I giovani e vivaci attori sul palco ci ringraziano di essere venuti. Ci sono tante altre cose che avremmo potuto fare invece di venire qui, ci dicono prima che cominci lo spettacolo, intitolato Demasiada libertad sexual les convertirá en terroristas. Il pezzo “Metropolitane in fiamme” suscita la risata più fragorosa. Dopo tutto siamo a Santiago del Cile, dove appena tre mesi fa, quando le persone sono scese in piazza, erano in fiamme davvero.
Ancora oggi, nonostante le alte temperature estive, i cileni continuano a manifestare ogni fine settimana. I motivi per cui protestano sono tanti, dall’inadeguatezza del sistema pensionistico privato agli errori del presidente Sebastián Piñera, che ha perso contatto con la realtà del paese.
I graffiti che spuntano su ogni superficie denunciano la violenza della polizia, chiedono la rinazionalizzazione dell’acqua e sostengono la resistenza dei nativi mapuche. Dovunque si legge “6 per cento”, il tasso di popolarità di Piñera.
Questo succede per strada, ma anche nei teatri infuria la contestazione. “Ci troviamo in una situazione particolare, ma il teatro cileno è sempre politico”, dice Carmen Romero, direttrice del festival Santiago a Mil, mentre se ne sta seduta al sole fuori dal centro Gam, che un tempo era la sede politica dell’amministrazione del dittatore Augusto Pinochet e oggi è un complesso dedicato all’arte. “Il teatro pensa e scrive sempre del processo politico”, conclude Romero. Quasi tutti i dieci spettacoli che ho visto durante il festival confermano questa osservazione.
A volte comico, a volte esplicito, sempre indignato, il teatro cileno dà spesso voce a chi subisce abusi, a chi è arrabbiato e diseredato. Nello spettacolo Demasiada libertad sexual les convertirá en terroristas, diretto da Ernesto Orellana Gómez, quattro attori trasformano un dibattito in un cabaret polemico sulla grassofobia, i pregiudizi sull’hiv, le discriminazioni contro le lavoratrici del sesso e i diritti delle persone transgender.
Gli attori sono diretti e sboccati, le loro esibizioni sono intelligenti, piene di umorismo e di un fervente senso di ingiustizia. “Decolonizziamo il genere”, dicono, criticando le forze dell’oppressione profondamente radicate nella storia dell’America Latina.
Vanità e impegno
Genere e potere sono anche i temi che stanno a cuore alla regista Stephie Bastías, che ha messo in scena lo spettacolo La torre, un adattamento in chiave femminile del libro La contessa sanguinaria di Alejandra Pizarnik. È ispirato al mito della contessa Elisabetta Bathory, vissuta nel cinquecento in Transilvania. Il suo insaziabile gusto per il sangue minaccia la vita dei domestici, che nello spettacolo organizzano uno sciopero preventivo. Intriso di melodramma gotico ed eccessi angoscianti, La torre è uno spettacolo disomogeneo, ma il suo appello all’unità per resistere alla tirannia ricorda quello che sta succedendo nelle strade di Santiago.
Più tagliente è lo spettacolo Dragón, di Guillermo Calderón. È stato scritto prima dell’inizio delle manifestazioni, ma il drammaturgo, che viaggia spesso nel Regno Unito, si dice colpito dalla sua attualità. Come un’interpretazione polemica di Arte di Yasmina Reza, parla di un collettivo di artisti concettuali che cercano di creare per strada un “teatro invisibile” ispirato al regista teatrale Augusto Boal, ma proprio per questo finiscono sempre a confrontarsi con dilemmi su classe, appartenenza etnica e rappresentazione. Dovrebbero mettere in scena l’assassinio dell’attivista politico guyanese Walter Rodney, avvenuto nel 1980, o così facendo rafforzeranno gli stereotipi sull’Africa e la violenza? Se interpretano i ruoli di brasiliani, finiranno per appropriarsi dell’esperienza dei migranti? Divertente, scivoloso e recitato con tanta energia, lo spettacolo fa satira sulla vanità artistica pur riconoscendo il valore dell’impegno politico. “Sto facendo uno spettacolo mentre per strada c’è la guerra”, afferma un personaggio. Tutto questo è coerente con un festival che affonda le sue radici nella resistenza alla dittatura di Pinochet. Con la sua forte indipendenza, Santiago a Mil si considera dalla parte del popolo, e la facilità di accesso fa parte del suo dna: il festival, che dura tre settimane, attira 200mila persone, e tre quarti degli spettacoli sono gratuiti. “Il teatro e la gente qui vanno insieme”, dice Romero.
Emergenza continua
Questo può voler dire che a volte il significato politico implicito e il desiderio di dare voce a chi non ne ha prendono il sopravvento su altre considerazioni. Amor a la muerte, creato dal coreografo samoano Lemi Ponifasio, fonde la malinconica canzone mapuche di Elisa Avendaño Curaqueo e i movimenti di flamenco di Natalia García-Huidobro in un lamento per Camilo Catrillanca, un giovane indigeno ucciso dai “commando della giungla” della polizia nel 2018. Nonostante una compostezza influenzata dalla danza butō, l’esibizione è un crogiolarsi nel dolore che manca di slancio drammatico. La standing ovation con cui viene accolta è dovuta più al significato implicito di ciò che rappresenta che allo spettacolo in sé.
Trewa, messa in scena della compagnia Kimvn approfondisce ancora di più la storia della violenza di stato nel Cile meridionale. L’opera è uno sguardo doloroso sulla reazione di una comunità alla morte sospetta dell’ambientalista Macarena Valdés nel 2016 e a quella dell’adolescente Brandon Hernández Huentecol, ucciso lo stesso anno dalla polizia. Varie generazioni sono disposte attorno a un tavolo da cucina, creando la vivida sensazione di trovarsi di fronte a familiari e amici uniti in una lotta simile a quella di Davide contro Golia. Le ingiustizie sono talmente evidenti – in alcuni casi descritte semplicemente da una voce fuori campo che elenca i numeri delle persone scomparse e uccise – che gli attori sembrano più amareggiati che arrabbiati.
Quando alla fine dello spettacolo, che è piuttosto informale, tutto il pubblico esplode urlando libertad, le divisioni tra arte e vita sembrano sparire. In effetti a Santiago il rientro degli attori sul palco per l’applauso finale è molto spesso incendiario. Dopo aver fatto un inchino, gli attori si mettono una mano su un occhio, un gesto di solidarietà con i tantissimi manifestanti che negli ultimi mesi sono stati accecati dai proiettili di gomma e dai lacrimogeni della polizia. E ogni volta la temperatura emotiva sale.
“Questa è un’edizione molto speciale del festival a causa dell’emergenza sociale”, afferma Romero, che ha dovuto annullare alcune performance di teatro di strada e programmare spettacoli di giorno per mantenere in vita il festival. “Viviamo in una crisi e abbiamo bisogno di poter parlare di ciò che sta succedendo”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati