Sunita Narain, 56 anni, è probabilmente la più famosa ambientalista dell’India. Dirige una piccola ma influente ong di Delhi chiamata Centre for science and environment (Cse). La rivista Time l’ha inserita tra le cento persone più influenti al mondo e nel 2016 Leonardo DiCaprio l’ha intervistata per il documentario Before the flood.

Nel gennaio del 2017, in una giornata di sole, ho accompagnato Narain a un festival letterario a Jaipur. Era stata invitata per presentare il rapporto della sua organizzazione sullo stato dell’ambiente in India. Come altri intellettuali e politici indiani, Narain è convinta che i paesi occidentali e le loro economie basate sui combustibili fossili siano responsabili dell’attuale crisi climatica e che la globalizzazione abbia aumentato la disuguaglianza all’interno del suo paese. Secondo lei, per evitare gli errori del passato, l’India dovrebbe costruire un percorso di crescita autonomo invece d’imitare i paesi più ricchi.

Al festival di Jaipur Narain è salita sul palco e ha detto: “Serve un nuovo paradigma di crescita per il paese. Non dobbiamo smettere di crescere, ma dobbiamo farlo in modo diverso”. Oratrice di talento, mentre continuava a parlare era come se le sue energie aumentassero invece di diminuire. “Non possiamo permetterci di fare quello che hanno fatto la Cina e gli Stati Uniti, cioè far crescere il pil dell’8 per cento per decenni e riparare i danni in un secondo momento”, ha aggiunto.

L’argomento è delicato. In India il cambiamento climatico non è un gioco a somma zero: mentre l’economia nazionale continua a crescere, aumentano anche le emissioni che contribuiscono al riscaldamento globale. L’India può svilupparsi senza compromettere il suo futuro e magari quello dell’intero pianeta?

Secondo i dati raccolti dall’India meteorological department, un’agenzia del governo, un drammatico aumento delle temperature in tutto il paese c’era già stato nel 2015, quando un’ondata di caldo senza precedenti aveva provocato la morte di più di 2.300 persone. Entro il 2030 le temperature dovrebbero aumentare tra gli 1,7 e i 2 gradi e i fenomeni meteorologici estremi dovrebbero diventare più intensi, lunghi e frequenti. Negli ultimi trent’anni l’economia indiana è cresciuta costantemente, diventando nel 2016 la sesta al mondo. Dal 2014 è quella che si sviluppa più rapidamente tra le grandi potenze mondiali, con una crescita media del 7 per cento all’anno. Eppure il 20 per cento della popolazione continua a vivere sotto la soglia di povertà. La maggior parte di queste persone dipende esclusivamente dall’agricoltura, e buona parte delle loro attività si svolge in aree dove sono frequenti le piogge e gli allagamenti, e che sono molto sensibili al cambiamento climatico. Nonostante un tasso di emissioni pro capite molto basso, l’India è il terzo paese al mondo per emissioni di gas serra e le sue emissioni annuali sono triplicate tra il 1990 e il 2014.

La comunità internazionale vorrebbe che l’India contribuisse a limitare il cambiamento climatico in modo proporzionale alle sue emissioni, ma la questione è complicata. Molti indiani pensano che lo sviluppo economico e la riduzione della povertà debbano avere la priorità.

Nebbia in città

Nata a New Delhi, Narain mette da anni in guardia la sua città – e il suo paese – sugli effetti dell’inquinamento. “Oggi in India l’aria è così malsana che non abbiamo nemmeno il diritto di respirare”, mi aveva spiegato Narain, seduta nel suo ufficio nella sede del Cse, un complesso costituito da due edifici a più piani a sudest di Delhi. Mancavano due giorni all’inizio del festival letterario e ci vedevamo per la prima volta. Avvolta in un elegante kurta nero, Narain mi aveva accolto con una tazza di masala chai, un misto di tè e spezie.

Per anni Pechino, metropoli avvolta dallo smog e soprannominata “Greyjing” (gioco di parole tra Beijing , come Pechino viene chiamata in inglese, e grey, grigio), ha conservato il primato di città più inquinata del mondo. Ma di recente New Delhi è riuscita a superare la capitale cinese. Nell’ottobre 2016 una nebbia spessa e giallastra ha avvolto la città indiana per giorni. A volte in alcuni quartieri il livello di particelle pm 2,5 – quelle legate all’aumento di casi di cancro al polmone, bronchiti croniche e malattie respiratorie – ha superato quota 999 in una scala in cui qualsiasi valore superiore a 300 è considerato pericoloso. Nel frattempo le emissioni di gas serra sono salite alle stelle e alcuni sensori di misurazione hanno smesso di funzionare. “Dieci anni fa dovevamo spiegare il significato della parola ‘smog’, oggi tutti sanno cos’è. Basta aprire gli occhi e lo vedi”, racconta Narain.

Storicamente, le emissioni prodotte dai paesi in via di sviluppo non sono neanche paragonabili a quelle dei paesi industrializzati

Quando le chiedono perché è diventata un’attivista, lei risponde: “Nessuno nasce ambientalista. Sono l’esperienza, la vita e i viaggi che risvegliano la tua coscienza”.

Prima di quattro sorelle, Narain è stata cresciuta quasi esclusivamente dalla madre. Suo padre era un freedom fighter (un veterano della guerra d’indipendenza) e morì quando lei aveva otto anni. Dopo l’indipendenza dal Regno Unito nel 1947, grazie all’attività di esportazione fondata dal padre e poi gestita dalla madre, Narain visse in quello che lei stessa definisce “un contesto agiato”.

Nel 1979, mentre era ancora al liceo, entrò a far parte di Kalpavriksh, un’organizzazione studentesca che cercava d’impedire alle aziende straniere di disboscare le foreste intorno a Delhi. Quell’esperienza le aprì una nuova strada. Nel 1983, dopo essersi laureata all’università di Delhi, si unì al Cse, che era stato appena fondato dall’ambientalista indiano Anil Agarwal ed era una delle prime ong ambientaliste del paese.

Contro i pregiudizi

Per far arrivare il suo messaggio a tutti, Narain mescola una fede incrollabile nei dati e nei metodi scientifici con un approccio gandhiano all’ambientalismo, che secondo lei è sostanzialmente un problema di uguaglianza, di diritti – come l’accesso alle risorse naturali – e non solo una cosa legata alla conservazione e alla protezione delle specie in pericolo. Come fonte d’ispirazione cita spesso il movimento Chipko, un gruppo di contadini che lottano contro il disboscamento dell’Himalaya. “Quel movimento ha spiegato agli indiani che l’inquinamento non nasce dalla povertà, ma è una conseguenza dello sfruttamento economico”, sostiene l’attivista.

Narain s’imbatté per la prima volta nel cambiamento climatico alla fine degli anni ottanta, mentre faceva delle ricerche sulle aree più aride dell’India rurale. All’epoca era stato stabilito un collegamento tra il cambiamento climatico e l’uso dei combustibili fossili, ma il dibattito sarebbe rimasto lontano dalla politica per decenni.

Secondo uno studio del 2015 pubblicato dalla rivista scientifica Nature Climate Change, circa il 40 per cento degli adulti in tutto il mondo non ha mai sentito parlare del cambiamento climatico. In India questa percentuale sale al 65 per cento. Narain conosce il problema dei negazionisti del cambiamento climatico, ma è anche convinta che i pregiudizi nei confronti dei paesi in via di sviluppo siano altrettanto pericolosi.

Nel 1991 uno studio del centro di ricerca statunitense World resource institute stabilì che l’India era uno dei paesi che inquinavano di più al mondo per colpa della deforestazione e delle emissioni di metano prodotte da allevamento e agricoltura. I rilevamenti contenuti nello studio convinsero Maneka Gandhi, all’epoca ministro dell’ambiente, a chiedere ai governatori degli stati di ridurre le emissioni legate a quelle attività.

Biografia

1961 Nasce a New Delhi, in India.

1979 Mentre studia al liceo, comincia a fare l’attivista contro la deforestazione.

1983 Entra nella Cse, un’ong ambientalista di Delhi.

2016 Compare nel documentario di Leonardo DiCaprio, Before the flood.


Narain, insieme ad Anil Agarwal, scrisse un saggio per smentire le conclusioni di quello studio, da lei considerato “un perfetto esempio di colonialismo ambientale”. Il saggio, intitolato Combattere il riscaldamento globale in un mondo disuguale, è considerato da molti il primo lavoro capace di fissare il concetto di uguaglianza come cardine dei negoziati sul clima. Secondo Narain, il rapporto del World resource institute cancellava il passato, ignorando la sopravvivenza dei gas serra nell’atmosfera e sorvolando sulle responsabilità storiche dei paesi più industrializzati.

Non tutte le emissioni sono uguali, sosteneva il saggio. Nel caso dell’India – un paese in cui milioni di persone povere sopravvivono grazie alle risorse ambientali, dalla coltivazione di sussistenza all’allevamento – era necessario fare una distinzione: da un punto di vista etico, le emissioni prodotte da quelle attività non potevano essere considerate uguali a quelle delle automobili e delle attività industriali. Dalla sua prospettiva, quelle persone erano “troppo povere per essere anche ecologiste”. In uno dei passaggi chiave del suo saggio, Narain scriveva: “Possiamo davvero paragonare il biossido di carbonio prodotto dalle automobili in Europa e Nordamerica al metano emesso dagli animali da soma o dalle piccole risaie in Thailandia o nel Bengala?”.

Un modo per uscire da questo scarica barile etico, secondo l’ambientalista, era fare riferimento a una quota pro capite, grazie alla quale tutti gli individui del mondo hanno lo stesso accesso all’atmosfera. “India e Cina oggi costituiscono più di un terzo della popolazione mondiale. Bisogna capire se consumiamo un terzo delle risorse mondiali e creiamo un terzo della sporcizia nell’atmosfera o negli oceani”, scriveva Narain.

Storicamente, le emissioni prodotte dai paesi in via di sviluppo non sono lontanamente paragonabili a quelle dei paesi industrializzati. Secondo l’Intergovernmental panel on climate change, un’organizzazione che fa capo all’Onu, agli Stati Uniti e all’Europa è da attribuire più del 50 per cento delle emissioni mondiali prodotte dal 1850 al 2011, mentre Cina, Brasile, India e Messico non raggiungono il 16 per cento.

Ci sono molti modi per stimare la responsabilità di un paese rispetto al cambiamento climatico, e nessuno garantisce una valutazione complessiva del fenomeno. Oggi, mentre la crisi climatica si sta intensificando, Narain sottolinea l’importanza di considerare sia le emissioni storiche sia quelle pro capite. In un rapporto del 2015 intitolato Capitan America, che analizzava il piano per l’ambiente presentato nel 2013 dall’amministrazione Obama, Narain scriveva che “esiste un ammasso di gas serra nell’atmosfera che si è creato nei secoli parallelamente all’accumulo di ricchezza degli stati. È un debito naturale che questi paesi hanno nei confronti del pianeta. È semplice: loro devono ridurre le emissioni per permettere a noi di crescere”.

Energia per tutti

L’assolutismo di Narain ha provocato tensioni anche tra i paesi in via di sviluppo. L’obiezione più ricorrente alle sue posizioni è che l’India non fa più parte di questo circolo. Saleemul Huq, ricercatore ambientale che si occupa di ambiente ed è amico di lunga data di Narain, pensa che il problema dell’uguaglianza nei negoziati sul clima sia un’idea vecchia in un mondo in cui non esistono più paesi ricchi e paesi poveri. “L’India è un paese che inquina, un paese ricco il cui governo si nasconde dietro i poveri per evitare di ridurre le emissioni”, dichiara Huq. Ogni paese in via di sviluppo deve trovare un equilibrio tra due princìpi che a volte entrano in conflitto: lo sfruttamento delle risorse naturali e lo sviluppo economico. L’equilibrio trovato dall’India è fondamentale per il resto del mondo, considerando le dimensioni del paese.

Oggi per l’India l’accesso all’energia è un problema rilevante quanto quello del cambiamento climatico. Secondo l’Onu entro il 2050 il paese aggiungerà 400 milioni di persone alla sua già enorme popolazione. Questo sviluppo demografico si combina con una crisi in atto: secondo la Banca mondiale circa 300 milioni di persone in India non hanno accesso all’elettricità, mentre più di 800 milioni di famiglie continuano a usare combustibili ricavati dal letame e biomasse ad alte emissioni di carbonio per cucinare. Altri 250 milioni di persone devono affrontare le interruzioni di corrente elettrica, disponibile per tre ore al giorno. Per migliorare le condizioni di vita e rafforzare l’economia, l’India sembra avere un’unica opzione: affidarsi al carbone, di cui possiede riserve tra le maggiori al mondo.

Poco dopo il suo insediamento nel 2014, Narendra Modi ha lanciato il progetto Power for all (Energia per tutti), un piano per fornire elettricità a tutte le famiglie indiane entro il 2019. Il primo ministro ha promesso di rafforzare l’uso di energie rinnovabili entro cinque anni. Ma sarà difficile.

Dopo aver annunciato di voler aumentare la produzione di energia solare del paese, Modi ha avviato il più ambizioso programma mondiale per la produzione di energia a basse emissioni. Attualmente il grosso della domanda energetica indiana è soddisfatto da vecchie centrali a carbone, che sono in pessimo stato. Per mantenere la promessa di fornire energia elettrica a tutti, il governo indiano ha deciso di raddoppiare l’utilizzo del carbone nazionale entro il 2019 e di costruire 455 nuove centrali elettriche alimentate a carbone, più di qualsiasi altro paese. Secondo un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia, l’India diventerà il secondo paese al mondo dopo la Cina nella produzione di carbone, oltre che il suo principale importatore entro il 2020. Anche se questo può sembrare contraddittorio, in realtà non lo è: considerando il suo passato coloniale, l’India ha sviluppato una resistenza verso qualsiasi intrusione esterna nella sua politica.

Narain sa che è necessario ridurre le emissioni, ma sa anche che l’India crescerà nei prossimi anni. “Il nostro paese ha la più grande classe media del mondo. Ma per noi questo termine ha un significato diverso rispetto a quello che ha in occidente. Del 10 per cento più ricco della popolazione, un terzo non ha il frigorifero. Chiedere sacrifici a queste persone non è una cosa da poco”.

Narain ribadisce che il problema principale sono i poveri. “Se la gente è così povera da non poter pagare la corrente elettrica, quale azienda si offrirà mai di fornirgliela? Per questo l’India non può rinunciare al carbone”. Per Narain spetta all’occidente ridurre le emissioni. In ogni caso, qualunque cosa deciderà il governo indiano, sappiamo già da quale parte si schiererà Sunita Narain: da quella dei più deboli. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati