I comandanti militari australiani erano stati avvisati della possibilità che alcuni dei loro soldati in Afghanistan stessero commettendo dei crimini di guerra, ma poiché le informazioni erano state fornite da afgani, non ci hanno creduto.
Dopo un’indagine durata quattro anni, il 19 novembre 2020 l’ispettore generale delle forze armate australiane ha confermato quello che si sapeva già da tempo, cioè che tra il 2005 e il 2014, e in particolare nel 2012, alcuni soldati dei reparti speciali in servizio in Afghanistan hanno ucciso e torturato dei civili. Partecipando all’indagine, David Whetham, docente di etica e professione militare al King’s college di Londra, ha scoperto che le denunce erano state presentate dal Comitato internazionale della croce rossa, dalla Commissione indipendente afgana sui diritti umani e da diversi anziani leader locali, ma erano state liquidate come “propaganda taliban o tentativi di ottenere un risarcimento”. “È evidente che i segnali di allarme c’erano tutti”, scrive Whetham. “Ma non è successo nulla”.
“Scappare era una condanna a morte, anche per donne e bambini”
Le forze armate hanno raccomandato di risarcire le famiglie delle vittime senza attendere una condanna penale. Anche se la maggioranza dei tremila soldati dei reparti speciali australiani che hanno prestato servizio in Afghanistan l’ha fatto in modo onorevole, il rapporto del giudice Paul Brereton, maggiore generale dell’esercito di Canberra, svela nel dettaglio una sconvolgente sequela di reati commessi da alcuni di loro in nome dell’Australia. I numeri sono peggiori di quanto si era immaginato. Brereton ha trovato prove credibili dell’uccisione di 39 civili e prigionieri afgani e di abusi commessi su altri due. A essere indiziati in veste di esecutori o complici sono 25 militari australiani. Nel rapporto si raccomanda alla polizia federale di indagare su 36 presunti crimini di guerra commessi in 23 episodi da 19 membri delle forze speciali. Si è indagato anche su molte altre denunce, senza però trovare prove sufficienti.
Il capo delle forze di difesa australiane, il generale Angus Campbell, si è scusato con il popolo afgano e con gli australiani. “Un comportamento simile offende profondamente la fiducia riposta in noi dagli afgani, che ci hanno chiesto di intervenire per aiutarli”, ha dichiarato Campbell.
La maggior parte delle accuse ritenute credibili ha coinvolto il reggimento del Servizio aereo speciale (Sas). In alcuni casi i comandanti del Sas hanno ordinato a soldati di rango inferiore di sparare ai prigionieri in una sorta di rituale per compiere la prima uccisione. Il rapporto delle indagini raccomanda di processare prima chi ha dato gli ordini e poi chi ha premuto il grilletto. Alcuni afgani sono stati uccisi per alzare il conteggio dei morti in una disgustosa competizione tra pattuglie. Sui morti venivano collocate armi e radio per legittimare l’assassinio.
Nessuna zona grigia
Il rapporto descrive una cultura “guerriera” egocentrica nelle forze speciali. “C’era un’attenzione malata sul prestigio, lo status e il potere, lontana dalla tradizione del reggimento, fondata sull’eccellenza militare unita alla discreta umiltà nel servizio”, ha dichiarato Campbell. “Questa cultura distorta è stata sposata e amplificata da alcuni sottufficiali di lungo corso, carismatici e influenti, e dai loro protetti che puntavano invece all’eccellenza militare unita a egocentrismo, elitismo e onnipotenza”. Dal rapporto emerge che soldati più giovani hanno ucciso perché ritenevano il comandante un “semidio” con il controllo del loro futuro. I più giovani non volevano essere considerati dei “rammolliti” e il fatto di essere separati dal resto della società australiana ha avuto un ruolo nella vicenda. “Alcuni se ne sono pentiti e da allora lottano con le ferite morali che ne sono derivate”, si legge nel rapporto.
Nessuno di questi episodi è avvenuto nel corso di combattimenti. Nel rapporto il professor Whetham si chiede come mai alcuni soldati abbiano commesso “evidenti e inequivocabili omicidi” sui quali “a quanto pare nessuno faceva rapporto”, e se gli ufficiali di grado superiore potessero – e dovessero – esserne a conoscenza. Whetham ha preso in considerazione l’argomentazione della “zona grigia”, ovvero della scarsa chiarezza delle regole d’ingaggio o del fatto che non tenessero conto delle reali condizioni sul campo di battaglia, e l’ha respinta. “C’è una differenza enorme e fondamentale tra premere il grilletto per sbaglio in un momento concitato in cui si sta cercando comunque di fare la cosa giusta e prendere un prigioniero ammanettato e ucciderlo a sangue freddo”, scrive. Esattamente quello che l’indagine ha rilevato in alcune occasioni. “Scappare era diventata una condanna a morte, anche per donne e bambini”, afferma Whetham. I rapporti sui fatti venivano poi “ritoccati” – nel rapporto si parla di omissioni o vere invenzioni – per dare l’impressione che le vittime stessero per attaccare. “A un certo punto il fine giustificava i mezzi”. Whetham cita in particolare due omicidi commessi con l’evidente obiettivo di portare il numero dei morti da 18 a 20. Un testimone afferma: “Erano come assetati di sangue, psicopatici. E li avevamo allevati noi”.
Nel rapporto Brereton si legge che sarebbe una “grave distorsione” attribuire la responsabilità di ciò che è accaduto a una leadership carente. Se è vero che gli ufficiali di altro grado devono aver avuto delle responsabilità, “i comportamenti criminali di pochi sono stati innescati, commessi per un periodo prolungato e tenuti nascosti dai comandanti di pattuglia”, e hanno coinvolto caporali e sergenti. Nel rapporto non ci sono prove del fatto che i gradi più alti della catena di comando sapessero qualcosa. Il fatto di non sapere non li solleva tuttavia dalle loro responsabilità. Il generale Campbell concorda.
Nel rapporto si legge che alcuni comandanti nel 2012 e nel 2013 sapevano dell’abitudine di lasciare armi addosso alle vittime per esibire delle prove che giustificassero la detenzione di prigionieri in quelle che erano definite operazioni “cattura e rilascia”. Ma chi conosceva quel metodo non sapeva che era un modo per coprire i crimini di guerra. Il rapporto però attribuisce agli ufficiali la responsabilità di aver accettato un comportamento inferiore agli standard, “sterilizzando o abbellendo” i rapporti senza mettere in discussione la versione di chi riferiva i fatti.
◆ Alla luce del rapporto Brereton, la Commissione indipendente per i diritti umani afgana ha chiesto che anche gli altri paesi con una presenza militare in Afghanistan facciano delle inchieste simili. In particolare chiede che il Regno Unito avvii un’indagine sulle sospette uccisioni extragiudiziali commesse dalle sue unità speciali. The Guardian
Il primo ministro australiano Scott Morrison ha istituito un ufficio del procuratore per i crimini di guerra con il compito di avviare indagini penali su quanto è stato scoperto dalle forze armate. L’indagine è riuscita a raccogliere un numero di prove superiore a quelle ammissibili in un tribunale: ma per le azioni penali l’esame delle prove è molto più severo e nel rapporto si ammette che alcune delle scoperte fatte potrebbero non superarlo.
I vertici militari si sono mossi velocemente per fare dei cambiamenti. Il generale Campbell sta cercando di revocare la menzione d’onore per l’unità assegnata a chi ha partecipato alle operazioni speciali in Afghanistan. Insieme al capo dell’esercito, il tenente generale Rick Burr, ha smantellato il secondo squadrone del Sas, ritenuto responsabile di molti degli episodi al centro delle indagini.
L’inchiesta svela che dall’inizio delle indagini è in atto un processo di cambiamento nelle forze speciali. L’ottanta per cento dei componenti attuali non ha prestato servizio in Afghanistan. Secondo il direttore dell’Australia defence association Neil James bisogna riconoscere all’Australia il merito di aver indagato sul suo esercito: è il primo paese ad averlo fatto tra i suoi alleati. Secondo l’ammiraglio in pensione Chris Barrie, ex capo delle forze di difesa australiane, potrebbe esserci spazio per un’inchiesta più formale e pubblica: “Per affrontare alcune delle questioni di sistema che potrebbero aver avallato questa cultura deviata forse ci sarà bisogno di una commissione reale”. Barrie sottolinea inoltre che le azioni di alcuni soldati delle forze speciali possono aver contribuito all’uccisione di australiani da parte di soldati afgani negli incidenti provocati da fuoco amico, il cui numero è aumentato per tutto il 2012. Altri alti ufficiali dubitano possa esserci un collegamento.
La cosa certa è che degli afgani disarmati sono morti per mano di alcuni soldati australiani e che per anni alcune persone sapevano e non hanno fatto niente. E tanto basta. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati