A pochi giorni dalle elezioni presidenziali cilene, che si svolgeranno il 19 novembre, cresce il numero degli indecisi. Pochi comunque dubitano che l’ex presidente Sebastián Piñera (che ha governato dal 2010 al 2014) vincerà le elezioni. Se la destra arrivasse al palazzo della Moneda avrebbe la possibilità di aprire un nuovo ciclo politico simile a quello della Concertación, la coalizione di partiti di centrosinistra nata nel 1990 per sconfiggere Augusto Pinochet. Per riuscirci dovrebbe aprirsi al centro e superare il suo settarismo. Una destra rispettosa dei valori democratici e liberali, né plutocratica né aristocratica, sarebbe un passo avanti per la politica nazionale e latinoamericana. E spronerebbe anche la sinistra, ancora convinta di poter giustificare la sua esistenza solo denunciando gli abusi e l’arroganza degli avversari.
Dalla fine della dittatura a oggi in Cile sono morte e nate molte persone, il capitalismo si è consolidato e la struttura sociale figlia del latifondo è sparita. Quindi non c’è più ragione per cui la destra debba incarnare l’autoritarismo e valori reazionari. Per fare questo salto verso la modernità, però, Piñera dovrebbe sedurre la Democrazia cristiana, che continua a disprezzarlo. E prendere le distanze dai suoi sostenitori più recalcitranti, come fece la Concertación quando scelse la strada democratica allontanandosi da chi preferiva la lotta armata.
Anche se parliamo di numeri molto bassi, in Cile questa destra settaria e reazionaria ha ancora un immenso potere economico e gestisce il partito Unión democrática independiente (Udi). Se Piñera non vincerà al primo turno, al ballottaggio avrà bisogno dei voti del candidato José Antonio Kast, difensore della “famiglia militare” e della memoria di Pinochet. In campagna elettorale Kast ha insistito sul fatto che la destra deve abbandonare i suoi complessi nei confronti dei valori della sinistra e del politicamente corretto. “Io credo in cose semplici e ovvie: Dio, la patria, la famiglia, la libertà e la concorrenza”, ha detto in un incontro con i principali imprenditori del paese. Se Piñera dà la priorità ad altri valori dovrà cercare voti altrove, perché non avrà quelli dell’Udi, ha detto la presidente del partito Jacqueline van Rysselberghe.
Crisi d’identità
Un possibile governo Piñera si troverà davanti a un bivio: puntare al sostegno di pochi ma potenti ultraconservatori o a quello di una maggioranza da costruire, con cui plasmare una nuova cultura democratica di destra. Il dilemma si pone alla fine di un ciclo politico virtuoso guidato dal centrosinistra, mentre il paese affronta la più grande ondata migratoria della storia (in maggioranza haitiani) e il conflitto con i nativi mapuche attraversa un momento particolarmente difficile. Gestire i bisogni di una popolazione che chiede rispetto per le diversità dei suoi componenti non è un compito facile per la destra.
Il centrosinistra, invece, vive una profonda crisi d’identità e dovrà ricostruirsi. I suoi rappresentanti gridano e piangono senza indicare una strada convincente. Se i giovani del Frente amplio, eredi del movimento studentesco del 2011, ricorrono a vecchie soluzioni, i partiti della Nueva mayoría (ex Concertación) contano solo sulla fedeltà di chi gli deve il posto di lavoro. La sinistra dovrà trovarsi, calmarsi e mettersi a pensare.
Nel frattempo sarà soprattutto Piñera a muoversi nella politica nazionale. Questo milionario saprà sfruttare il vuoto lasciato dalla sinistra e aprire un ciclo in cui la destra prenderà in mano la bandiera della democrazia, lasciandosi alle spalle una storia di classismo e disprezzo? Per ora sembra difficile. Molte persone sono restie ad abbandonare la logica patriarcale e a considerarsi cittadini come gli altri. La speranza, in ogni caso, è l’ultima a morire. Ma può morire. ◆ fr
Patricio Fernández è un giornalista cileno nato a Santiago nel 1969. Dirige il settimanale The Clinic.
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati