“Lei mi odia…”, dichiara addolorato il mostro alla fine di La moglie di Frankenstein (1935), sequel del classico di James Whale del 1931. La sposa del mostro, rianimata dallo scienziato Henry Frankenstein e dal sinistro dottor Pretorius, appare in un vaporoso abito bianco, con le labbra nere in contrasto con una pelle di porcellana a richiamare i fulmini chiari che risalgono lungo i suoi capelli acconciati verso l’alto.
Elsa Lanchester interpreta sia la sposa sia l’autrice di Frankenstein, Mary Shelley, a cui spetta il compito d’introdurre la storia all’inizio del film. Da scrittrice attraente, Lanchester si trasforma in una figura selvaggia e sprezzante che osa dire no. La sposa non è un personaggio creato da Shelley. Nel romanzo, la creatura brama una compagna, ma Frankenstein, temendo di generare una progenie di mostri, distrugge l’esemplare femmina quando è ancora incompleto. Il film, invece, la riporta in vita e la presenta come la donna che Shelley avrebbe voluto essere, capace di esprimere tutta la sua rabbia contro gli editori misogini e gli scrittori che avevano deliberatamente frainteso il suo lavoro.
La sposa!, nuova versione della storia diretta da Maggie Gyllenhaall, si affida allo stesso espediente narrativo, assegnando a un’unica attrice, Jessie Buckley, il doppio personaggio di creatura e creatrice. Buckley è furiosa quando interpreta Shelley, con un gracchiante accento britannico che crea una separazione schizofrenica con Ida, la donna della Chicago anni trenta di cui s’impossessa all’inizio del film. Il nome allude a Ida Lupino, attrice e regista britannica che nella Hollywood degli anni cinquanta sfidò le limitazioni sociali imposte alle artiste. Dopo essere stata uccisa, Ida viene riesumata dalla dottoressa Euphronius (Annette Bening) su richiesta del mostro (Christian Bale) che soffre di solitudine.
Prometeo e Pigmalione
Nella versione di Shelley Victor Frankenstein diventa “il moderno Prometeo” creando un uomo. Quando crea una donna, invece, è un moderno Pigmalione. L’uomo crea l’uomo spinto dal desiderio di essere un dio, mentre crea la donna motivato dal desiderio sessuale, dalla voglia di riportare la figura femminile a una tabula rasa e costringerla a una sottomissione incondizionata. Nella versione del 1935 la sposa si ribella, ma la sua comparsa è fugace. Gyllenhaal usa questa premessa per dare vita a una lunga esplorazione femminista del personaggio
Costruire una donna comporta dei rischi. Pochi anni prima dell’uscita della Moglie di Frankenstein, il regista espressionista tedesco Fritz Lang aveva completato Metropolis (1927), un capolavoro in cui un inventore crea un robot femminile che assume l’identità di una donna di nome Maria, interpretata da Brigitte Helm. Maria rappresenta una minaccia al regime maschilista che domina la città distopica in cui è ambientato il film. Come la sposa interpretata da Buckley, il robot deve scoprire la propria identità di genere. Questo tema è assente dal viaggio di autoriconoscimento intrapreso dal personaggio maschile del romanzo di Shelley e del film del 1931. Il mostro originale è una pagina bianca e deve imparare i fondamenti del linguaggio e del comportamento umano, tra l’altro con risultati disastrosi, dato che è percepito come un pericolo per la società, soprattutto per le donne e i bambini. Anche la sposa di Buckley semina il panico, ma i mostri femminili, disegnati con scopi diversi, sono percepiti come intrinsecamente sottomessi e mai davvero spaventosi.
James Whale, che negli anni trenta diresse sia Frankenstein sia La moglie di Frankenstein, era un omosessuale non dichiarato, ed è stato suggerito che questo aspetto sia contenuto nel film sotto forma di un’alienazione con cui altri gruppi ostracizzati potevano identificarsi. Anche gli studi sul genere hanno trovato analogie significative nell’esperienza del mostro. Nel saggio My words to Victor Frankenstein above the village of Chamounix, la storica trans Susan Stryker scrive: “Al pari del mostro, anche io sono percepita come non del tutto umana a causa delle fattezze del mio corpo; come quella del mostro, anche la mia esclusione dalla comunità umana alimenta in me una rabbia profonda e costante”. La sposa di Gyllenhaal non sa quale fosse la sua identità sessuale prima della rianimazione, e questo permette al mostro di manipolarla. Gli uomini la molestano e la sposa diventa sempre più violenta nei loro confronti, un comportamento che fatica a riconciliare con un innato senso morale.
Desiderio patriarcale
Nel mondo del cinema non mancano gli esempi di uomini che cercano di resuscitare le donne. In La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock, Scottie (James Stewart) è convinto di poter riportare in vita la moglie facendo indossare i suoi vestiti a una donna che le somiglia. Entrambe le donne sono interpretate da Kim Novak. Quando la seconda donna appare perfettamente somigliante alla moglie, Scottie è in estasi, almeno finché capisce che ha una personalità completamente diversa. In La pelle che abito (2011), Pedro Almodóvar si spinge oltre, raccontando la storia di un chirurgo plastico che “scolpisce” la moglie morta usando il corpo di un uomo vivente. Il film esplora l’immutabilità del genere, costringendo l’uomo in uno stato disforico attraverso l’imposizione di una prigione biologica. Errore tipico degli scienziati pazzi che osano giocare con il genere: sottovalutare il potere dell’individuo.
Dopo La moglie di Frankenstein, la sposa del mostro è riapparsa in varie forme, da La maledizione dei Frankenstein della Hammer Film (1967) alla versione comica di Frankenstein Junior di Mel Brooks (1974), fino alle fantasie sessuali di La donna esplosiva (1985) e Frankenhooker (1990). Più recentemente, Povere creature! di Yorgos Lanthimos (2023) ha immaginato una donna creata adulta e animata da un desiderio di scoperta sessuale. La protagonista è inizialmente attratta dagli uomini, prima che l’ingiustizia misogina la porti a sviluppare una smania di libertà. I registi usano il cinema come laboratorio in cui sperimentare, con il desiderio patriarcale di domare le donne per i propri scopi, un’aspirazione spesso farsesca o destinata al fallimento.
Per la sua versione di questa dinamica, Gyllenhaal ha dato vita a un “mostro” cinematografico tra la golden age e la new Hollywood, combinando Fred e Ginger con Bonnie e Clyde. Nata nelle catene del passato, la sposa di Gyllenhaal si unisce alla rivoluzione femminista del presente, ma la natura fondamentale della situazione resta inalterata. L’uomo crea la donna come oggetto sessuale. Ma lei finirà sempre per ribellarsi. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati