Davanti al suo appartamento raso al suolo nel quartiere di Abou Deeb a Tiro, nel sud del Libano, Nour Khaled, un commerciante, dice di non essere “un tipo che si arrabbia”. La collera c’è comunque, ma Khaled, che ha 73 anni, la prende con filosofia: “Noi non eravamo in casa quando Israele ha colpito senza preavviso. Che fortuna!”. Il bombardamento è avvenuto nella seconda settimana di giugno.
La strada, situata nel centro della parte moderna di Tiro, parallela al lungomare, è grigia: diversi edifici sono stati ridotti in macerie. Il suo palazzo è ancora in piedi, ma mancano due piani, compreso quello del suo appartamento. Il quartiere è stato uno dei più colpiti dagli attacchi. L’esercito israeliano spesso ha detto di aver preso di mira le infrastrutture di Hezbollah. Khaled, dubbioso, preferisce pensare che “la guerra è così: non si sa mai quando e dove può esserci un attacco”.
Con la moglie dorme temporaneamente nella casa di alcuni vicini, che non sono ancora tornati. Khaled, che è rimasto a Tiro per tutta la durata della guerra tra Israele e Hezbollah, cominciata il 2 marzo, racconta la difficoltà di “trasferirsi altrove, quando hai vissuto per cinquant’anni nello stesso posto”. Si rifiuta di immaginare che una ristrutturazione sia impossibile. Ma “per decidere cosa fare, deve esserci stabilità: bisogna aspettare la fine dei sessanta giorni di negoziati tra l’Iran e gli Stati Uniti”, che dovrebbero portare a un accordo finale dopo la firma congiunta, avvenuta il 17 giugno, di un memorandum d’intesa che prevede anche la fine delle ostilità in Libano.
Gli abitanti del sud del paese si trovano di nuovo a vivere nella precarietà e nell’incertezza. Dopo l’annuncio dell’accordo tra Iran e Stati Uniti, Tiro, a differenza di Nabatiye, non è stata teatro di nuovi scontri tra Israele e Hezbollah né di massicci bombardamenti israeliani. Ma tanti raid israeliani hanno colpito le zone circostanti, prima della fragile tregua cominciata il pomeriggio del 20 giugno. E il giorno dopo alcuni droni hanno di nuovo sorvolato Tiro e i suoi dintorni.
Non si dà nulla per scontato. “Valutiamo giorno per giorno. I fatti ci diranno se ci sarà un ritorno alla normalità”, dice un operatore del settore sanitario, duramente colpito dal conflitto, che chiede di restare anonimo. Le autorità libanesi hanno invitato alla cautela sulla questione del ritorno. Questo appello alimenta “l’angoscia”, secondo l’operatore. “Non sappiamo cosa ci riserva il futuro”.
Una breve parentesi
Tiro, città di più di 40mila abitanti, è frastornata dalla violenza. Ora bisogna fare il bilancio della devastazione. Secondo Alwan Sharafeddine, vicesindaco della città, più di venti edifici sono stati ridotti in macerie. La squadra del municipio sta cercando di definire il numero di abitazioni danneggiate in varia misura dalle bombe, per ora stimate tra le ottocento e le mille. In più di cento giorni di conflitto – il cessate il fuoco del 17 aprile era stato solo una parentesi di qualche giorno di calma nel sud, prima che la guerra riprendesse – “la città è stata colpita da una quarantina di bombardamenti israeliani, sia con aerei sia con droni”, afferma Sharafeddine. Dalla fine di maggio ci sono state diverse incursioni. Il 9 giugno Israele ha emanato un ordine di evacuazione forzata per l’intera città di Tiro.
“Le persone che hanno perso la casa non potranno trovare rapidamente una sistemazione”, commenta Sharafeddine. “Finché Israele occupa una parte del Libano meridionale la guerra non è finita. Può esserci una tregua, un cessate il fuoco, ma nient’altro”. Il vicesindaco, funzionario del partito sciita Amal, guidato dal presidente del parlamento Nabih Berri, aggiunge che “l’occupazione rende legittime le operazioni della resistenza”.
Berri, il cui partito è stato sia rivale sia alleato di Hezbollah, è l’unico delle tre massime cariche dello stato libanese ad aver accolto con favore l’accordo tra Iran e Stati Uniti, che segna un rafforzamento del campo filoiraniano, di cui fa parte il movimento armato sciita.
Prendersi cura dei più vulnerabili si preannuncia come una sfida. Seduta davanti al suo deambulatore, Dalal Kassab, 66 anni, passa le giornate e le notti sotto il porticato del municipio. “Quando sono arrivati gli ordini di evacuazione molte persone si sono rifugiate qui. Ora sono tornate a casa. Ma il mio appartamento è stato distrutto”, spiega. Ormai dorme solo grazie ai sonniferi, che le permettono di “non sentire niente di notte, neppure gli aerei da guerra israeliani che passano ad alta o a bassa quota”, come quelli che hanno sorvolato il sud del paese nella notte tra il 19 e il 20 giugno.
Alla metà di giugno alcune tende erano ancora montate sul lungomare, vicino alla città vecchia. Ma la maggior parte delle persone che si erano rifugiate qui se n’è andata. Un uomo e suo figlio caricano l’auto per tornare a casa, ad Al Bass, un campo profughi palestinese a Tiro. Emm Ali, una donna siriana, si protegge dal sole sotto un ombrello: ha perso il suo piccolo alloggio nel quartiere di Abou Deeb a causa di un bombardamento. Si sente “sicura” nelle vicinanze di un posto di blocco dell’esercito allestito davanti a uno degli ingressi del quartiere cristiano di Tiro, risparmiato dai bombardamenti nonostante le minacce. Lo stato ebraico aveva dichiarato che alcuni affiliati di Hezbollah si nascondevano nel quartiere tra gli sfollati che avevano trovato rifugio lì.
“Gli israeliani hanno cercato di aizzare cristiani e musulmani gli uni contro gli altri”, accusa Sharafeddine. L’espulsione degli sfollati cacciati dagli abitanti del quartiere lascerà il segno, ammette. Ma vuole credere che si è trattato del gesto di una minoranza e che Tiro, città a maggioranza sciita ma multiconfessionale, resterà un simbolo di “coesistenza”.
Su un terreno attiguo a uno dei siti archeologici della città alcune ruspe sgomberano i calcinacci: sono i resti di una residenza storica che è stata bombardata. “Qui c’era un arbusto di gelsomino dove venivamo a raccogliere i fiori”, ricorda Nabil Bawab, preside in pensione, appena tornato a Tiro. È in grado di indicare a quando risalgono le distruzioni, più o meno recenti, ed è uno dei pochi a credere fermamente che la “stabilità” potrebbe tornare, “perché i grandi paesi si sono messi d’accordo”.
Un dolore che durerà
Il piccolo negozio di alimentari gestito da Haydar Shaar, situato a qualche metro dall’edificio distrutto, ha subìto solo pochi danni. Il giovane non ha lasciato Tiro, perché la città è “la sua anima”, dice. “Mi rattrista vederla così malconcia. Possiamo rassegnarci alla distruzione, ma ai morti non ci si abitua mai”. Circa quattromila persone sono state uccise dai bombardamenti israeliani in Libano dal 2 marzo.
Più giù, di fronte al mare, davanti alle rovine di un gruppo di edifici bombardati da Israele il 16 aprile, spiccano i ritratti delle 27 persone uccise quel giorno, tra cui donne e bambini. Sono stati riuniti tutti su un grande cartellone con la scritta “I martiri della città di Tiro”. Alcuni passanti rallentano davanti al luogo, simbolo di un dolore che durerà.
Nel quartiere di Abou Deeb alcuni operai del municipio stanno riparando dei cavi elettrici. I commercianti puliscono le schegge di vetro sulla soglia dei loro negozi. I dipendenti del noto ristorante Abou Deeb si danno da fare per rimettere a posto il locale, danneggiato quando un edificio dall’altro lato della strada è stato polverizzato da una bomba israeliana. “Ci affidiamo a Dio nella speranza che la calma in città possa durare”, dice il titolare, Ibrahim Badawi.
È rimasto scottato dall’esperienza dei recenti cessate il fuoco non rispettati, come quello che aveva messo fine alla precedente guerra del 2024, dopo il quale Israele ha continuato i suoi attacchi sul sud del paese per quindici mesi affermando di voler colpire Hezbollah. Badawi aspetta ancora una vera tregua, cioè “senza attacchi né uccisioni”. Per il momento sua moglie e i suoi figli restano sfollati a Beirut. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati