Stasera alla stazione Termini di Roma si vedono dei volti nuovi oltre a quelli delle persone che dormono tra i cartoni. È mezzanotte e Jibu e Fernando, due ragazzi che arrivano dal Senegal e dalla Guinea, sono rimasti a piedi perché i mezzi pubblici hanno interrotto il servizio prima del solito. “Sarò sincero, gli italiani sono razzisti”, dice Jibu. Quando lo chiedo a Fernando, lui risponde: “L’hai visto con i tuoi occhi, no?”.
Si riferisce a un episodio successo due ore prima. Fernando e un giovane nigeriano volevano raggiungere Termini per prendere l’ultimo treno. Siccome la stazione della metropolitana San Giovanni era chiusa ho chiamato un autista di Uber. Dopo qualche minuto di attesa abbiamo visto avvicinarsi una Mercedes. Ma quando l’autista si è accorto che eravamo tre uomini neri ha annullato la corsa. E così sono diventato un protagonista del mio reportage.
Undici anni fa sono arrivato nei Paesi Bassi come rifugiato. A parte qualche episodio spiacevole ho ricevuto una buona accoglienza e ho potuto vivere il sogno europeo. La realtà insegna però che quel sogno non è per tutti. Da quando vivo nei Paesi Bassi l’Europa è cambiata molto. Oggi i populisti e i nazionalisti influenzano sempre di più le politiche sull’immigrazione, soprattutto in Italia, dove al governo c’è una coalizione formata dalla Lega e dal Movimento 5 stelle. Nel 2018 il parlamento italiano ha convertito in legge il controverso decreto su sicurezza e immigrazione voluto dal vicepresidente del consiglio Matteo Salvini. Il decreto ha abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari e così centinaia di persone sono state espulse dai cosiddetti centri d’accoglienza. Molte di loro sono finite in strada.
Ho deciso di venire a Roma per vedere cosa devono fare i migranti africani per tentare di vivere il mio stesso sogno europeo, e quale prezzo devono pagare.
Presidio umanitario
“Vedi l’edificio dietro a quel cancello? È lì che dormivamo”. Mamadou Lamine Cisse, un giovane senegalese, è a Roma da otto mesi. Siamo alle spalle della stazione Tiburtina, a pochi passi da piazzale Maslax, dove c’era un presidio umanitario. Dal 2015 a oggi la polizia italiana lo ha sgomberato ventisette volte. L’ultima un mese fa. I migranti come Lamine sono finiti in strada. Attraversiamo piazzale Maslax insieme a Mustafa e Aliou, due amici di Lamine. Incontriamo un senegalese sulla cinquantina, steso a terra su un materassino. “È traumatizzato”, dice Lamine, che lo saluta in wolof, una delle lingue del Senegal. Scherza con lui. “Un tempo aveva una vita normale, ma da quando ha perso il lavoro dorme in strada. È vero, noi africani non pensiamo al domani. Io me lo ripeto in continuazione: sei ancora giovane e forte, ma arriverà un momento in cui le cose cambieranno. Bisogna investire nel futuro”.
Sui cancelli ci sono striscioni con la scritta “L’immigrazione non è un crimine”
A 25 anni e con i suoi due metri d’altezza, Lamine è nel pieno della forma fisica. Ha un cappello nero con la scritta “Queens get the money”, il titolo di un brano del rapper Nas, jeans e maglietta neri e una giacca di pelle finta. A prima vista è un ragazzo come tanti. Ma poi racconta del suo viaggio per arrivare in Italia e la sua esperienza nel presidio umanitario. “Ho passato nove mesi in Algeria, è stato molto difficile. Il consolato non si decideva a darmi il permesso di soggiorno”. È stato costretto a cercare un lavoro in nero e per due mesi non è stato pagato. Non sapeva cosa fare. “Non puoi rivolgerti alla polizia perché sei senza documenti. Gli arabi sono peggio degli italiani. Almeno qui in Italia riesci a ottenere un documento”.
L’area dove c’era il presidio è chiusa e sui cancelli sono stati appesi degli striscioni con scritte come “L’immigrazione non è un crimine”. Lamine e i suoi amici ripensano al periodo passato nel presidio. Aliou mostra una foto: un fuoco a legna con sopra un bollitore per fare il tè. “Ecco come preparavamo la colazione”, dice.
“Questa è vita? È questa l’Europa?”, chiede Mustafa, che più degli altri vive male la permanenza in Italia. Si sofferma sul modo in cui la polizia ha sgomberato il presidio. “Sono arrivati alle cinque del mattino, senza preavviso e mentre dormivamo. Le stesse modalità usate per catturare i capi della mafia”. Ammetto che quel fuoco non è l’immagine dell’Europa che conosco. Piuttosto, mi fa pensare al villaggio congolese in cui sono nato 26 anni fa.
Aliou sembra guardare con nostalgia al periodo trascorso nel presidio. Mostra decine di foto. D’inverno le tende erano coperte da uno strato di brina. I migranti passavano la notte sotto teli di plastica. Questa foto è stata scattata da una collina vicina. “Dovevamo salire lassù per fare i bisogni”, dice Aliou. In un’altra foto si vede l’interno della tenda che divideva con Lamine. Salta all’occhio la pulizia. “Devi arrangiarti con quello che hai”, spiega Aliou. “Era la nostra casa. La pulivo tutti i giorni”.
Quando prendo i numeri di telefono dei ragazzi noto che Mustafa ha un numero olandese. Ha vissuto per due mesi a Roermond, nei Paesi Bassi, finché la polizia non l’ha rimandato in Italia in base al regolamento di Dublino (secondo cui un cittadino extracomunitario può fare domanda d’asilo solo nel primo paese dell’Unione in cui è arrivato). Mustafa ha bei ricordi dell’Olanda: “Ti trattano come un essere umano e ti danno anche dei soldi per comprare il biglietto dell’autobus”. Il giudizio sull’Italia è negativo: “Guardati intorno, c’è spazzatura ovunque. Una cosa simile nei Paesi Bassi non la vedresti mai. L’Italia non è Europa. È come la Libia. Noi non piacciamo agli italiani”.
La guerra economica
Lamine e i suoi amici hanno jeans e scarpe alla moda. “Qui la gente guarda gli africani dall’alto in basso”, dice Omar, che si unisce al gruppo. “Dobbiamo avere un bell’aspetto e dimostrare che la civiltà viene dall’Africa. Non possedere nulla non significa essere trascurati”. Omar è il più grande d’età e anche quello che parla meglio francese. Ha vissuto in Francia per sei mesi, e come Mustafa è stato rimandato in Italia, dove poi ha presentato la richiesta d’asilo. Come Mustafa si lamenta della vita in Italia. “Che paese è questo, dove si mangia pasta al pomodoro tutti i giorni? Da noi almeno si mangia il pesce”. In Senegal aveva un ristorante sul mare, ma le prospettive economiche erano poche così ha deciso di inseguire il sogno europeo. “La guerra economica è più pericolosa di quella con i proiettili: muori senza rendertene conto. Siamo venuti qui a chiedere indietro quello che gli europei hanno rubato in Africa”, dice.
Lamine, invece, vuole integrarsi nella società italiana. Parla un italiano migliore degli altri e critica i connazionali che vivono qui da più tempo e non conoscono la lingua. “C’è gente che è in Italia da dieci anni e ha ancora bisogno di un interprete quando va a fare i documenti”. Secondo Omar, Lamine è fortunato: “È portato per le lingue perché in Senegal ha frequentato la scuola coranica e ha dovuto imparare l’arabo. E dopo l’arabo, qualunque altra lingua è semplice”.
Lamine vuole fare dell’Italia la sua casa, anche se conosce bene i problemi del paese. Ricorda il giorno in cui la polizia voleva perquisirlo per controllare se avesse con sé della droga: un chiaro caso di profilazione razziale. “‘Go fuck yourself’, gli ho detto”. O la volta in cui stava passeggiando con la sua ragazza italiana e un gruppo di uomini ha fatto dei commenti pesanti. Eppure secondo Lamine bisogna trarre il meglio dalla situazione. “Qui ci sono molti poveri, molti disoccupati. Ma anche persone che hanno i soldi e sono intelligenti. Per loro non siamo un problema. Non dobbiamo generalizzare”. Mi parla di Andrea Costa, coordinatore di Baobab experience, un’associazione di volontari che aiutano i migranti e per questo hanno anche ricevuto minacce di morte. “Per me è come un fratello. Grazie all’aiuto dell’associazione ora ho un permesso per sei mesi e ho potuto seguire un corso da buttafuori. È stata Baobab experience a pagare l’iscrizione. Ora ho un certificato”. Lamine farà un colloquio per lavorare in un locale notturno.
Chi dice ‘povero migrante’ lo fa perché lo guarda dall’alto in basso
Torniamo alla stazione Tiburtina, dove c’è una festa organizzata da Baobab experience, responsabile della gestione del presidio umanitario di piazzale Maslax. Alla festa partecipano i migranti finiti per strada dopo lo sgombero. “Devono sapere che non sono soli”, spiega Raffaella Bracale, architetta che ha contribuito a organizzare questa giornata. Ci sono circa cinquanta persone, soprattutto richiedenti asilo e migranti che provengono dal Senegal e da altri paesi dell’Africa occidentale. Un servizio di catering, 1WorldKitchen, serve piatti di diversi paesi. Il menù include ricette eritree, curde e nordafricane. La Rai filma l’evento. C’è un’atmosfera che sembra allegra, molti italiani sorridono. Ma alcuni migranti hanno un’aria cupa.
Omar mi spiega perché ai migranti non sempre piacciono iniziative come questa: “Non aiutano a risolvere i nostri problemi”. Lamine gli fa eco: “Lo dico sempre, a noi non serve da mangiare o una casa. Vogliamo i documenti. Vogliamo un lavoro”. Inoltre temono di essere compatiti. “Ti offrono un caffè e il giorno dopo postano una foto con te su Facebook, dove si vantano di averti offerto un caffè”, dice Omar.
“Aiutare non è semplice”, spiega Monique Yuma, 25 anni, che vive a Roma. Suo padre è originario del Congo, come me; è nato a Lubumbashi ed è arrivato in Italia nel 1982. La madre di Monique è italiana. Monique ha fatto la volontaria per Baobab experience. Ha dovuto interrompere gli studi in psicologia per problemi economici e ora lavora come cameriera in due ristoranti e fa le consegne in bici per Deliveroo. Inoltre canta e sta lavorando al suo primo ep . Sogna di diventare una mediatrice culturale. “Per insegnare come aiutare gli altri. Molti non sanno come si fa”.
Sono cambiate molte cose
L’aiuto umanitario, che è un settore remunerativo, secondo Monique può avere effetti psicologici dannosi per i migranti. Lei sostiene che esistono tre tipi di persone che offrono il loro aiuto. “Ci sono quelli che danno un euro a chi chiede l’elemosina per strada e si sentono meglio. Poi quelli che aiutano gli altri perché hanno una bassa considerazione di sé e vogliono far crescere il proprio ego”. Il terzo tipo è quello che Monique giudica più problematico: “Aiutano perché sono impietositi. Come fa una ragazza della mia età a parlare di un uomo più grande di lei definendolo ‘un povero migrante’? Preferisco chi dice ‘sporco negro’, almeno so chi ho davanti. Chi dice ‘povero migrante’ lo fa perché lo guarda dall’alto in basso. Ci sono persone che hanno fatto un lungo viaggio e hanno subìto maltrattamenti in Libia restando traumatizzate, ma questo non significa che non possano parlare per sé, che non vadano trattate come chiunque altro”.
Il giorno dopo vado con Monique nella casa dove è cresciuta. “Non so cosa stia succedendo”, dice. “Stamattina mio padre si è svegliato, è salito in auto e per la prima volta da anni è andato al supermercato africano. Ha comprato dei platani e altri cibi africani. Mia madre dice che sta cucinando. Non lo fa mai”.
“Forse è un giorno speciale”, dico io, ben sapendo, come Monique, che suo padre è contento di avere come ospite un connazionale a migliaia di chilometri dal suo paese d’origine. “Sono sicura che mangeremo molto”, dice Monique.
Ci sediamo a tavola con il fratello minore di Monique, una madre single italiana di quarant’anni e la figlia di circa venti. “Sono qui perché non se la stanno passando bene. Non hanno casa né soldi. Pranzeranno insieme a noi”, mi ha spiegato la madre di Monique. Per primo vengono servite le lasagne al ragù. “Oggi mangeremo una cucina mista, congolese e italiana”, dice la signora. Segue pollo con salsa di arachidi. “C’è del pepe, fate attenzione”, dice Yuma senior, il padre di Monique. Poi porta in tavola i platani e il fufu, una sorta di polenta a base di farina di manioca, di mais o di grano duro. “Come fai a non sporcarti continuamente le mani?”, mi chiede Monique. Per lei è una fatica mangiare questo piatto che io conosco da quando sono nato. Nel frattempo il pepe sta facendo lacrimare suo fratello. “Ti avevo avvisato”, dice ridendo Yuma senior, che dopo pranzo mi spiega: “In Italia sono cambiate molte cose. Quando sono arrivato qui nel 1982 ero uno dei primi immigrati. Si vede anche nella foto di gruppo dell’università. Venivamo per studiare e poi trovavamo subito un lavoro. Ora c’è un’ondata di profughi, gruppi di ragazzi che gironzolano per la città. Sembrano meno seri, senza obiettivi. Ai nostri tempi era diverso”. I pochi capelli che gli sono rimasti sono grigi, ha il viso segnato dalle rughe. Gli è andata bene, penso. Una moglie, due figli, un’attività in proprio. Ha appena ottenuto un nuovo appalto: installerà le luci in un hotel in costruzione vicino all’aeroporto di Fiumicino. “È almeno un anno di lavoro”. Tra i suoi vecchi clienti c’è anche il Vaticano. Insomma, Yuma senior è il ritratto del bravo migrante che si è integrato, mentre i giovani di cui parla rappresentano i migranti indesiderati.
Nei giorni che passo a Roma parlo con molti di questi migranti. Come Joseph, 32 anni, etiope, che dorme a Termini da tre giorni. È senza lavoro da qualche settimana e non può più pagare l’affitto. Gli rimane solo una busta di plastica con dentro una coperta. “Oggi va piuttosto bene”, dice, “ma ieri e l’altro ieri ha fatto molto freddo”. Preferisce non chiedere ospitalità alla Caritas o ad altre organizzazioni. “Lì è già tutto pieno. Perché credi che tutta questa gente dorma qui? E poi dovrei dormire con degli estranei, l’idea non mi piace”. Spera di trovare un nuovo lavoro. “Così potrò permettermi una casa”.
Alcuni migranti hanno già abbandonato quella speranza e cercano di guadagnarsi da vivere in altri modi. “Ne vuoi un po’?”, mi chiede un giovane nigeriano in tono aggressivo durante una delle mie lunghe passeggiate per Roma. Vende droga. È un’immagine diffusa quella dei migranti che si trovano alle strette e, per sopravvivere, scelgono la strada della criminalità. Le prigioni di Roma ne sono piene. Al Pigneto, quartiere in via di gentrificazione in cui si trova il mio Airbnb, venivo regolarmente avvicinato da un gruppetto di senegalesi. Vogliono sapere se cerco “qualcosa”. A ottobre del 2018 Desirée Mariottini, 16 anni, è morta a San Lorenzo, quartiere universitario di Roma, dopo essere stata drogata e violentata da un gruppo di migranti. Sono stati arrestati tre senegalesi e un nigeriano. Quando Salvini ha visitato il quartiere dopo la tragica vicenda, ha definito “vermi” i responsabili della morte della ragazza.
Tra il padre di Monique e la nuova generazione di migranti c’è un muro con una finestra. Nel suo libro Exister, résister: ce qui dépend de nous, Pascal Chabot usa questa metafora per descrivere il nostro ordine mondiale, fatto da una parte di persone protette e dall’altra dagli esclusi che attraverso la finestra vedono com’è la vita di chi è al sicuro. “Il vetro rende possibile il connubio paradossale tra esclusione e apertura verso il mondo esterno. È un recinto trasparente: un muro, ma non per gli occhi”, scrive il filosofo belga. Nel soggiorno di Yuma senior, mentre parlo con lui in un misto di swahili e francese, è come se avessi il mio futuro davanti agli occhi. Sono io fra trent’anni, mi dico. Perché anch’io ho realizzato il sogno europeo. Anch’io mi trovo dalla parte sicura del muro. Proprio come Cécile Kyenge, europarlamentare italiana di origine congolese, che arrivò a Roma nel 1983 con un visto per studenti e qualche anno dopo si laureò in medicina e chirurgia. “Aiutai Cécile Kyenge a superare l’esame di matematica all’università”, dice Yuma senior. Nel 2013 Kyenge è diventata la prima persona nera a ricoprire la carica di ministro in Italia. Nello stesso anno Roberto Calderoli, della Lega e all’epoca vicepresidente del senato, l’ha paragonata a un orango: “Amo gli animali, orsi e lupi, com’è noto. Ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di un orango”. Per Calderoli, Kyenge poteva andare a “fare il ministro nel suo paese”.
I commenti razzisti e sessisti contro di lei non si sono fermati. Un anno dopo è stata eletta al parlamento europeo, dove oggi si occupa di immigrazione. È diventata una delle principali voci critiche nei confronti dell’attuale governo italiano.
Un ristorante senegalese
Ripenso al mio primo incontro con Monique, in un bar prima della festa per i migranti. Monique mi ha spiegato che da qualche anno cerca di dialogare con il padre sulle esperienze che ha vissuto in passato. A partire dal razzismo. “Ma mio padre non vuole mai parlarne”. Durante il colloquio con Yuma senior non oso toccare l’argomento. Parliamo del Congo, un paese che lui non visita dal 1982, otto anni prima che io nascessi. Dice però che pensa di farlo in futuro. Magari un giorno potrà insegnare ai ragazzi congolesi. Il padre di Monique si è trasferito in un paese di cui non conosceva la lingua e dove ha scelto d’integrarsi. Come è successo a Kyenge, gli è sicuramente capitato di subire episodi di razzismo, ma ha deciso di non curarsene e di fare bene il suo mestiere. È un atteggiamento che riconosco in me stesso. Negli undici anni in cui ho vissuto nei Paesi Bassi mi sono costruito una corazza, arrivando a non accorgermi dei commenti razzisti, che consideravo più che altro manifestazioni di stupidità. Non volevo guastare la festa, volevo partecipare. Questo spiega anche perché non mi sono arrabbiato quando l’autista di Uber ha annullato la corsa a San Giovanni a causa del colore della mia pelle. Ho pensato che fosse un problema suo, non mio. Settimane dopo, nei Paesi Bassi, mi sarei reso conto di quanto fosse ingiusto.
I miei coetanei e colleghi bianchi non devono temere di vedersi rifiutare qualcosa a causa del colore della loro pelle. I miei coetanei africani che sperano di vivere il sogno europeo devono sapere cosa li aspetta. “Alla fine lo sgombero è stato un bene”, dice Lamine mentre siamo seduti in un McDonald’s di fronte a Termini. “Il presidio impigriva la gente, non la incoraggiava a cercare altro”. Dopo lo sgombero, lui e il suo gruppo di amici sono riusciti a trovare una sistemazione. Cucinano, pregano e mangiano insieme. A Omar è andata un po’ meglio: grazie a un fondo di un miliardario brasiliano ha ottenuto una stanza per sei mesi.
Quando chiedo che piani abbiano, Lamine indica la guardia di sicurezza nigeriana che gira per il McDonald’s con un completo elegante. Omar pensa di aprire un ristorante africano: “A Roma non c’è un buon ristorante senegalese. Un locale con musica, una bella atmosfera e prodotti tipici di qualità, un posto come quello che avevo aperto nel mio paese”. Mustafa aspetterà altri tre mesi e poi tenterà di andare in un altro paese, forse in Francia. Nel frattempo le loro giornate proseguono con i ritmi di sempre. “Dopo la sveglia ci laviamo”, dice Omar. “Poi preghiamo, facciamo colazione, e se c’è lezione andiamo a scuola. Il resto del tempo lo passiamo a casa, o per strada. ‘La strada è una scuola di vita’, dicono gli italiani. Per me la vita è questa”. ◆ sm
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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati