È quasi ora di pranzo a Belfast, in Irlanda del Nord. Dj Próvaí, nome d’arte di J. J. Ó Dochartaigh, si collega su Zoom da casa sua. Indossa il balaclava, cioè il passamontagna, con i colori della bandiera irlandese. Il dj del gruppo rap Kneecap non se lo toglierà per tutti i 33 minuti dell’intervista. Dj Próvaí, che ha fondato la band nel 2017 insieme ai due rapper Mo Chara e Móglaí Bap, un tempo faceva l’insegnante in una scuola cattolica. Ha lasciato il lavoro nel 2020 dopo che è stato identificato in un video in cui appariva su un palco con il passamontagna e il sedere scoperto. Sulle natiche si era scritto lo slogan “Brits out”, fuori i britannici.
A un certo punto, gli chiedo perché non si scopre mai il volto: “All’inizio lo facevo per nascondere la mia identità al preside della scuola. Dopo che è venuta fuori, ho continuato a indossare il passamontagna perché è il simbolo delle persone che resistono. E poi questo ha i colori della bandiera irlandese: il verde dei nazionalisti, l’arancione degli unionisti e il bianco nel mezzo, simbolo della pace”, risponde pesando le parole. Evidentemente ci tiene a non essere frainteso.
Del resto è da tempo che tutto quello che fanno e dicono i Kneecap passa sotto esame. Il nome della band deriva da kneecapping, le gambizzazioni che avvenivano durante i troubles, il periodo di violenze tra i repubblicani cattolici e i protestanti filobritannici dell’Ulster, durato dalla fine degli anni sessanta al 1998. In quella fase i militanti e i paramilitari punivano spacciatori, criminali e presunti informatori, sparandogli alle gambe.
Il trio irlandese, fin dagli esordi, si è esposto in modo frontale e provocatorio su diversi temi. Dj Próvaí, Mo Chara e Móglaí Bap sono fieramente contrari al “colonialismo” britannico in Irlanda, oltre che a qualsiasi forma d’imperialismo. Sostengono la causa palestinese e di recente hanno partecipato a una missione umanitaria a Cuba per portare medicinali alla popolazione.
Nel 2025 in alcuni concerti, in particolare in quello al festival Coachella negli Stati Uniti, hanno intonato cori contro l’esercito e il governo israeliano, facendo infuriare le comunità ebraiche di mezzo mondo. Sono stati accusati di antisemitismo e lo scorso maggio il rapper Mo Chara è finito sotto processo con l’accusa di terrorismo per aver sventolato una bandiera di Hezbollah sul palco nel 2024. Il musicista ha dichiarato di non aver mai sostenuto Hezbollah e che quella bandiera era stata lanciata sul palco da qualcuno del pubblico. Il procedimento nei suoi confronti in seguito è stato sospeso per un tecnicismo, ma la band ha dovuto cancellare diverse date del suo tour mondiale. Per questo il trio non concede facilmente interviste e il management preferisce ricevere prima le domande.
I Kneecap, però, non sono semplicemente un gruppo impegnato politicamente. La loro musica, che pesca a piene mani dalla tradizione rave britannica, sa essere anche edonistica e divertente, come dimostra lo spassoso documentario Kneecap, uscito nel 2024 e liberamente ispirato alle loro vite. Anche il secondo disco, Fenian, in uscita il 1 maggio, tiene insieme queste due anime. È più compassato, quasi malinconico rispetto al precedente Fine art, ma si concede facilmente anche al ballo sfrenato.
Nell’album ci sono anche diversi ospiti, da Kae Tempest nel delicato brano finale Irish goodbye, al rapper di Ramallah Fawzi, che presta la sua voce in Palestine. La parola fenian del titolo evoca l’antico nome dei popoli irlandesi, fené, e si riferisce ai rivoluzionari repubblicani che combatterono per l’indipendenza dall’impero britannico. Nel Regno Unito fenian si usa anche per insultare i nazionalisti irlandesi.
Il trio presenterà l’album con un tour mondiale che per la prima volta lo porterà anche in Italia. I Kneecap si esibiranno il 15 giugno al circolo Magnolia di Milano (in occasione di Unaltrofestival), il 16 al Sequoie park di Bologna, il 17 alla cavea dell’auditorium parco della musica di Roma (Roma summer fest) e il 18 alla fiera del levante di Bari (Locus festival).
“Con questo disco siamo maturati. Per fare il primo abbiamo avuto tutta la vita, per il secondo solo un anno e mezzo”, spiega Dj Próvaí con il suo inglese dal forte accento irlandese. “Abbiamo deciso di farci influenzare da quello che ci è successo nel periodo tra i due album, soprattutto dal processo a Mo Chara e da alcune tragedie personali. È un disco diviso in due parti dal punto di vista tematico: la prima riguarda il nostro lato pubblico, la seconda quello privato”. C’è molta malinconia, racconta il musicista, “ma ci sono anche diversi bangers”, parola che si può tradurre come bombe, pezzoni. “Prima di entrare in studio il produttore Dan Carey è venuto al nostro concerto alla Wembley arena. Insieme abbiamo cercato di arrangiare i pezzi in modo che suonassero bene nelle arene grandi. I ragazzi sono stati sette settimane in studio con Dan, che usa soprattutto sintetizzatori e strumenti analogici, e hanno scritto i testi direttamente lì. È venuto fuori un suono molto organico, Dan è un genio”, dice Dj Próvaí.
A proposito di testi, i Kneecap, che rappano mescolando gaelico e inglese, come al solito non vanno per il sottile: un verso del singolo Liar’s tale recita: “Fuck Keir Starmer, Netanyahu’s bitch and genocide armer, better off as compost for farmers” (fanculo a Keir Starmer, il lacchè di Netanyahu e sostenitore del genocidio, farebbe meglio a finire come concime per gli agricoltori).
Del resto per la band musica e politica sono fortemente intrecciate. “In Irlanda per le persone la musica è stata ed è uno strumento di storia orale. Quando un paese come il nostro è colonizzato, la prima cosa che provano a fare è cancellare la lingua e riscrivere la storia dal punto di vista dei colonizzatori”. Nel nord dell’Irlanda, aggiunge il musicista, non c’era un sistema scolastico basato sulla lingua irlandese. “Poi alcune persone si sono battute per metterlo in piedi. La lingua sta tornando, ma la musica è un ottimo modo per tenere vivole nostre tradizioni, e noi cerchiamo di fare quello con i nostri brani”, spiega Dj Próvaí. “Nelle canzoni parliamo di politica perché la politica fa parte delle nostre vite quotidiane. Keir Starmer, il premier del Regno Unito, ha cercato di farci togliere dai cartelloni di alcuni festival. È una cosa distopica, roba da 1984 di Orwell. La persona più potente del Regno Unito perde del tempo con un gruppo rap irlandese? È assurdo”.
Che impatto ha avuto il processo a Mo Chara sul gruppo? “Quando siamo andati alle udienze, Dan è venuto in tribunale e ha campionato le voci delle persone che cantavano ‘Free Mo Chara’ fuori dal tribunale, mettendole nel brano Carnival, in cui rivendichiamo il nostro diritto a parlare di Gaza. Il fatto che abbiano cercato di censurarci, che abbiano tentato d’impedirci di entrare in alcuni paesi non ha fatto che ispirarci e darci più coraggio”, spiega Dj Próvaí.
Nella musica del gruppo l’influenza della scena rave britannica è molto forte. Lo si capisce da brani come Headcase, una riflessione sulla gioventù irlandese e sulle dipendenze; dalla title track, che cita il rivoluzionario James Connolly e la band folk Clannad; e da Big bad mo, un brano in cui il gruppo si autoelogia evocando i concerti e la vita di strada.
“Abbiamo visto i Prodigy un paio di volte, e generano un’energia incredibile, per cui li consideriamo sicuramente un’influenza”, dice Dj Próvaí. “Ma il nostro omaggio alla scena rave arriva da lontano: negli anni novanta a Belfast c’erano molti disordini e violenze tra cattolici e protestanti, anche a causa delle politiche settarie del governo che mettevano le persone le une contro le altre. Poi è arrivata la scena rave: la gente si prendeva l’ecstasy, ballava e cattolici e protestanti si ritrovavano tutti insieme, scoprendo che in realtà erano più simili di quello che pensavano. Siamo qui anche per ringraziare la scena rave per il messaggio di pace che ci ha regalato”, dice Dj Próvaí, mentre si gratta la faccia sotto il passamontagna.
Chiedo ai Kneecap cosa si aspettano dal pubblico in Italia. “A Cuba abbiamo incontrato molti attivisti italiani e abbiamo passato giornate piacevoli con loro. Ci aspettiamo molta energia, prometto che cercheremo d’imparare dei cori antifascisti per coinvolgerli il più possibile”, aggiunge Dj Próvaí, mentre si avvicina la fine dell’intervista.
Ho giusto il tempo di chiedergli un’ultima cosa, prima che passi al prossimo collegamento su Zoom. Il documentario Kneecap, diretto da Rich Peppiatt, è stato il primo film irlandese a essere proiettato in anteprima al festival Sundance e ha dimostrato che il gruppo, a partire dallo stesso Dj Próvaí, se la cava piuttosto bene di fronte alla cinepresa. Ne faranno un altro? “Dopo tutto quello che ci è successo abbiamo materiale per un secondo film, ma al momento non abbiamo dei piani precisi. Se qualcuno ci fa una proposta, la prenderemo sicuramente in considerazione. E se qualcuno vuole fare Il Padrino 4 e ha bisogno di un attore, io ci sono”, dice il musicista, mentre gli spunta un sorriso sotto il passamontagna.
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