È il modo di presentarsi più famoso della storia del cinema. Tre splendidi monosillabi, prima il cognome, detto con una certa rudezza. Poi, quasi ripensandoci, il nome, seguito di nuovo dal cognome, come se avessimo bisogno di questa precisazione per riconoscere una delle icone più famose del nostro immaginario collettivo. Sean Connery li ha pronunciati per la prima volta con sprezzante freddezza al tavolo da baccarà, in abito da sera e con una sigaretta appesa alle labbra.

La presentazione era una sorta di sfida, o di seduzione, indirizzata ovviamente a un nemico. E l’accento di Edimburgo con una sottile venatura anglicizzata, che sembrava ammorbidire o intorbidire quei monosillabi, ha incoraggiato schiere di comici e cialtroni a pensare di poterlo imitare. All’inizio degli anni sessanta il James Bond di Connery era quanto di più pericoloso e sexy si potesse vedere sullo schermo. E registi come Alfred Hitchcock e Sidney Lumet capirono che la minaccia che Connery portava sullo schermo poteva salire ancora di livello.

Il Bond operaio

Connery è diventato James Bond nel 1962, dopo qualche ruolo minore e un’apparizione nel bizzarro film di Walt Disney Darby O’Gill e il re dei folletti. Trasmettendo esattamente il giusto genere di pericolosa sensualità e propensione quasi sociopatica all’esercizio della violenza disciplinata, nel ruolo di 007 ebbe un successo immediato. L’ex lattaio e culturista era il Bond operaio, emerso dalla gavetta, anche se pare che il regista Terence Young gli avesse insegnato i modi per essere elegante: come vestirsi, come accendere una sigaretta. La potenza muscolare naturale e l’umorismo caustico di Connery perfezionarono l’eleganza e l’eccentricità di Bond. Ian Fleming ne fu colpito a tal punto da inventare delle radici scozzesi per Bond nei libri successivi.

Come per i Beatles, è stato il carismatico Bond di Connery a tenere in vita l’amor proprio britannico nel dopoguerra. Il Regno Unito sembrava avviato a un patetico tramonto sulla scena mondiale? Oh no. Il Regno Unito era ancora potente, ma in segreto, capite, come 007. Il Bond di Connery creò l’idea che la riconoscibilità del marchio fondata sul potere persuasivo, i trucchi e i giocattoli, i gadget e le automobili, poteva essere forte tanto quanto il potere e la ricchezza reali. Connery interpretò questo ruolo in sette film: Licenza di uccidere (1962), Dalla Russia con amore (1963), Missione Goldfinger (1964), Thunderball (1965), Si vive solo due volte (1967), seguiti da due ripensamenti, Una cascata di diamanti (1971), con l’attaccatura dei capelli improvvisamente avanzata dopo anni di arretramento, e Mai dire mai (1983), di fatto una riedizione di Thunderball. La sua immagine pubblica era fusa a quella di 007 e lui accettava questo peso con lo stesso risentimento che ribolliva pericolosamente e la stessa rabbia controllata che lo avevano reso così famoso nel ruolo di Bond. Forse solo Daniel Radcliffe con Harry Potter ha sperimentato la stessa immersione totale e lo stesso annullamento del sé.

Connery passò oltre e fece grandi cose fuori dai servizi segreti di sua maestà, ma ci è voluto un po’. Anche molto tempo dopo aver messo via la sua pistola e aver rinunciato alla sua licenza a doppio zero, ha sempre mantenuto la prerogativa della sensualità.

In Marnie (1964) di Hitchcock, si concentrava sul lato oscuro già emerso nella serie di Bond, che però senza la giustificazione delle missioni per i servizi segreti appariva molto più inquietante. Il suo Mark Rutland è arrogante, possessivo, oltre che uno stupratore. La tetra oscurità di Connery risponde alla stranezza e alle paure della misteriosa Marnie di Tippi Hedren. L’altro grande film del Connery degli anni di Bond è il brutale La collina del disonore (1965) di Sidney Lumet, in cui Connery interpretava un soldato mandato in un campo di prigionia nel deserto libico e costretto, insieme agli altri, a sopportare sadiche punizioni come scalare una “collina” artificiale con addosso l’uniforme completa sotto il sole cocente. Un ruolo che metteva in evidenza il lato più ruvido e duro del giovane Connery, che 007 aveva ammorbidito.

Una cascata di diamanti (Terry O’Neill, Iconic Images/Getty)

Gli anni settanta sono stati pieni di alti e bassi. Ci fu il personaggio del misterioso sterminatore Zed nel film cult di fantascienza Zardoz (1974) di John Boorman: l’immagine di Connery con il perizoma rosso e gli stivali alla coscia ha per decenni messo a dura prova la fede dei fan. E un altro ruolo geniale e brutale in Riflessi in uno specchio scuro, sempre di Lumet (1972): un poliziotto che uccide un sospetto pedofilo nel corso di un interrogatorio.

Oltre 007

In quel periodo Connery lavorò in altri due grandi film. In L’uomo che volle farsi re di John Huston (1975) un epico classico nello stile di David Lean basato su un racconto di Kipling, Connery e Michael Caine interpretano due ex militari britannici opportunisti a caccia di fortuna nel territorio del Kafiristan. In Robin e Marian (1976) di Richard Lester troviamo per la prima volta, complice l’età, un Connery più tranquillo e gentile nel ruolo di un anziano Robin Hood accanto alla Marian di Audrey Hepburn.

Negli anni ottanta Connery attraversò diversi momenti autunnali e autoironici. La sua fiamma sotto la cenere era invecchiata benissimo, trasformandosi in possente maturità – Connery si è visto appioppare infinite analogie con il single malt da schiere di intervistatori, molti anche benintenzionati – e quell’audacia, un tempo temuta, adesso aveva l’aria di autentica mascolinità.

Interpretò Agamennone in I banditi del tempo (1981) di Terry Gilliam e vinse un meritatissimo Oscar come attore non protagonista per Gli intoccabili (1987) di Brian De Palma. Diede sfoggio delle sue doti comiche nel ruolo del professor Henry Jones senior, il padre ipercritico di Indiana Jones nel film Indiana Jones e l’ultima crociata (1989), anche se aveva solo dodici anni in più di Harrison Ford. E ci sono stati altri ruoli in cui Connery si portava sempre dietro il suo status di leggenda, ben distinto da Bond.

Ho incontrato Connery una sola volta nel 1999, al festival di Edimburgo, che patrocinava. A differenza di altri uomini della sua età, sembrava essere diventato più alto con l’età. Ricordo di aver dovuto quasi indietreggiare per guardarlo, anche se probabilmente si trattava di normale soggezione. Mi ha detto seccamente, quasi con aria di sfida: “Ratcatcher di Lynne Ramsay è un gran film”. Io ero d’accordo, ma non sono riuscito a dire o fare niente eccetto che squittire un “sì”. Dopodiché sir Sean si voltò dall’altra parte.

Sono comunque felice di aver detto qualcosa a questa figura leggendaria, e anche di non aver provato a presentarmi a lui in modo formale. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati