La ragazza aveva quindici anni e una vocazione: farsi suora, pregare, cantare e assistere i bisognosi in nome di dio. Ma non fu così facile. I genitori la convinsero a rivolgersi al parroco locale, un amico di famiglia di cui si fidavano ciecamente. “Vorrei intraprendere un percorso spirituale. Cosa devo fare?”, disse la ragazza all’uomo. Fu l’inizio di un incubo. Il parroco le faceva delle strane domande – era vergine? – e la invitava ad accompagnarlo a delle gite fuori porta, ufficialmente per parlare della vita spirituale. Ben presto, però, lei capì che il suo obiettivo era una relazione. Quando si rifiutò, lui la violentò.
“Nonostante questo i rapporti tra i due non si interruppero”, racconta Mary Lembo, una suora che ha raccolto la testimonianza della ragazza in una tesi di dottorato, proteggendone l’identità. Si sa solo che i fatti sono avvenuti in un paese dell’Africa occidentale. “Non voleva più vedere il parroco, ma era disperata, non sapeva cosa fare. Chi avrebbe mai creduto alla sua versione dei fatti, considerata l’autorevolezza del sacerdote stupratore?”. La ragazza rimase incinta e abortì.
In quasi tutti i casi in cui una suora ha denunciato un prete per molestie, i vescovi si sono schierati dalla parte del prete
Mary Lembo, originaria del Togo e appartenente alla congregazione delle suore di Santa Caterina, ha svolto il suo dottorato di ricerca presso la Pontificia università gregoriana, e in autunno ha discusso la tesi, sulle violenze subite dalle suore da parte di alcuni sacerdoti. Era il primo studio scientifico sull’argomento, che costituisce un capitolo a sé nel grande libro nero degli abusi all’interno della chiesa cattolica, e sul quale si è taciuto per decenni, anche quando in tutto il mondo scoppiavano gli scandali sulle molestie ai danni di minorenni e di seminaristi.
“Mi sembra che a poco a poco si stia prendendo coscienza del problema, anche se si continua a non parlarne abbastanza”, spiega Lembo al telefono. “Qualcuno rimane sconvolto, altri si chiedono se sia tutto vero. Papa Francesco ha cominciato ad affrontare la questione pubblicamente, e questo ha rappresentato un grande sostegno per la mia ricerca. Il clima è cambiato. Lentamente si fa luce”.
In un rapporto segreto del 1994 una suora aveva informato il Vaticano che in più di venti paesi c’erano stati casi di violenze su suore da parte di parroci e vescovi. Nel 2001, quando la notizia si era diffusa al di fuori dalla Santa Sede, il Vaticano però minimizzò. Ma con papa Francesco il vento è cambiato. Negli ultimi due anni alcune suore in Cile, India, Nigeria, Germania, Francia e Italia hanno parlato delle violenze subite. A febbraio l’inserto femminile dell’Osservatore Romano ha stigmatizzato “l’abuso di potere” di alcuni membri del clero e la loro “interpretazione perversa” del ruolo sacerdotale.
Qualche giorno dopo Bergoglio ha ammesso che la chiesa aveva ignorato la questione per molto tempo. “Dobbiamo fare di più? Sì. C’è la volontà di farlo? Sì. Ma è un cammino che abbiamo già intrapreso”, ha detto il pontefice. E ha ricordato che il suo predecessore, Benedetto XVI, aveva sciolto un ordine francese al cui interno le donne erano usate come schiave sessuali.
Ancora paura
La tesi di Lembo, che quest’anno sarà pubblicata in Francia, ha dato un ulteriore impulso al dibattito. Le madri superiori di altri ordini internazionali le hanno riferito di molti casi di violenze, chiedendole consigli su come gestire la situazione. E una suora di ottant’anni le ha telefonato per ringraziarla. “Non aveva mai potuto parlare delle violenze che aveva subìto, perché nessuno le credeva”, racconta Lembo.
La ricerca di Lembo, che prende in esame solo casi registrati in Africa occidentale, è partita nel 2014. All’inizio è stato difficile trovare interlocutrici disposte ad affrontare l’argomento. Attraverso la sua rete di conoscenze, Lembo è entrata in contatto con un centinaio di suore che avevano subìto abusi di vario tipo, e ha descritto i meccanismi alla base delle violenze concentrandosi su una decina di casi.
“C’è ancora paura di parlare”, spiega lei. “Gli uomini che commettono questi crimini sono persone di potere, autorità all’interno delle chiese locali. Le suore temono di esporre le proprie famiglie a ritorsioni”. La maggior parte di loro vive un conflitto interiore. “Queste donne dedicano la loro vita a dio. Dopo un trauma simile cominciano a farsi domande. Hanno imboccato la strada sbagliata? Si sentono a proprio agio all’interno della chiesa? Per loro, poi, la chiesa è una madre, e della propria madre non si parla male”.
Molte si sono ritrovate senza nessuno vicino. Solo in uno dei dieci casi descritti da Lembo con dovizia di particolari chi aveva subìto violenza ha trovato il sostegno del suo ordine. “Le altre hanno dovuto sbrigarsela da sole. Gli ordini temono di ricevere pubblicità negativa. E spesso si ha il dubbio che la donna possa essersela in qualche modo cercata”. Lembo sottolinea che nelle testimonianze da lei raccolte non si trattava di relazioni consensuali. “Mi sono imbattuta in casi di violenza sessuale di ogni genere. E quando la suora rifiutava una relazione, subiva ogni genere di pressione: fisica, morale, psicologica. Si sentiva dire che in caso di rifiuto sarebbe andata incontro a una punizione divina”.
Una questione di potere
Tutto ruota sempre intorno alla disparità di potere. Come il caso di un parroco che ha “invitato” a casa sua una dirigente scolastica per chiederle di portargli del tè e di rimanere con lui per accudirlo. Secondo Lembo per evitare situazioni simili servirebbe una maggiore “professionalizzazione del lavoro pastorale”: un sacerdote non deve collaborare sempre con la stessa suora, una suora non deve viaggiare da sola con un prete e non dev’essere costretta a farsi accompagnare a casa da lui. Inoltre non deve continuare a lavorare quando in parrocchia non è rimasto nessun altro. E bisogna insegnare anche ai seminaristi che ci sono confini da non superare.
“Si tratta davvero di uno studio pionieristico”, sostiene la relatrice di Lembo, Karlijn Demasure, professoressa belga e tra i massimi esperti mondiali di abusi sessuali. Demasure è stata direttrice del Centro per la protezione dei minorenni del Vaticano. Oggi insegna alla Pontificia università gregoriana e alla Saint Paul university di Ottawa.
◆ 1970 Nasce in Togo.
◆ 2005 Si laurea in pedagogia all’Università pontificia salesiana di Roma.
◆ 2014 Comincia una ricerca sugli abusi commessi dai preti contro le suore in Africa occidentale.
◆ 2019 Pubblica la sua tesi di dottorato sui risultati dell’inchiesta.
La professoressa sottolinea quanto sia importante affrontare la questione. “Molte suore più anziane non vogliono parlarne. Provano un senso di colpa. Pensano: ‘Ero adulta, potevo dire di no’”. Papa Francesco, ma anche il movimento #MeToo, hanno segnato un cambiamento. “La ricerca di Lembo è cominciata prima”, spiega Demasure, “ma il #MeToo ha avuto un forte impatto. Ha permesso di parlare di certi argomenti. A Hollywood si è pensato per molto tempo che fosse facile non lasciarsi coinvolgere in certe dinamiche. Ora si è finalmente capito che a volte si finisce intrappolati in una rete per cui è impossibile dire di no. Il fulcro del problema sono i rapporti di potere sbilanciati”. Questo squilibrio, sostiene Demasure, ha un peso particolare all’interno delle diocesi, ordini locali che dipendono in tutto e per tutto – anche in termini finanziari – dal vescovo locale.
In quasi tutti i casi in cui una suora ha denunciato un prete, i vescovi si sono schierati dalla parte del prete. E poi c’è un grande dilemma: è giusto portare avanti la denuncia e rischiare così che non arrivino più finanziamenti? Demasure racconta che nel 2019 in India un gruppo di suore ha chiesto l’arresto di un vescovo colpevole di ripetute violenze su una di loro. “In quell’occasione la madre superiora scrisse un tweet in cui difendeva il vescovo, definendolo un’anima ‘pia e innocente’. Probabilmente era combattuta tra la preoccupazione per la sorella e le possibili conseguenze per la congregazione. In teoria le suore appartenenti a ordini internazionali sono meno vulnerabili, perché questi ordini possono contare su una maggiore indipendenza e su leader più autorevoli”.
Su quasi tutte le suore che hanno subìto abusi grava il peso psicologico del voto di obbedienza, spiega Demasure. Alla stessa conclusione era arrivata una suora scozzese, Maria McDonald, che nel 1998 presentò a Roma un documento, reso pubblico tre anni dopo, sugli “abusi sessuali commessi dai religiosi africani in Africa e a Roma”. L’autorità del sacerdote mette in forte soggezione le giovani religiose, scriveva McDonald. “Le suore imparano a considerarsi inferiori e a essere obbedienti. È comprensibile che non riescano a dire di no a un sacerdote che chiede favori sessuali”. Il rapporto di McDonald si concentrava sull’Africa, e nel 2001 il Vaticano uscì dall’impaccio dicendo che si trattava di un problema “geograficamente circoscritto”.
Quattro anni prima un’altra suora aveva spedito alla Santa Sede un rapporto confidenziale relativo agli abusi commessi in più di venti paesi, tra cui Colombia, India, Papua-Nuova Guinea, Filippine, Irlanda, Italia e Stati Uniti. L’autrice era l’irlandese Maura O’Donoghue, che aveva lunghi trascorsi in Africa e nei sei anni precedenti al rapporto era stata coordinatrice dei progetti sull’aids di una ong britannica.
O’Donoghue evidenziava un nesso diretto tra abusi sessuali e aids. A una superiora, per esempio, era stato chiesto di mettere a disposizione del prete le sue sorelle perché se i sacerdoti avessero cercato di fare sesso altrove avrebbero rischiato seriamente di contrarre l’aids. Anche il rapporto di O’Donoghue emerse nel 2001. “Un problema geograficamente circoscritto?”, dice Demasure, criticando la reazione del Vaticano. “O’Donoghue citava i paesi in cui aveva lavorato. Ce ne saranno sicuramente altri”.
La forza di dire no
Le ultime rivelazioni mostrano quanto la questione sia vasta. Mary Lembo dice di non avere incontrato resistenze all’interno del Vaticano o all’interno dell’università pontificia. Spera che la sua tesi aiuti chi ha subìto abusi a farsi ascoltare di più. “È importante sentire i racconti di queste persone. Ancora oggi si dice troppo spesso che certe cose non possono essere vere o si fanno domande che implicitamente attribuiscono parte della colpa a chi ha subìto gli abusi”, dice Lembo.
La suora aggiunge: “La mia tesi di dottorato serve anche a far capire a queste donne che non hanno colpa, che non dipende da loro. E in futuro dovranno nascere strutture alle quali le persone che hanno vissuto traumi simili possano rivolgersi e dove siano ascoltate e credute. Così altre suore troveranno la forza di dire no. Conviene anche alla chiesa che il silenzio sull’argomento finisca una volta per tutte”. ◆ sm
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati