La Mongolia interna è grande quasi quanto le più conosciute regioni autonome della Cina, lo Xinjiang e il Tibet. Quest’enorme striscia di terra collega il centro del paese alla zona nordorientale, dove viene “stretta in un panino tra l’Unione sovietica e la Repubblica popolare”, per citare le parole di una persona che se ne lamentò con me quando vivevo nella capitale della provincia, Hohhot, negli anni novanta.

I problemi del Tibet attirarono l’attenzione del mondo poco prima delle Olimpiadi di Pechino del 2008, mentre lo Xinjiang finì sotto i riflettori l’anno dopo, in occasione di una protesta di massa. Al contrario, il dissenso esploso nella Mongolia Interna nel 2011, dopo la morte di un pastore investito da uno dei camion che trasportavano carbone attraverso i pascoli e che lui aveva cercato di fermare, è stato quasi ignorato. Per quanto fosse su scala ridotta, però, quella protesta ha ricordato al paese che la Mongolia Interna è afflitta da buona parte dei problemi che colpiscono le regioni più note: violazioni dei diritti delle minoranze etniche, tensioni tra la popolazione locale e la maggioranza han e rabbia che affonda le radici in una lunga storia di disuguaglianze.

La Mongolia Interna è stata uno dei luoghi più penalizzati dalla rivoluzione culturale. Nel periodo della “rettifica”, all’inizio degli anni ottanta, il governo centrale riconobbe che durante le rivolte del 1966-1976 nella regione erano morte 22mila persone. Quasi certamente le vittime reali sono state molte di più, ma si è trattato comunque di un’ammissione significativa per un regime che raramente riconosce le proprie colpe.

Le proteste degli studenti esplosero nel 1981, nel 1986 e ancora nel giugno del 1989, in quest’ultimo caso contemporaneamente alle manifestazioni studentesche di Pechino. Nel 1995 un piccolo gruppo che chiedeva più autonomia e più diritti culturali fu arrestato dalla polizia. Uno dei manifestanti, Handa, gestiva una libreria in una città che avevo visitato quand’ero arrivato per la prima volta nella regione, e ha trascorso i successivi quindici anni e mezzo in prigione. Questi fatti riportavano alla luce le questioni rimaste irrisolte nonostante gli investimenti del governo nella regione. Ma la cosa più sorprendente a proposito della Mongolia Interna è il boom economico che ha vissuto negli ultimi vent’anni. Ricordo che quando tornai nella regione, nel 2006, un funzionario locale mi raccontò che l’economia di Hohhot era cresciuta del 36 per cento in un solo anno, il tasso più alto registrato in Cina. Ad alimentare questa crescita era il carbone, di cui la regione riforniva Pechino e il resto del paese. Gli imprenditori locali del settore erano diventati milionari dall’oggi al domani. La trasformazione era evidente. Città che ricordavo del tutto prive di edifici moderni, con strade piene di buche e aree residenziali in rovina, erano improvvisamente diventate scintillanti monumenti alla modernità. Il centro storico di Hohhot incarnava il concetto di “nuovo” vecchio, tipico della Cina recente. Nel 2015 ho soggiornato nello sfarzoso hotel Shangri-La ed ero disorientato da un paesaggio che stentavo a riconoscere. Buona parte della ricchezza è arrivata fino ai pascoli, ma nelle zone rurali i cambiamenti non sono stati così drammatici e profondi.

L’era della standardizzazione

Oggi i mongoli costituiscono tra il 15 e il 20 per cento della popolazione della regione autonoma. Sono in minoranza dalla fine dell’era Qing, che si concluse nel 1912. La loro presenza è stata diluita dall’intensa immigrazione degli han nella regione, cresciuta in particolare dopo la presa del potere dei comunisti, nel 1949.

Molti anziani che conobbi negli anni novanta si erano trasferiti a Hohhot nell’ambito della campagna di ripopolamento voluta da Mao. Anche se nell’area vivevano ancora molti mongoli, già allora le persone che parlavano la lingua e conducevano una stile di vita tradizionale mongolo erano confinate nei villaggi tra gli enormi pascoli intorno alla città. Per molti di loro la tradizione era molto più di un dettaglio. In quelle zone era indispensabile almeno conoscere i rudimenti della lingua mongola per riuscire a muoversi. Le persone parlavano cinese, ma spesso con un forte accento. I mongoli più giovani erano tendenzialmente bilingui, ma anche i più “sinizzati” attribuivano una grande importanza alla lingua locale.

Capisco il motivo per cui oggi la lingua sia ancora più preziosa. A causa della marcia verso la standardizzazione voluta da Pechino, i mezzi d’informazione (e quasi tutto il resto) usano il cinese mandarino e sono pieni di cinesi han. In questo contesto, poter usare almeno in parte la vecchia scrittura mongola significa molto. Nella Mongolia indipendente, oltre il confine, gli anni dell’influenza sovietica hanno portato a una diffusione della grafia cirillica. Gli abitanti della Mongolia Interna sono spesso accusati dai vicini del nord di essere diventati completamente cinesi, ma almeno possono sottolineare di aver mantenuto la tradizionale lingua scritta.

Tuttavia oggi un mongolo che vive nelle aree urbane deve sforzarsi molto per conservare qualsiasi abilità linguistica oltre al cinese. E quando questa abilità viene meno, cosa resta in termini di stile di vita, identità ed espressione culturale? All’inizio degli anni duemila l’unico modo per affermare l’apparteneza all’etnia mongola era indossare gli abiti tradizionali ed eseguire quelle che erano considerate danze tradizionali. Un modo inadeguato per esprimere la propria identità. Questi sviluppi spiegano la rabbia diffusa contro la recente pretesa di Pechino che nelle scuole si usino il mandarino standard e nuovi manuali imposti dal governo. Dalla fine di agosto molti mongoli hanno cominciato a protestare e diversi studenti hanno smesso di andare a scuola. Per la Mongolia Interna è un fatto rivoluzionario. La posizione del governo di Pechino si fonda sull’idea che gli studenti, senza una comprensione accettabile della lingua nazionale, non potrebbero frequentare l’università né trovare un buon posto di lavoro. Cambiamenti simili sono stati imposti in tutto il paese, indipendentemente dalla presenza di un dialetto locale e, come in alcuni casi, di una lingua completamente diversa dal cinese. L’era di Xi Jinping è segnata dalla standardizzazione: crea prevedibilità e costringe tutto all’interno di un modello unico. Il governo sostiene che il suo obiettivo è impedire che qualcuno sia escluso dalle opportunità garantite da una lingua franca. È improbabile che il potere faccia un passo indietro. Ha dimostrato di essere impassibile davanti a proteste ben più accese, come dimostrano la gestione delle manifestazioni di Hong Kong e la repressione nello Xinjiang. Eppure vale la pena di prestare attenzione alla Mongolia Interna, dove i rischi di una politica troppo dogmatica e centralizzata sono evidenti.

Da sapere
Proteste e arresti

◆ Da settembre nella scuole della Mongolia Interna è stato introdotto il mandarino al posto del mongolo come lingua per alcune materie fondamentali. Il cinese sarà poi esteso anche agli altri insegnamenti. La misura ha provocato le proteste dei cittadini di etnia mongola, che da due mesi si rifiutano di mandare a scuola i figli. Secondo Radio Free Asia, dalla fine di agosto circa ottomila persone sarebbero state arrestate o messe in detenzione domiciliare.


Data la ricchezza arrivata nella regione, negli ultimi anni la Mongolia è sembrata non creare troppi problemi. Ma la sua storia moderna non è affatto rassicurante. I disordini scoppiati durante la rivoluzione culturale affondavano le proprie radici in grandi divisioni storiche, spesso relative a questioni etniche e rese più aspre dalle politiche conflittuali di Pechino. Oggi sembra che la storia stia per ripetersi. Prima o poi il governo dovrà chiedersi se le manovre che alimentano il risentimento a nord, a ovest (nello Xinjiang) e a Hong Kong non rischino di rivelarsi controproducenti.

Sotto la guida di Xi Jinping, la Cina sembra intenzionata a mandare un messaggio chiaro agli altri paesi: possono accettarla o ignorarla. Ma è difficile che lo stesso messaggio possa essere accolto da chi vive in Cina. Tra l’altro, anche per un leader come Xi, combattere non solo contro gli avversari esterni ma anche contro quelli interni potrebbe essere sfiancante.

Pechino deve rivedere il suo atteggiamento in Mongolia Interna. Il punto, però, non è se abbia intenzione di farlo, ma se ne sia capace. E questa è una differenza molto preoccupante. ◆ as

Kerry Brown insegna studi cinesi al King’s college di Londra.

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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati