Non ditegli che è un ragazzo prodigio. Nelio Biedermann non crede nel talento innato. “Beethoven non era un virtuoso del clavicembalo dalla nascita. Le cose s’imparano con l’impegno”. Ed è questo che rende affascinante il giovane scrittore di 23 anni. Non ha nessuna falsa modestia, è uno che si mostra per quello che è.
Il corpo in tensione come quello di un ballerino, Nelio Biedermann è seduto davanti a un bicchiere di tè freddo di fronte al lago di Zurigo, nella Svizzera tedesca. Vive a Thalwil, sulla sponda opposta, con i suoi genitori e sua sorella. Ed è proprio sulle rive di quel lago che si conclude il suo romanzo scritto a vent’anni: Lázár, in italiano uscito con il titolo I Lázár l’8 settembre presso la casa editrice Guanda.
Nel libro, ispirato alle vicende della famiglia paterna, il giovane ripercorre la storia dei Lázár, una casata della nobiltà ungherese del novecento che vive in un lugubre castello in mezzo ai boschi prima di essere espropriata. Una saga familiare che attraversa mezzo secolo e diverse generazioni, con la storia dell’Ungheria a fare da sfondo.
La vicenda si snoda a partire dal 1920, quando il paese si trovò amputato di una buona parte del suo territorio (dopo essere stato costretto a firmare il trattato di Trianon, imposto dai vincitori della prima guerra mondiale), passando per il periodo tra le due guerre, l’affermazione del paese come regno indipendente, l’alleanza con Hitler e l’occupazione militare tedesca, fino all’insurrezione popolare del 1956 a Budapest, repressa nel sangue dalle truppe sovietiche.
Il risultato è un romanzo epico e tragico, travolgente e burrascoso, pieno di nostalgia e romanticismo. È uno di quei libri di cui si fatica a interrompere la lettura, sorretto da un ritmo mozzafiato, intervallato da abbondanti digressioni, con punte d’ironia sempre inattese. Il tutto riesce così bene che gli si perdonano volentieri espressioni vuote e immagini a tratti un po’ troppo forzate.
Biedermann doveva compiere 17 anni quando è arrivata la pandemia e con essa il lockdown. Anche se era appassionato di lettura, fino ad allora non aveva scritto cose sue. Poi la sua insegnante di letteratura ha organizzato un concorso di scrittura, una benedizione per occupare le lunghe giornate di reclusione. “Non ho mangiato per due giorni, passavo il tempo a scrivere”, ricorda. “Nient’altro mi aveva mai fatto sprofondare in uno stato simile”.
Da tempo cercava invano un hobby. “Prima avevo lo sport, ma non mi ha mai reso felice. Solo con la scrittura ho scoperto di essere davvero bravo in qualcosa”.
Il suo primo romanzo, Anton will bleiben (Anton vuole restare, non tradotto in italiano), è uscito nel 2023 per la Arisverlag, una casa editrice svizzera indipendente. Con la sua aria alla Justin Bieber, Biedermann diventerà il nuovo Thomas Mann? E i Lázár saranno gli eredi dei Buddenbrook, l’immaginaria famiglia di Lubecca raccontata dal grande scrittore tedesco ispirandosi ai propri antenati paterni?
Dopo il primo interrogativo che sorge spontaneo nella lettura di questo romanzo (noi che facevamo a vent’anni? Senza dubbio qualsiasi cosa pur di sfuggire alla nostra famiglia) viene da farsi un’altra domanda. Cos’ha spinto questo ragazzo a interessarsi a un argomento simile?
◆ 2003 Nasce a Thalwil, nel canton Zurigo, in Svizzera.
◆ 2020 Partecipa a un concorso scolastico e scopre la passione per la scrittura.
◆ 2023 Pubblica il suo primo romanzo, Anton will bleiben, e comincia a frequentare i corsi di germanistica e scienze cinematografiche all’università di Zurigo.
◆ 2025 Esce in tedesco I Lázár, tradotto in più di venti lingue in tutto il mondo.
◆ 2o26 Dua Lipa e Patti Smith elogiano pubblicamente il libro.
Buone maniere
Tutto è cominciato da un anello con sigillo su cui è impresso lo stemma di famiglia. Fin da quando era piccolo sua nonna (di origini ungheresi) gli raccontava della sua fuga in Svizzera. Viveva in un edificio alla periferia di Zurigo, ma la sua casa aveva mobili in legno tornito, posate d’argento e ritratti degli antenati alle pareti.
“Questa combinazione di elementi aveva qualcosa di strano”, racconta Biedermann. “E mio padre dava molta importanza alle buone maniere a tavola, un’insistenza che non c’entrava niente con il nostro stile di vita. A volte raccontava che mio nonno doveva mangiare con dei libri sotto i gomiti per tenere le mani vicino al corpo”. La famiglia evocava continuamente l’orgoglio del suo lignaggio nobile e la decadenza degli antenati.
Nel 1941 Lajos von Lázár (uno dei protagonisti del libro) si lancia in un lavoro di “organizzazione”. “Bisognava censire gli ebrei, identificarli con un marchio distintivo e metterli nei ghetti”. Anche gli antenati dell’autore hanno lavorato per i nazisti? “No, questo l’ho inventato”, assicura il giovane. “Ci sono delle foto del mio bisnonno in uniforme, ma nulla indica che abbia oltrepassato i limiti più turpi a cui può portare la guerra. L’unica certezza su questo periodo è che la mia famiglia nascose nel suo castello il sacerdote dissidente Edmund Pontiller (un oppositore del terzo reich, ucciso dai nazisti nel 1945), che compare come personaggio nel romanzo”.
Biedermann sembra vivere fuori dal tempo, nel senso buono del termine. Fa tutto quello che non ci si aspetterebbe da un ragazzo della sua età. Per esempio, scrive usando carta e penna. Ogni giorno riempie d’inchiostro una pagina di blocco note formato A4. “La mattina successiva prima di andare all’università, o la sera quando torno, ribatto al computer quello che ho scritto il giorno prima”.
E il divertimento, gli amici, le feste? “Tutti sono preoccupati perché pensano che io non abbia amici”, osserva lui, “come se fare lo scrittore significasse essere una persona solitaria”. Eppure, “quando alcuni dei miei amici fanno cinque allenamenti di calcio a settimana, nessuno si scandalizza. Quello che facciamo non c’impedisce certo di divertirci”.
Biedermann non racconta mai agli amici i suoi progetti di scrittura. E neppure alla famiglia: “Hanno letto il romanzo solo dopo la pubblicazione”. È facile immaginarlo mentre esce dalla stanza e annuncia ai genitori che la sua carriera sta per decollare. E le scene di sesso? Nel romanzo sono vivide e ben descritte. “Quando le scrivo faccio finta che i miei genitori non le leggeranno”, commenta l’autore.
Gli ci è voluto del tempo per trovare il tono giusto. Le sue letture l’hanno aiutato, in particolare La marcia di Radetzky di Joseph Roth (1932), un’altra saga familiare. Poi un giorno gli è venuta l’idea della prima frase del romanzo, quella che descrive la nascita di Lajos von Lázár (frutto di un adulterio), venuto al mondo con la pelle traslucida. Ed è così che si aprono le porte di un mondo fantastico, in contrapposizione al realismo storico.
Anche questo immaginario è stato ispirato da sua nonna. Quando lei ha cominciato a perdere lucidità e hanno dovuto mandarla in una casa di riposo le sue storie sono cambiate. “Confondeva la realtà e la fantasia. Raccontava che persone morte erano scese dal cielo per parlarle, o che la sera sarebbe andata alla residenza di caccia”, dice. “Tra una fase e l’altra del delirio, bevevamo insieme cioccolata calda e lei era davvero presente. È questo che ho tentato di ricreare nella mia scrittura: far coesistere la realtà e la fantasia”.
All’inizio Biedermann ha cercato innanzitutto di rispettare il modo di parlare di ogni epoca, modernizzando il suo linguaggio con il procedere delle pagine e quindi degli anni. “Ma non ha funzionato. Joseph Roth viveva nella stessa epoca della vicenda narrata. Io posso solo guardare indietro a quel periodo dalla prospettiva di oggi”.
Durante l’asta per aggiudicarsi I Lázár, nell’estate del 2024, sette case editrici di lingua tedesca si sono contese i diritti di pubblicazione con “cifre che si vedono raramente per un autore così giovane”, racconta il suo agente. Il giorno del suo ventunesimo compleanno ha finalmente firmato con la Rowohlt Berlin.
Dopo la firma del contratto dovevano brindare e Biedermann è andato a comprare dello champagne. Dopo qualche minuto ha chiamato i suoi agenti: qualcuno di loro poteva confermare alla cassiera che era maggiorenne?
Il futuro si preannuncia pieno di promesse. Sapendo che la stesura dei Lázár si è conclusa da un anno e che ha bisogno di scrivere ogni giorno per sentirsi in pace, non avrà già finito un altro libro? Biedermann si limita a sorridere. Mi ringrazia per il tè freddo ed esce dal bar. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati