I suoi film sono stati acclamati come spietate allegorie dell’apatia del popolo russo alle prese con l’oppressione di stato. Eppure quando Andrej Zvjagintsev ha scoperto che il suo paese aveva invaso l’Ucraina, nel febbraio 2022, anche lui era paralizzato. Letteralmente.

Dopo essersi ammalato di covid-19, il regista infatti era stato ricoverato in una clinica di Hannover, in Germania, dove cercava disperatamente di respirare malgrado avesse i polmoni compromessi al 90 per cento. Per mesi Zvjagintsev non è stato in grado di muovere o anche solo di sentire i suoi arti.

“Quando ho saputo che era scoppiata la guerra ero in quelle condizioni terribili”, ha dichiarato di recente in una delle rare interviste concesse. “Ero davvero sconvolto. Ho provato un dolore e una disperazione enormi”. In totale Zvjagintsev è stato ricoverato per undici mesi in diversi ospedali.

Alla fine, però, si è ripreso. Ha imparato nuovamente a camminare e a reggere un cucchiaio ed è riuscito a incanalare la sua sofferenza verso ciò che sa fare meglio: i film. E così il 19 maggio è tornato in concorso al festival del cinema di Cannes, in Francia, il paese dove ha scelto di andare in esilio. Proprio la manifestazione di Cannes nel 2014 aveva suggellato la sua reputazione come più importante regista russo contemporaneo grazie al film Leviathan, un dramma criminale di grande intensità morale.

Intitolato Minotaur, il nuovo film di Zvjagintsev è un adattamento di Stéphane, una moglie infedele, thriller erotico del 1969 diretto dal francese Claude Chabrol. La versione del regista russo, però, è ambientata in una città di provincia di medie dimensioni e segue la storia di un amministratore delegato (Dmitrij Mazurov) che si prepara a licenziare i suoi dipendenti quando scopre che la moglie Galina (Iris Lebedeva) lo tradisce.

A Cannes Zvjagintsev ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura e quello della giuria, ma mai la Palma d’oro per il miglior film. Neanche quest’anno c’è riuscito, dato che il riconoscimento è andato al romeno Cristian Mungiu per Fjord.

In ogni caso, dopo nove anni di assenza dal mondo del cinema, il ritorno di Zvjagintsev sul tappeto rosso del festival è stato un grande evento. “Molte carriere artistiche sono state spezzate dalla svolta politica imposta alla Russia”, spiega Julian Graffy, professore di letteratura e cinema russo dell’University College London. “Ma Zvjagintsev era il più apprezzato rappresentante della nuova generazione di registi fiorita all’inizio degli anni duemila, dunque la perdita della sua voce è stata particolarmente grave”.

Maschi autoritari

Nato a Novosibirsk, in Siberia, Zvjagintsev ha trascorso gran parte dei suoi primi quarant’anni di vita cercando di sfondare come attore, prima all’interno della troupe teatrale dell’Armata rossa e poi all’Università russa di arti teatrali (Gitis) a Mosca.

Dopo un periodo in cui ha faticato a guadagnarsi da vivere lavorando come comparsa nei film e spazzino, all’inizio del nuovo millennio ha finalmente trovato la sua strada nella regia, dirigendo drammi polizieschi e telenovele per la televisione.

Biografia

1964 Nasce a Novosibirsk, in Siberia.
2003 Esordisce alla regia con Il ritorno, che vince il Leone d’oro a Venezia.
2014 Con Leviathan ottiene una candidatura all’Oscar.
2021 È ricoverato a causa del covid-19 e trascorre undici mesi in ospedale.
2023 Va in esilio in Francia.


Il suo lungometraggio d’esordio, Il ritorno (2003), ha segnato il passaggio a un tono più serio. Nel film un padre vagabondo torna dalla sua famiglia dopo anni di assenza e decide di portare i due figli su un’isola misteriosa tra i laghi del nord, dove li sottopone a una serie di prove di resistenza fisica e psicologica.

Girato con uno stile affascinante, teso e simbolico, senza un messaggio facile da decodificare, il film ha vinto il Leone d’oro al festival del cinema di Venezia, oltre a essere passato alla storia per un dettaglio macabro: uno dei protagonisti adolescenti è annegato poco dopo la fine delle riprese in un incidente che ha ricordato sinistramente la trama del film.

Le figure maschili autoritarie e imprevedibili sono diventate un punto fermo del cinema di Zvjagintsev: in The banish­ment (2007) spicca il marito criminale che imbraccia il suo fucile quando scopre che la moglie è incinta di un altro uomo; in Elena (2011) il milionario che cambia il testamento per punire la compagna quando lei gli chiede di aiutarla finanziariamente a mantenere un figlio avuto da un precedente matrimonio; in Loveless (2017) l’amministratore delegato profondamente religioso che considera il divorzio come una violazione della politica aziendale, terrorizzando il protagonista Boris (in attesa di separarsi) e spingendo gli altri dipendenti ad assumere delle donne per recitare il ruolo di mogli e mantenere le apparenze.

Il disfattismo con cui i personaggi di Zvjagintsev accettano queste ingiustizie è spesso intollerabile, anche se i pochi che si ribellano (come Nikolaj in Leviathan) vanno incontro a una fine tragica. “Mi sembra assolutamente inutile fingere di avere il diritto di esprimere la propria opinione”, aveva dichiarato il regista al Guardian nel 2014. “Non ho mai votato in vita mia, perché sono certo che nel nostro sistema sia un gesto senza senso”.

Per rifiutarsi di riconoscere che questi film sono feroci atti d’accusa contro la società russa dell’epoca di Putin bisogna essere ciechi oppure sarcastici. Zvjagintsev ama il sarcasmo, come ha dimostrato dichiarando che Leviathan era stato ispirato da una storia vera avvenuta negli Stati Uniti o garantendo che il suo obiettivo non era affatto quello di “parlare del potere”. Poi, però, nell’ufficio del sindaco corrotto campeggia il ritratto di Putin, e una coppia di genitori crudeli picchia i figli mentre guarda in tv le notizie sulla guerra nel Donbass.

Le autorità russe si sono accorte in ritardo di questo stratagemma che non dice le cose apertamente ma fa parlare le immagini.

Nonostante il ministero della cultura di Mosca avesse finanziato Leviathan al 35 per cento, in seguito il ministro Vladimir Medinskij ha dichiarato di non aver apprezzato il film e ha accusato il regista di essere interessato solo “alla fama, al tappeto rosso e alle statuette”.

Quando un giornalista di Le Monde gli ha chiesto se il ministero avesse intenzione di finanziare altri film di Zvjagintsev, Medinskij ha risposto in modo sibillino. “Tutti i fiori possono crescere, ma noi innaffiamo solo quelli che ci piacciono”. Il ministro, un ultranazionalista laureato in storia, è attualmente a capo della delegazione russa che partecipa al negoziato di pace con l’Ucraina.

Zvjagintsev, nel frattempo, ha tagliato ogni legame commerciale con la sua patria. Oggi racconta di aver deciso di non tornare in Russia durante la sua convalescenza in Germania: “Non volevo essere associato con quello che aveva fatto il mio paese”.

M inotaur, come già Loveless, è stato realizzato senza il sostegno dello stato. Inoltre è il primo degli ultimi cinque film di Zvjagintsev a non essere stato scritto dallo sceneggiatore Oleg Negin, ex collaboratore di Zvjagintsev rimasto a vivere in Russia.

In ogni caso lo sguardo morale del regista resta fissato nella giusta direzione. Anche se è stato girato a Riga, in Lettonia, Minotaur è ambientato nell’immaginaria città russa di Krasnoborsk nel 2022, l’anno in cui è cominciata l’invasione dell’Ucraina ordinata da Putin. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati