua condanna susciti una comprensibile soddisfazione nell’opinione pubblica e tra le autorità moldave, non è la fine del percorso di riforme. Al contrario, ne è solo l’inizio. ◆ sb

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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati