A giugno, durante la prima delle ondate di caldo record che quest’estate hanno colpito l’Europa, “il servizio ambulanze di Londra ha ricevuto più di 53mila chiamate, superando il numero raggiunto nel marzo 2020 al culmine del covid-19”, ha riferito recentemente Bloomberg Green. Le condizioni negli ospedali del Regno Unito erano “di gran lunga peggiori” rispetto all’epoca della pandemia, ha detto l’anestesista di Cardiff Fiona Brennan, secondo la quale nelle sale operatorie del reparto di oncologia faceva così caldo da spingere a rimandare interventi di routine e alcuni pazienti sudavano a tal punto che doveva controllare di continuo che le flebo non si sfilassero.
Come per il covid, i primi dati sulla mortalità hanno gravemente sottovalutato quello che sarebbe stato il bilancio delle vittime. L’autorità sanitaria britannica ha inizialmente calcolato che a maggio e a giugno sono morte 2.877 persone per problemi legati al caldo. In Francia è stato calcolato che tra il 17 giugno e il 2 luglio ci sono stati 5.700 decessi in più. Da altre analisi, realizzate sulla base di dati più completi e con una metodologia più avanzata, emerge che il caldo è stato responsabile di ben 20mila morti. E questo prima che l’ondata di calore di giugno fosse seguita da altre quattro, che di certo hanno contribuito a far lievitare il numero di malati e persone in fin di vita.
L’Europa non è stata l’unico continente colpito. A Delhi, in India, le temperature al suolo hanno sfiorato i 54 gradi, superando i limiti della sopravvivenza soprattutto per i più poveri e sottolineando ancora una volta una profonda ingiustizia della crisi climatica: chi ha contribuito di meno a causarla la subisce di più.
Ovviamente ci sono significative differenze con il covid. Nelle prime settimane della pandemia gli scienziati non sapevano come si diffondesse il virus né come curarlo. Di contro, la scienza non ha dubbi sul fatto che le ondate di caldo estremo – e la siccità e gli incendi che hanno provocato – sarebbero “pressoché impossibili” senza il riscaldamento globale causato dagli esseri umani soprattutto bruciando petrolio, gas e carbone. “L’estate del 2026 è un altro passo nella corsa del nostro mondo verso quel pianeta più rovente e pericoloso di cui i climatologi parlano da decenni”, ha dichiarato alla Cbs Jeff Goodell, autore di _ 42° C. Cronache da un mondo in fiamme _(Garzanti 2024).
Quando all’inizio del 2020 è spuntato il covid, i mezzi d’informazione sono stati quasi tutti all’altezza della situazione, fornendo notizie scientifiche che hanno aiutato sia la gente sia la politica a decidere con consapevolezza come reagire. I giornalisti hanno vigilato sui governi, smascherando ipotetiche cure miracolose e spiegando l’importanza del distanziamento e dei vaccini.
Minoranza rumorosa
A parte alcune eccezioni, la copertura giornalistica del caldo estremo di quest’estate non è stata altrettanto valida. Due terzi degli articoli pubblicati dai principali mezzi d’informazione britannici sugli incendi non hanno nemmeno nominato il cambiamento climatico né spiegato come il caldo record li renda più probabili e pericolosi. Negli Stati Uniti i notiziari serali delle emittenti Abc, Cbs e Nbc tra il 13 e il 19 luglio hanno parlato a profusione del clima estremo senza mai pronunciare le parole “cambiamento climatico”.
Come sempre il Guardian ha messo in primo piano il legame e l’8 agosto ha pubblicato un articolo d’opinione del sindaco di Londra Sadiq Khan che esortava i leader britannici e mondiali a dare ascolto agli scienziati sull’emergenza climatica. Il suo appello a “ridurre la dipendenza da petrolio e gas” non faceva nomi, ma i commentatori lo hanno interpretato come un appello al nuovo premier Andy Burnham perché vieti le nuove trivellazioni nel mare del Nord, un tema costantemente evitato da Burnham fin dal 20 luglio, quando è entrato in carica. Nel frattempo una petizione per chiedere che il governo presenti un briefing di emergenza sulla crisi climatica in tv ha raggiunto centomila firme, la soglia necessaria perché sia dibattuto in parlamento, che si riunirà il 1 settembre.
Tuttavia, quando ha dichiarato che “la crisi climatica è in corso e nessuno può dire di non averla vista arrivare”, Khan aveva ragione solo in parte. È vero, la crisi è in atto ed è “più veloce e grave” di quanto si aspettassero perfino gli scienziati, ha detto l’economista Matthew Agarwala dell’università del Sussex all’emittente britannica Channel 4, ma un gruppetto chiassoso di negazionisti continua a sostenere il contrario.
Nonostante il caldo record, mentre migliaia di persone muoiono e molte altre patiscono gravi sofferenze, i giornalisti statunitensi non fanno domande a Donald Trump sul clima né mettono in discussione la sua tesi scientificamente infondata secondo cui il cambiamento climatico è una truffa. Nel Regno Unito la maggior parte della stampa trascura l’argomentazione del clima contro le trivellazioni nel mare del Nord, descrivendo la decisione di Burnham come l’ennesima battaglia delle guerre culturali.
Khan definisce una “truffa” il negazionismo climatico di Donald Trump e punta il dito contro imprecisati “politici d’opposizione e populisti di destra” del Regno Unito, ma non dice che questi ostruzionisti sono solo una piccola parte dell’opinione pubblica. Secondo un sondaggio della Gallup su cui si basa The 89 percent project dell’iniziativa Covering climate now, l’83 per cento dei britannici e il 74 per cento degli statunitensi vogliono che i rispettivi governi s’impegnino di più per il clima. I negazionisti, però, sembrano più numerosi di quanti siano davvero perché hanno accesso a potenti megafoni e perché il grosso dei mezzi d’informazione non sottolinea che le loro affermazioni sono contraddette dalla scienza.
Anche in tal senso il contrasto con la copertura mediatica del covid è evidente. Il 23 aprile 2020, mentre il bilancio delle vittime saliva, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca Trump consigliava d’iniettarsi del disinfettante per uccidere il virus. I mezzi d’informazione reagirono con una raffica di articoli in cui si citavano esperti increduli che definivano l’idea di Trump una sciocchezza pericolosa. Il presidente aveva subito ritrattato, sostenendo che stava scherzando (anche se nel video appare serissimo).
Durante la pandemia quasi tutti i giornalisti sono stati all’altezza della situazione. Ora l’opinione pubblica ha bisogno che facciano di meglio. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati