Dopo il voto del 29 agosto numerosi scettici e oppositori dell’Unione europea si stanno congratulando con gli islandesi. Il no alla ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione attraversa il palazzo Berlaymont di Bruxelles, sede della Commissione, come un fantasma, come un monito che l’Unione non è poi così attraente, così ovvia, così indispensabile. Non si corre a rifugiarsi tra le braccia dell’Unione per chiedere aiuto contro le imprevedibili grandi potenze neanche quando le onde dei giganti del mondo s’infrangono sulle coste di un piccolo regno insulare.
Il 47,2 per cento degli islandesi ha votato sì e il 52,8 per cento no, l’affluenza alle urne è stata dell’82,5 per cento, il dato più alto dalle elezioni legislative del 2009: 270mila votanti su quasi 400mila aventi diritto.
Secondo la maggior parte delle analisi durante la campagna elettorale il fronte del no è riuscito a rendere determinante la pesca, il settore economico più importante e la principale voce di esportazione dell’isola. Sia concretamente sia simbolicamente: perché, secondo l’opposizione, è un elemento cruciale dell’economia nazionale, su cui non bisognerebbe rinunciare ad avere il pieno controllo; ma allo stesso tempo va tutelato come simbolo dell’identità islandese. Adeguarsi alla politica comune della pesca dell’Unione europea, secondo questa analisi, significherebbe svendere la nazione, mettendo fine a ogni libertà e indipendenza.
È una grave sconfitta per il partito della prima ministra Kristrún Frostadóttir, l’Alleanza socialdemocratica. Nel 2024 il nuovo governo aveva deciso che una consultazione popolare sui negoziati di adesione doveva tenersi entro la fine del 2027. Il fatto che la votazione si sia svolta prima è dovuto alle tensioni “sul grande palcoscenico geopolitico”, come ha affermato la premier islandese.
Il referendum è stato anticipato dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di annettere la vicina Groenlandia. Il governo islandese ha ritenuto che la risposta di Bruxelles all’ascesa di Trump, consistente nel progettare una propria strategia comune di difesa e sicurezza, fosse un’occasione che Reykjavík non poteva lasciarsi sfuggire.
“È un risultato inequivocabile. Non solo per la differenza di voti, ma anche per l’affluenza. Il referendum riguardava i negoziati di adesione all’Unione europea e la popolazione ha detto no. Il governo ha perso. È semplice”, scrive il quotidiano islandese Morgunbladid. “È singolare che durante la conferenza stampa sui risultati gli esponenti del governo abbiano sottolineato la loro intenzione di ‘rispettare il risultati’ e specificato che i negoziati di adesione non riprenderanno. La prima ministra Kristrún Frostadóttir, inoltre, ha messo in evidenza il fatto che molti di coloro che hanno votato no avevano espresso un forte sostegno allo Spazio economico europeo (See, di cui l’Islanda fa parte). Certo, la maggior parte di coloro che hanno votato no è favorevole al See. Ma il governo non può appropriarsi dei no interpretandoli come un sostegno all’attuale politica europea e considerare tutti i sì come un segno di desiderio di maggiore integrazione europea. Un sondaggio realizzato in primavera ha mostrato che il 42,1 per cento degli intervistati era favorevole alla riapertura dei negoziati di adesione, ma solo il 30,6 era favorevole all’adesione mentre il 46,3 si è dichiarato decisamente contrario”. Cosa succederà ora? “Il giorno prima delle elezioni Frostadóttir aveva affermato di avere fiducia nel suo popolo. Ora sarà messa alla prova un’altra cosa, ben più importante: il popolo può avere fiducia in Frostadóttir?”. ◆
Calcoli sbagliati
“Per l’Islanda è un buon momento per aderire”, aveva affermato Frostadóttir. Ma se lei e il governo si aspettavano che la geopolitica sarebbe stata il fattore decisivo per convincere gli islandesi a votare per l’Unione, si sbagliavano. Il 30 agosto la prima ministra ha dichiarato che il voto ha rappresentato una vittoria per la democrazia. “Più dell’80 per cento del paese si è impegnato per una causa come questa”, ha affermato Frostadóttir in una conferenza stampa. E ha aggiunto che “il governo non proseguirà con i negoziati di adesione”.
Prima del voto a Bruxelles regnava l’ottimismo. Ancora all’inizio di agosto il fronte del sì era in vantaggio di più del 6 per cento nei sondaggi. Uno scenario positivo per l’Unione si profilava all’orizzonte dell’Atlantico settentrionale. Dopo un sì islandese la Norvegia avrebbe potuto essere la prossima. E l’Unione sarebbe rimasta forte e indispensabile nell’emisfero settentrionale.
Ora, invece, dobbiamo subire la derisione di chi esulta e interpreta il voto islandese come una grande vittoria contro Bruxelles. Il leader del partito sovranista britannico Reform Uk, Nigel Farage – voce decisiva per l’uscita del Regno Unito dall’Unione – si dichiara entusiasta che l’Islanda possa “preservare la sua indipendenza”. La francese Marine Le Pen ha dichiarato che il voto dimostra la possibilità di un’“Europa di nazioni libere e sovrane”.
Un no non era nei piani. Né per il governo islandese né per la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Il 16 settembre von der Leyen terrà il suo discorso annuale sullo stato dell’Unione al parlamento europeo. Probabilmente qualcuno nell’edificio Berlaymont ha già cominciato a riscriverne la bozza. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati