“Devi farlo”. “Dai retta a me”. “Manda quel curriculum”. “Quella persona non fa per te”. “Trasferisciti in un’altra città”. “Lascia il lavoro”. Frasi come queste si sentono spesso nelle conversazioni tra amici, familiari o colleghi. Succede soprattutto quando il confine tra premura, empatia e controllo è labile.

Alcune persone, a quanto pare, sentono il bisogno costante di dare consigli, anche quando non sono richiesti. Credono di fare qualcosa di buono, ma spesso finiscono per intromettersi nella vita degli altri e, a volte, per rovinare i rapporti. E chi riceve questi consigli non sempre sa come mettere fine a questa invadenza senza sembrare scortese.

Un parere non richiesto può essere recepito come una forma di sfiducia che contiene un messaggio implicito: “Non sai gestire la tua vita, ti spiego io come devi fare”. Questa sensazione può provocare sensi di colpa, diffidenza o perfino distacco, soprattutto quando i consigli arrivano da qualcuno con cui si ha un rapporto profondo.

La tendenza di alcune persone che non riescono a smettere di dare consigli è legata al bisogno di controllo, al desiderio di sentirsi utili o di ottenere una validazione emotiva, ma anche ai codici culturali che giustificano l’invadenza sotto il pretesto del “fare qualcosa per il bene altrui”. Per queste persone dare consigli è una forma di premura, certo, ma può anche essere un modo per ridurre il proprio disagio.

Dalla prospettiva della teoria dell’attaccamento, questo impulso può essere letto come un tentativo di ridurre la propria ansia davanti alla sofferenza di un’altra persona. In molti casi questa ingerenza è guidata da un senso di solidarietà che si rivela disfunzionale. L’intenzione è quella di aiutare, ma i confini dell’interlocutore non vengono rispettati.

L’elemento dannoso non è la raccomandazione in sé, ma il messaggio che veicola quando non è stata richiesta, ovvero “non mi fido della tua capacità decisionale”.

Proiezione emotiva

In molti casi questi consigli nascono dai traumi o dalle paure di chi li dà. Per esempio, un “non mollare il lavoro” può nascondere un’insicurezza personale, mentre un “non chiamarlo” può essere il frutto di un passato segnato dai fallimenti sentimentali. In questo senso i consigli diventano una proiezione emotiva influenzata dall’esperienza individuale. E, com’è ovvio, ciò che va bene per una persona non funziona necessariamente per un’altra.

Le neuroscienze ci ricordano che il cervello fatica a gestire l’incertezza. Quando l’amigdala rileva una mancanza di chiarezza o una minaccia emotiva, innesca la necessità di “fare qualcosa”. È per questo che quando qualcuno condivide con noi un problema, la nostra reazione automatica è quella di offrire soluzioni immediate, anziché ascoltare. D’altronde risolvere un problema è più appagante che stare accanto a qualcuno in difficoltà, cosa che richiede un’abilità quasi del tutto dimenticata nella società moderna: sopportare il dolore altrui.

In una cultura che premia la produttività e l’efficacia immediata, questa forma di empatia è molto penalizzata. Viviamo in un’epoca di consigli continui: tutorial, influencer del benessere, libri di auto-aiuto. Tutti sembrano avere qualcosa da insegnare agli altri: dove mangiare, come dormire, come comportarsi al lavoro, come riprendersi da una delusione amorosa. Questo alimenta la sensazione di doverci sempre sentire meglio di come ci sentiamo, riducendo al contempo lo spazio legittimo per stare semplicemente male senza dover per forza “risolvere il problema”.

Nelle conversazioni tra amici basta la minima difficoltà perché qualcuno dica “dovresti vedere uno psicologo”, una separazione si risolve con “fatti una bevuta” o “il mare è pieno di pesci” e una diagnosi grave suscita l’immancabile “andrà tutto bene, vedrai”. Eppure, spesso, la risposta migliore è molto più semplice: “come stai?” oppure “grazie per avermelo raccontato”.

Restituire fiducia

La psicologia distingue tra il sostegno strumentale, che offre soluzioni pratiche, e il sostegno emotivo, che comporta essere presenti, ascoltare e legittimare i sentimenti dell’altro. Quando c’è una sofferenza emotiva, il secondo tipo di sostegno è quasi sempre il più utile.

I consigli funzionano se chi li riceve li ha chiesti, se possono scongiurare un danno reale o se si parla sulla base della propria esperienza, per esempio se qualcuno ci chiede “come mi preparo per un colloquio?” o “come faccio a riparare il computer?”. In questi casi i consigli pratici hanno senso.

Ma in molte altre situazioni il modo in cui diciamo qualcosa conta quanto il contenuto delle nostre parole. A seconda dei toni e del tempismo, lo stesso consiglio può sembrare una forma di premura oppure un’imposizione. È per questo che sarebbe meglio sostituire i “devi fare così” con domande come “vuoi la mia opinione o preferisci che ti ascolti e basta?”, “di cosa pensi di avere bisogno in questo momento?” o “se può esserti utile, posso dirti cosa ha funzionato per me”. Queste domande restituiscono fiducia e spazio alla persona con cui stiamo parlando, anziché privarla della sua autonomia.

Dare consigli può farci sentire forti, utili e perfino generosi, ma i pareri non richiesti sono spesso controproducenti, forse proprio perché facciamo fatica ad affrontare la sofferenza di un’altra persona senza volerla “risolvere”. Oggi non ci sono abbastanza spazi in cui è permesso sentirsi tristi, in cui chi soffre non finisce per sentirsi isolato.

In realtà, alla fine dei conti, spesso la cosa più utile per sentirsi meglio non è avere una soluzione, ma poter contare su qualcuno che ci sta accanto. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati