È un venerdì di sole implacabile, uno di quei venerdì torridi di Teheran in cui tutti scappano verso i paesini di montagna nei dintorni. Fa così caldo che non si respira neanche con l’aria condizionata. Si era diffusa la voce che dal 3 al 7 luglio nessuna automobile poteva entrare o uscire dalla città. Il capo della polizia stradale ha detto in tv che non erano previsti divieti di circolazione ma, dato che gli abitanti di Teheran avrebbero accolto il resto degli iraniani nei giorni dei funerali della guida suprema Ali Khamenei, era meglio che non usassero l’auto. Il senso era lo stesso, solo detto in modo più garbato.
Un video diffuso online faceva riferimento al sovrano “più iraniano” che il paese avesse mai avuto. Uno che era caduto da martire insieme alla famiglia, non come lo scià, che era fuggito con la sua. Qualcuno ha scritto su X: “Khamenei imponeva il velo e ha lasciato tante ferite nella nostra anima. Ma sotto la sua guida abbiamo potuto frequentare gratis l’università, non ci è mai mancato niente e, grazie alle sue politiche, il mercato si è riempito di prodotti nazionali al posto di quelli stranieri. Sotto di lui l’Iran ha combattuto tre guerre senza perdere un solo palmo di terra. Io parteciperò al suo funerale”.
Secondo le autorità c’erano quasi venti milioni di persone al corteo funebre dell’ayatollah il 6 luglio a Teheran, senza contare le cerimonie in altre città come Mashhad, Qom e Kerbala. Significa circa un quarto della popolazione iraniana. È stato definito “il funerale più grandioso della storia dell’umanità”. È evidente che qualcuno lavora sui contenuti e vuole trasformarlo in qualcosa di colossale: qualcosa di cui si possano esibire i numeri come dimostrazione di forza.
Le autorità hanno invitato la popolazione a non fermarsi nel luogo della cerimonia per più di quindici minuti. Devono sapere benissimo che questo genere di pressione psicologica finisce per incoraggiare proprio chi vuole fermarsi più a lungo. Noi iraniani tendiamo a opporci a tutto quello che ci viene chiesto se abbiamo l’impressione che sia un ordine, anche quando è nel nostro interesse. Forse è il risultato di secoli di dominio di invasori arabi, mongoli e turchi. Inconsciamente lo viviamo come una forma di resistenza passiva. Il potere vuole una cosa e io faccio l’esatto contrario: così affermo me stesso.
Sui cartelloni installati nelle piazze hanno scritto: “L’ultimo saluto”. A quanto pare hanno preso la calligrafia di Khamenei e, con l’intelligenza artificiale, l’hanno usata per comporre altre parole. È una grafia sciolta e gradevole, nata dopo l’attentato che gli paralizzò il braccio destro e lo costrinse a scrivere con la sinistra. Hanno riempito la città di fotografie del giovane Khamenei con una tazzina di caffè tra le dita sottili. Potrebbe essere la foto di un intellettuale di sinistra degli anni settanta, in qualunque parte del mondo, con la barba curata e gli occhiali neri. Lo slogan recita: “Con un sorriso e una tazza di tè, accogli di nuovo il nostro cuore”.
Per una guida spirituale bere caffè è troppo moderno, troppo occidentale. Così gli hanno fatto bere tè e hanno ritoccato la foto. Chi pensa a queste cose? Secondo me nessuno. Tutto nasce spontaneamente tra i militanti delle heyat, le confraternite religiose. Da mesi preparano la cerimonia e hanno mobilitato ogni apparato statale e governativo per organizzarla. Perfino un mio conoscente che lavora all’Ente per l’ammissione all’università è stato assegnato all’organizzazione del funerale. Il marito di una mia studente, procuratore a Yazd, è responsabile dell’installazione dei condizionatori nelle strutture di accoglienza lungo la strada per la capitale. Hanno allestito punti distribuzione di acqua e cibo.
Le confraternite religiose locali si occupano dell’alloggio di chi arriva dalle province. Ogni quartiere di Teheran è incaricato di ospitare una provincia. Il nostro accoglie gli abitanti del Golestan e del Mazandaran: i parcheggi si sono riempiti di macchine con targhe delle due province. Qualche giorno fa Teheran ha cominciato a svuotarsi di auto. Chi voleva partire era già partito e chi doveva arrivare era ormai arrivato.
La sera del 2 luglio mostrano la bara verde. Sopra c’è scritto: “Sua eminenza il grande ayatollah martire Seyyed Ali Hosseini Khamenei”. Sul fondo nero hanno stampato un grande simbolo bianco con la scritta “Allah” e accanto una fotografia del giovane Khamenei. Una luce verde illumina la bara e dà un aspetto quasi sacrilego al volto di chiunque si avvicini. Davanti hanno disposto tulipani artificiali e dal soffitto pendono, appese con fili invisibili, farfalle bianche di plastica.
Se lo scenografo che ha realizzato queste immagini così dozzinali avesse lavorato in qualsiasi altro posto, l’avrebbero fucilato. Qui, invece, ogni significato è sacrificato al simbolismo religioso. Mi stupisce l’ostinazione nel ripetere gli stessi simboli. Perché non chiamano un consulente dall’estero? Perché non producono immagini migliori? Non è cambiato niente, non ci sono nuove forze al potere, tutto continua a ruotare sullo stesso asse di sempre. Se qualcosa fosse davvero cambiato, lo avremmo visto qui, nel gusto e nel modo con cui è stata allestita la cerimonia.
Gli amici e i nemici
Il commiato avrebbe dovuto cominciare nel pomeriggio del 3 luglio, ma già dalla mezzanotte precedente si sentono canti religiosi ed elegie funebri. Il 3 luglio è il giorno riservato all’omaggio delle delegazioni straniere. Sono presenti i presidenti di Tagikistan, Iraq e Georgia, i primi ministri di Pakistan e Armenia e rappresentanti di Turkmenistan, Russia, Cina, India e Turchia. Nonostante la propaganda, gli ospiti importanti non sono venuti e il ministero degli esteri ha precisato che non sono stati invitati i rappresentanti dei paesi allineati con gli Stati Uniti. Evidentemente speravano che i leader stranieri arrivassero di loro spontanea volontà.
Si sente l’assenza delle autorità venezuelane. Se gli Stati Uniti non avessero sequestrato Nicolás Maduro, sarebbe sicuramente venuto. Mancano anche i rappresentanti dei paesi della sponda meridionale del golfo Persico. Potevano venire almeno gli omaniti, che durante la guerra si sono dimostrati vicini all’Iran. Gli arabi hanno più rispetto per i morti che per i vivi. È qualcosa di profondamente radicato nella loro cultura. Anche dal Libano non sono arrivati rappresentanti ufficiali, proprio dal fronte oggi più importante per l’Iran. Si sono presentati invece gli alleati: i combattenti delle milizie irachene Kata’ib Hezbollah, gli sciiti dei paesi del golfo Persico, le Forze di mobilitazione popolare irachene, il movimento libanese Amal, parlamentari del partito bulgaro Rinascita, i rappresentanti di gruppi afgani, delegazioni degli ulema russi, dei partiti turchi, di studiosi religiosi palestinesi, di leader indù e delle comunità sciite di Thailandia e Germania. Tutti quelli che si considerano parte del fronte della resistenza contro l’egemonia statunitense. Gli amici degli amici, i nemici dei nemici.
Due soldati delle forze speciali, vestiti di nero, si mettono a correre da una parte
Il 4 luglio è caldo come il giorno prima. Solo un po’ più triste, c’è un’atmosfera di stordimento. La città, rallentata dall’inattesa chiusura, si è svegliata tardi, ancora intorpidita. Hanno rimosso le sedute dalle stazioni della metropolitana. Dai vagoni escono persone con le bandiere tricolori dell’Iran e con le bandiere gialle e verdi di Hezbollah. Gli altoparlanti trasmettono un canale radiofonico che segue la cerimonia in diretta. I militari sono in mimetica, forse costretti dagli ordini dei comandanti. I bambini indossano uniformi dei pasdaran con gradi da generale. Donne con il volto coperto agitano bandiere rosse. Gli anziani avanzano con bastoni che si trasformano in sedie pieghevoli: quando sono stanchi si siedono e intorno a loro si forma un cerchio di figli e nipoti. Portano cappelli bianchi con la visiera, che hanno conservato dal pellegrinaggio alla Mecca.
Un ragazzino porta un cartello con scritto: “Guida amata, sentiamo già la tua mancanza”. Avrà dodici anni, forse meno. È solo. Una ragazza vestita di rosa è senza velo. Piange. Una donna in chador le chiede: “Perché piangi, cara?”. La ragazza, tra i singhiozzi, risponde: “Mi insultano perché non porto il velo”. La donna in chador dice: “Che si vergognino. Vieni con noi”.
La folla che entra nel grande complesso di Mosalla, dov’è esposta la bara, continua a essere più numerosa di quella che esce. Il posto è pieno di gente, ma la folla gira in tondo. Se tutti restassero fermi nello stesso punto, non sembrerebbe poi così imponente. Ma sono le dodici. Chi è arrivato la mattina presto è stanco ed è già tornato a casa a riposarsi. Il sole è a picco, feroce. Quattro casse rettangolari, una più piccola delle altre, sono coperte dalla bandiera iraniana e chiuse in teche di plexiglas. Forse dentro non c’è niente. Sono solo il simbolo di ciò che dovrebbero essere. Ai lati sventolano tre bandiere iraniane per parte; dietro devono aver nascosto qualcosa per farle gonfiare così, come se fossero sospinte dal vento.
Un albero solitario
La gente continua a muoversi in cerchio. Da una parte qualcuno declama un poema epico sulla vendetta, dall’altra le persone si battono il petto a ritmo. Si formano cerchi distinti, con un ordine spontaneo, all’interno di una folla che segue le indicazioni, ognuno ha portato una bottiglia d’acqua, indossa un cappellino chiaro e procede tenendo la destra. Queste persone trovano se stesse in qualcosa di trascendente, non solo nella manifestazione del lutto. Stanno tornando a essere un popolo. Un popolo che si sta ristrutturando.
Per anni le confraternite dell’Ashura hanno fatto pratica nell’organizzare piccole unità. Nel linguaggio burocratico iraniano questo modo di organizzarsi si definisce come tipico delle heyat. Anche se non c’è una gerarchia formale, i militanti delle heyat sanno spontaneamente qual è il loro posto. Possono sembrare confusionari, impulsivi, emotivi e poco professionali. Eppure hanno imparato un principio fondamentale: ciò che determina il ruolo di una persona è la sua efficacia, non il passato, non la discendenza e nemmeno il patrimonio.
Chi fa parte delle heyat sa che, nel momento in cui c’è bisogno delle sue capacità, deve rimboccarsi le maniche e accettare anche i compiti più umili. È questa disposizione che fa sembrare la gestione delle emergenze qualcosa di preparato da anni. Che si tratti di un’alluvione, di un terremoto o di una morte, ci si può fidare della capacità organizzativa spontanea dei militanti. Naturalmente il metodo ha anche i suoi limiti. Ha scarsa capacità di autoregolazione.
È difficile far lavorare insieme più confraternite, perché ciascuna nasce da una cultura interna che prende le distanze dalle altre. Collaborare significherebbe cancellare quella distanza, che è parte della sua identità. Per questo, se da un lato le heyat sono rapide nella gestione delle urgenze, dall’altro, quando si tratta di obiettivi di lungo periodo, producono attrito e risultano poco efficienti. Lavorare “alla maniera delle heyat” può essere tanto un insulto quanto un complimento. Ma oggi, qui, funziona.
Le aziende statali fanno a gara nel produrre materiale propagandistico. Distribuiscono fogli stampati con slogan e foto di Khamenei anziano e giovane; basta qualche piega e qualche taglio, e il foglio si trasforma in un cappellino con la visiera. Una donna distribuisce involtini preparati in casa. Un uomo invita la folla a fermarsi per la notte presso la sua confraternita. La fede, la fratellanza e la vendetta passano di mano in mano, e la loro eco rimbalza contro le pareti della moschea Mosalla.
Il 5 luglio è uguale al giorno precedente. Lo stesso caldo, la stessa atmosfera. Ma sembra che le decisioni siano ormai prese e tutti sappiano cosa fare. Teheran è più affollata che mai. Gli ingressi della moschea traboccano di persone. Molte si sono messe in cammino nel cuore della notte, intasando ogni via. Oggi si recita la preghiera funebre. Per questa occasione non è necessario fare le abluzioni né togliersi le scarpe. È una delle pratiche religiose con meno prescrizioni. Non c’è nessuno dei vecchi compagni di Khamenei per recitare la sua orazione funebre. Era l’ultimo rimasto al vertice della piramide dei rivoluzionari: gli altri in questi anni sono morti o sono stati uccisi. Era un albero solitario nella pianura della rivoluzione.
Le persone sono in fila per prendere un tè, uomini da una parte e donne dall’altra. A un certo punto si forma una terza fila, dove uomini e donne aspettano insieme. Ci sono ragazze adolescenti accanto a uomini che potrebbero avere l’età dei loro padri. Due soldati delle forze speciali, vestiti di nero, si mettono a correre da una parte. La gente li segue con lo sguardo, ma nessuno si spaventa. Si dice che Israele possa tentare un’operazione o che i Mojahedin del popolo iraniano possano far esplodere una bomba durante la cerimonia, ma nessuno ha paura. Non vediamo le canne dei fucili di fabbricazione iraniana puntate dai tetti. Solo più tardi, quando usciranno i filmati, capiremo che c’erano cecchini ovunque.
◆ I funerali dell’ex guida suprema Ali Khamenei si sono svolti tra il 3 e il 9 luglio 2026 a Teheran e a Qom, in Iran, e a Najaf e Kerbala, in Iraq, per finire con la sepoltura a Mashhad, nel nordest del paese, dov’era nato l’ayatollah. Khamenei è stato ucciso da un bombardamento il 28 febbraio, nel primo giorno della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Insieme a lui sono morti quattro familiari, le cui cerimonie funebri si sono svolte insieme alla sua.
Per terra sono state allestite bancarelle che vendono tamburi e piatti giocattolo. Due uomini e una donna distribuiscono panini incartati. Poco più in là un uomo scrive con un pennarello su un cartone: “I politici non hanno speso una parola sul sangue del nostro martire”. Una donna, stanca, si è seduta sul marciapiede. Alcuni ragazzi camminano fianco a fianco, grondando di sudore sotto le camicie nere. Due persone parlano dei nipoti e dei pronipoti di Ruhollah Khomeini presenti al funerale. Uno dice: “Hanno fatto le prove. Hai visto come camminavano sincronizzati?”. L’altro, con una kefiah intorno alla testa, risponde: “Era tutta scena. Volevano farsi vedere”.
La folla continua ad avanzare e riveste le notizie con uno spesso strato di interpretazioni e voci, come un pasticcere che debba trasformare una piccola torta in un dolce sufficiente per migliaia di invitati.
“Stanno trasmettendo la cerimonia in diretta per Trump”.
“Ci sono poliziotti in borghese dappertutto”.
“Non verrà nessuno degli ex presidenti”.
“Ci sono cani antiesplosivo”.
“Il figlio Mojtaba (la nuova guida suprema) è in mezzo alla folla, travestito”.
“Quelli che portano la camicia fuori dai pantaloni hanno una pistola nascosta sotto”.
“Ci sono droni in cielo che controllano tutto”.
Strato dopo strato, ricoprono la torta con pasta di zucchero.
La folla si addensa. Quando comincia la preghiera, nella Mosalla non c’è più spazio nemmeno per uno spillo. Come hanno fatto tutte queste persone a ritrovarsi? Cosa poteva unirle in questo modo? Se il governo voleva mostrare di essere ancora capace di portare la gente in piazza, ci è riuscito. Se voleva mostrare di saper organizzare un evento di dimensioni enormi, ci è riuscito. Ma la vera domanda è un’altra: cosa farà, dopo tutto questo, con questa gente? Con persone piegate dall’aumento dei prezzi e stanche di vivere da anni senza più desideri? ◆ gl
Mohammad Tolouei è uno scrittore iraniano nato a Rasht nel 1979. Vive a Teheran. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Enciclopedia dei sogni (Bompiani 2025).
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati