È raro che un’elezione produca così tanti perdenti e così pochi vincitori. All’indomani di un voto segnato da un’affluenza alta, pari al 77,7 per cento, il 28 ottobre Israele si sveglia con la prospettiva di restare senza una maggioranza parlamentare certa né un governo stabile.

La coalizione uscente, al potere dal 2022, subisce una sconfitta sui numeri: passa dai 64 seggi di quattro anni fa a 54, contro i 49 dell’opposizione (dati aggiornati al 28 ottobre, con l’85 per cento delle schede scrutinate). Ma anche il blocco dell’opposizione fallisce la sua scommessa: fa un po’ peggio del previsto e non riesce a strappare al Likud di Benjamin Netanyahu il primato di primo partito.

Gli unici vincitori delle elezioni sono i cosiddetti partiti arabi. Grazie al forte aumento dell’affluenza nelle città israeliane a maggioranza araba, le loro due liste potrebbero ottenere complessivamente almeno 18 seggi, quasi il doppio rispetto al 2022. Per la prima volta nella storia del paese la loro presenza in parlamento si avvicina al peso reale tra gli elettori, pari al 18 per cento. Questo altera gli equilibri politici, perché nessuna delle due coalizioni può formarsi senza il loro appoggio.

La prima conseguenza, puramente aritmetica, è che Netanyahu non dovrebbe riuscire a fare un governo insieme ai suoi alleati, nonostante risultati migliori delle aspettative. Il presidente Isaac Herzog potrebbe comunque incaricarlo di formare una coalizione appoggiata da un’estrema destra che ha tenuto abbastanza bene, con circa dodici seggi contro i quattordici del 2022. Netanyahu però avrebbe poche possibilità di ottenere la fiducia di una knesset in cui i suoi avversari, da un lato i partiti “sionisti” e dall’altro quelli arabi, avrebbero complessivamente quasi settanta seggi su 120.

Nulla vieta tuttavia che nella nuova fase aperta dal voto le alleanze cambino. Prima delle elezioni Herzog aveva lasciato intendere che avrebbe sostenuto un governo di unità nazionale composto da partiti appartenenti alle due coalizioni: per esempio il Likud di Netanyahu insieme a Yashar! di Gadi Eisenkot o ai partiti di Naftali Bennett o Avigdor Lieberman, che fanno parte anche loro dell’opposizione. Prima del voto Eisenkot aveva respinto questa ipotesi ed è sembrato fermo nella sua posizione anche dopo. Bennett, capo della destra liberista, si è espresso in modo simile, escludendo un’alleanza che comprenda gli ultraortodossi. Anche il lea­der del partito Democratici, Yair Golan, ha respinto questa possibilità.

Verso l’incertezza

La durata dei negoziati complica la situazione. Israele si prepara a settimane, se non mesi, di incertezza, durante i quali Netanyahu resterà alla guida del governo ad interim. Nel frattempo il rischio di una guerra con l’Iran resta alto, soprattutto dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre negli Stati Uniti. L’eventualità di una risposta iraniana a un attacco di Stati Uniti e Israele aggiungerebbe un altro elemento critico, se lo stato ebraico si trovasse sotto il fuoco dei missili iraniani. La pressione per formare un governo di unità nazionale potrebbe allora aumentare e spingere alcuni leader ad accantonare gli impegni assunti prima e dopo il voto.

Anche l’altro scenario di una ricomposizione politica è molto fragile. Il blocco dell’opposizione e le due liste arabe condannano il bilancio e i metodi politici di Netanyahu. Ma anche loro sono attraversati da correnti molto diverse. Il 28 ottobre i Democratici di Golan, di sinistra, hanno chiesto un’alleanza con i partiti arabi. Eisenkot inizialmente non aveva escluso la possibilità di un avvicinamento. Ma il suo alleato Lieberman la considera una linea rossa. “Non voglio il sostegno dei partiti arabi”, è stato quindi costretto a precisare Eisenkot a inizio ottobre. Anche l’ultimo componente della coalizione, Naftali Bennett, della destra liberista, sembra riluttante: in passato aveva stretto un’alleanza di questo tipo e una parte del suo elettorato non gliel’ha perdonato.

L’opposizione cercherà comunque di conquistare la presidenza della knesset, fondamentale nel sistema parlamentare israeliano. Appare invece più difficile approvare rapidamente i primi provvedimenti legislativi, cosa permessa dalle leggi fondamentali anche senza un nuovo governo. L’unica eccezione potrebbe essere l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre 2023.

Immagine preoccupante

Pur avendo confermato il suo ruolo di lea­der dell’opposizione, Eisenkot esce indebolito. L’ex capo di stato maggiore non è riuscito a realizzare l’ambizione di trasformare il suo partito nella principale forza politica israeliana, restando piuttosto lontano dal partito di Netanyahu. Nelle ultime settimane i suoi alleati gli avevano rimproverato di cercare di conquistare voti nelle loro basi elettorali (più volte i leader dell’opposizione avevano cercato di accordarsi per non dare l’impressione di essere in competizione tra loro, senza riuscirci).

Uno dei paradossi del voto è che, se da un lato segna una sconfitta di fatto per Netanyahu, dall’altro dimostra che il rifiuto della sua persona e della sua politica non coincide di per sé con un programma o un’idea. La strategia prudente di Eisenkot, costruita interamente su un discorso anti-Netanyahu, non ha dato lo slancio sufficiente. È come se l’ex generale avesse condotto una campagna da secondo turno, consensuale e senza rischi, in un’elezione a turno unico, in cui conta innanzitutto mobilitare la base. Inoltre non è riuscito a imporre i temi del dibattito pubblico e a superare l’abilità del primo ministro, riferimento della politica israeliana da trent’anni, nonostante l’immenso trauma del 7 ottobre.

Il panorama politico appare più frammentato che mai. Undici liste si dividono 120 seggi, e solo due ne hanno più di venti. Al di là del risultato immediato, le elezioni restituiscono un’immagine preoccupante d’Israele e del suo sistema politico, composto da blocchi difficilmente conciliabili. Se non sarà possibile formare un governo si andrà a nuove elezioni entro la primavera del 2027. Con un dato storico su cui i cosiddetti partiti sionisti dovranno riflettere a lungo: gli arabi israeliani intendono prendersi il loro spazio nella vita politica del paese. Con 18 seggi avrebbero un peso maggiore dell’estrema destra di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich o dei partiti ultraortodossi. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati