Il 20 luglio migliaia di persone si sono riunite a Bologna per commemorare una vittima della violenza della polizia: Abderrahim Fakir, 43 anni, morto mentre due agenti lo immobilizzavano a terra. Bologna e altre città hanno reagito con orrore e partecipazione esprimendo solidarietà alla famiglia, che chiede siano chiariti i fatti. Questa reazione dimostra che la società civile italiana è viva nonostante il governo della postfascista Giorgia Meloni. Allo stesso tempo le reazioni della politica confermano l’urgenza della protesta: appena si è diffusa la notizia della morte di Fakir, Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla camera, assicurava che le forze dell’ordine avevano “operato in modo professionale”. Bignami ha subito chiesto le dimissioni del sindaco di Bologna, di centrosinistra, per aver convocato la manifestazione per Fakir. E il vicepremier Matteo Salvini, della Lega, ha definito la protesta “antitaliana”.
Un secondo caso che in questi giorni fa discutere l’Italia dimostra invece come la destra legittima sempre la violenza quando a farne le spese è chi “se lo merita”. Il 17 luglio è finito in carcere un gioielliere condannato a quattordici anni di prigione per aver ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo. Non si è trattato di legittima difesa ma di una vera e propria esecuzione, avvenuta quando i rapinatori erano già scappati. Eppure l’intero governo si è indignato per la sentenza, trasformando il gioielliere in una vittima e chiedendo al presidente della repubblica di concedergli la grazia.
A unire i due fatti c’è l’indifferenza verso la legge e lo stato di diritto. In entrambi i casi la politica (di destra) si arroga il diritto di assolvere per direttissima sia i poliziotti di Bologna sia il gioielliere, in una logica per cui quelli da compatire sarebbero gli agenti e non chi per mano loro è morto, anche se l’unica colpa di Fakir è stata quella di trovarsi in una condizione di emergenza psicologica. Per questo è ancora più importante la presa di posizione netta di chi è sceso in piazza a Bologna. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati