Nel 2015, dopo essere stato eletto primo ministro, Justin Trudeau promise l’affare del secolo: il suo governo di centrosinistra avrebbe combattuto il cambiamento climatico imponendo una tassa sulle emissioni e allo stesso tempo avrebbe venduto il petrolio canadese ai nuovi mercati asiatici. In questo modo l’impegno ambientalista e lo sviluppo dell’industria petrolifera si sarebbero bilanciati a vicenda. Ma questa strategia non ha avuto gli effetti desiderati: i governi di alcune province hanno fatto causa al governo per la tassa sulle emissioni, e al momento il progetto di espandere l’oleodotto Trans mountain – che serve a trasportare il petrolio estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta fino alla costa sul Pacifico – è bloccato. Questa contraddizione segnerà il secondo mandato di Trudeau.
I canadesi chiedono con insistenza ai leader politici di adottare un piano per ridurre le emissioni. Ma per Trudeau non esiste una soluzione semplice. Il primo ministro dovrà prendere decisioni molto difficili sul futuro dell’industria petrolifera canadese e affrontare le preoccupazioni del Canada occidentale, convinto che il governo voglia stroncare questo settore. A ottobre il partito del premier ha vinto le elezioni ma ha perso tutti i seggi nelle province dell’Alberta e di Saskatchewan, ricche di petrolio. È il segno di una divisione regionale sempre più profonda. Trudeau deve capire quanto i canadesi vogliono che siano prese iniziative per difendere il clima, e quanto rapidamente.
Equilibrismo politico
Nelle prossime settimane il governo dovrà decidere se approvare il progetto Frontier voluto dall’azienda Teck Resources. Si tratta di una miniera a cielo aperto per le sabbie bituminose che sarebbe costruita su diecimila ettari di foresta boreale, costerebbe 20 miliardi di dollari e avrebbe un forte impatto ambientale. Secondo l’azienda, l’opera permetterebbe di produrre fino a 260mila barili di petrolio al giorno. In base alla scelta che farà, il governo mostrerà il suo reale orientamento sul clima e lo sviluppo delle risorse. Se boccerà il progetto, sarà accusato di voler mettere fine allo sfruttamento delle sabbie bituminose. Se lo approverà, sarà attaccato per il mancato impegno nella riduzione delle emissioni, soprattutto dopo che nel 2018 si era espresso a favore dell’espansione dell’oleodotto Trans mountain (in seguito bloccato da un tribunale).
In ogni caso, il principale problema per Trudeau è che il Canada, a prescindere dal progetto Frontier, è in ritardo sugli obiettivi stabiliti dagli accordi di Parigi. Nonostante la tassa federale sulle emissioni, secondo le previsioni il paese dovrebbe superare di 77 milioni di tonnellate l’obiettivo fissato per il 2030 nell’ambito dell’accordo. Al momento il governo non ha un piano preciso per risolvere il problema. Durante l’ultima campagna elettorale Trudeau ha provato ad alzare la posta, promettendo che il Canada raggiungerà l’obiettivo di emissioni zero entro il 2050. Questi proclami gli hanno garantito un consenso degli elettori di sinistra sufficiente a conservare il potere. Ma ora è arrivato il momento di riuscire dove tutti i governi precedenti hanno fallito. Il Canada non ha mai rispettato gli obiettivi sulle emissioni.
Per avere successo Trudeau dovrà mettere in mostra una certa abilità politica. La maggioranza che sostiene l’esecutivo ha approvato la tassa sulle emissioni nonostante l’opposizione agguerrita delle province conservatrici, ma non ha chiarito se prevede di aumentarla dopo il 2022. Ora l’attenzione del governo si è spostata su metodi meno visibili per tagliare le emissioni, dall’aumento delle componenti rinnovabili nei carburanti al rimboschimento, con due miliardi di nuovi alberi piantati. Per quanto i canadesi vogliano rispettare gli obiettivi di Parigi, molti non vogliono pagare di tasca propria. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati