“Niente foto mentre padre Zanotelli maneggia un telefonino”, dice un collega del religioso. “Lui non ne possiede uno, perché vengono prodotti sfruttando il lavoro minorile in Congo, ma ora sta usando il telefonino perché dobbiamo chiamare i vescovi per mobilitarli contro la politica sull’immigrazione del ministro Salvini”.
Padre Alex Zanotelli è un simbolo nel rione Sanità, a Napoli, quartiere popolare in cui i bambini calciano il pallone contro il muro della chiesa e i ragazzi se ne stanno seduti sugli scooter con aria impettita. Oggi il missionario è attivo sul terreno dell’immigrazione come lo era nel 2011 nel comitato per l’acqua pubblica di Napoli.
“L’acqua è il nuovo petrolio e le multinazionali vogliono appropriarsene”, afferma nella sua stanza in fondo alla chiesa con le pareti tappezzate di poster ambientalisti. “Nella sua enciclica _ Laudato si’_, papa Francesco ha usato per la prima volta delle parole cruciali nella dottrina cattolica: l’acqua è diritto alla vita. Per poterla considerare un diritto e non una merce di scambio deve rimanere nelle mani della comunità”.
Alle pareti dell’ufficio di Alberto Lucarelli, nell’Università di Napoli, sono appesi i programmi di tutte le conferenze sulla gestione dell’acqua che ha organizzato. Il professore di diritto costituzionale è un punto di riferimento in materia di beni comuni.
Tredici anni fa un attivista ed ex studente di Lucarelli aiutava padre Zanotelli a raccogliere le firme dei napoletani a favore di una legge di iniziativa popolare per togliere ai privati le aziende idriche locali. Le firme depositate in parlamento furono quattrocentomila. Oggi quell’attivista, Roberto Fico, è il presidente della camera dei deputati e si è impegnato a far approvare entro la fine della legislatura una legge per far tornare la gestione dell’acqua nelle mani delle amministrazioni pubbliche italiane. Sarebbe il punto di arrivo di un lungo percorso.
“Nei primi anni duemila il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, avviò un programma di privatizzazione dei servizi pubblici locali”, spiega Lucarelli. “Multinazionali come la francese Veolia massimizzarono i guadagni investendo poco o niente nell’ammodernamento delle reti idriche. E questo portò alla nascita dei comitati cittadini che si riunirono nel Forum italiano dei movimenti per l’acqua”. Lucarelli – da componente della commissione Rodotà, istituita durante il governo Prodi per cambiare le norme del codice civile in materia di beni pubblici – è stato il primo a dare rilevanza al concetto di “beni comuni” nel codice civile. “I beni comuni come l’acqua non possono essere acquistati da un privato. Si ha il diritto di riceverli dalla comunità alla quale si appartiene e il dovere di usarli senza danneggiare gli altri”. Nel 2008, però, il quarto governo Berlusconi approvò una legge che obbligava gli enti locali a cedere ad aziende private “la gestione dei servizi pubblici di interesse economico”. Secondo il governo, era una misura necessaria per stabilizzare il bilancio.
Il Forum dei movimenti per l’acqua decise di raccogliere le firme per un referendum contro la privatizzazione delle risorse idriche. Il progetto era ambizioso perché gli ostacoli da superare erano tanti: per prima cosa bisognava raccogliere almeno mezzo milione di firme, poi i quesiti da sottoporre a referendum dovevano essere approvati dalla corte costituzionale, e infine doveva votare almeno il 50 per cento degli elettori. Furono raccolte due milioni di firme, la corte costituzionale diede il via libera e il referendum si tenne il 12 e il 13 giugno 2011. L’affluenza raggiunse il 56 per cento.
“Era dal 1995 che l’affluenza a un referendum non superava il cinquanta per cento”, dice padre Zanotelli. “E il 95 per cento dei 27 milioni di votanti votò per l’abrogazione dell’obbligo di privatizzazione. Fu incredibile”.
Il movimento per l’acqua andava al di là delle differenze tra partiti e gruppi sociali. “Per festeggiare la vittoria andai in piazza con delle bottiglie di vino, altri andarono in chiesa a ringraziare Dio”, racconta con una risata Cesare Di Transo, attivista di sinistra. Fu un segnale contro il sistema in anticipo sui tempi, ma i partiti tradizionali insistettero sulla via della privatizzazione.
Matteo Renzi, futuro segretario del Partito democratico (Pd), all’epoca era sindaco di Firenze, la città d’Italia dove l’acqua era più cara. Una famiglia fiorentina spendeva in media 563 euro all’anno. In Toscana la privatizzazione è progredita più che altrove e in dieci anni il costo dell’acqua è raddoppiato. Solo Napoli ascoltò il segnale arrivato dalle urne, e lo fece subito. “Quelle immagini non le dimenticherò mai”, dice Lucarelli. “L’esito del referendum fu una grande gioia, e meno di dieci giorni prima c’era stata l’elezione inaspettata di Luigi De Magistris a sindaco di Napoli”. Da magistrato De Magistris era noto per le sue indagini sui legami tra politica e mafia. Alle elezioni europee del 2009 fu il quarto candidato italiano per numero di preferenze. A Napoli, da outsider, ottenne il 65 per cento dei voti: un primo indizio del fatto che l’era di Berlusconi era alla fine, come quella del centrosinistra.
De Magistris mise Lucarelli a capo del nuovo assessorato ai beni comuni, il primo in Italia. Di lì ad appena due settimane, e solo tre giorni dopo il referendum, Lucarelli aveva già deciso di convertire l’azienda idrica locale da società per azioni a società pubblica: Acqua bene comune Napoli (Abc). Napoli seguiva così le orme di Parigi, che un anno e mezzo prima aveva tolto alla Veolia la gestione dell’approvvigionamento idrico. La tariffa applicata dalla Veolia superava del 25 per cento i costi reali, e l’anno seguente la nuova azienda pubblica Eau de Paris riuscì a risparmiare 35 milioni di euro, facendo anche abbassare le tariffe dell’8 per cento. “La differenza è che oggi noi possiamo applicare le tariffe più basse consentite, mentre un’azienda privata deve applicare le più alte, perché deve guadagnare. Le bollette di Napoli sono tra le più basse d’Italia”, spiega Mauro De Pascale, che da vent’anni lavora per l’azienda idrica di Napoli, come il padre, il nonno e il bisnonno prima di lui. “La gestione dei beni pubblici richiede anche un cambiamento culturale: i cittadini devono poter partecipare attivamente alla loro gestione. Non sono solo utenti dell’acqua, ma ne sono anche responsabili. La partecipazione comincia dalla conoscenza e dalla coscienza delle nuove generazioni”, dice De Pascale mentre visitiamo la più grande centrale idrica di Napoli.
Venticinque anni dopo le prime privatizzazioni, la metà degli interventi di manutenzione necessari non è stata ancora eseguita
De Pascale aveva elaborato un modello che prevedeva la creazione di un comitato di supervisione composto da venti persone: lavoratori dell’azienda, politici, attivisti e cittadini. Così, però, si rallentava il processo decisionale. Inoltre per amministrare occorre una conoscenza tecnica della contabilità e dei bilanci. Su questo punto è nata una disputa tra De Magistris e Lucarelli. “Il sindaco aveva l’opportunità di trasformare Napoli in un laboratorio per la democrazia partecipativa”, sostiene Lucarelli. Ma l’onda della partecipazione si era ormai esaurita e, se non viene organizzata, la democrazia partecipativa si spegne. “Presto comunque formerò un nuovo consiglio cittadino con funzione consultiva”, dice Sergio D’Angelo, commissario straordinario della Abc Napoli. Intanto il sindaco De Magistris ha lasciato il suo vecchio partito, l’Italia dei valori, e si è costruito un seguito tra i movimenti di estrema sinistra di Napoli. Ha incontrato comitati cittadini di ogni genere. Le associazioni di Scampia, dov’è ambientata la serie tv Gomorra, hanno partecipato alla stesura di un nuovo piano di sviluppo per il quartiere.
Senza profitti
Negli uffici del comune di Torino il Partito democratico, attualmente all’opposizione, occupa stanze imponenti arredate con mobili di pregio, mentre gli uffici del Movimento 5 stelle, che governa il comune, sono più spartani. È un segno del fatto che il Pd ha amministrato Torino per quindici anni. Nel 2016 i cinquestelle hanno ottenuto la maggioranza in consiglio comunale e Chiara Appendino è diventata sindaca della città.
Enzo Lavolta, ex assessore all’ambiente del Pd, contesta l’idea che per rispettare l’esito del referendum le aziende idriche vadano necessariamente trasformate in società pubbliche. “Anch’io ho votato contro la privatizzazione”, dice. “E ho dato seguito al risultato referendario. Ho fatto in modo che per procedere alla privatizzazione occorra il parere favorevole del 90 per cento degli azionisti, cioè i 292 comuni dell’area intorno a Torino. Prima bastava il 75 per cento. E non si può più distribuire l’80 per cento degli utili tra gli azionisti: quel denaro deve essere investito dall’azienda nel miglioramento delle infrastrutture idriche. I comuni devono destinare all’ambiente anche il restante 20 per cento. Sono investimenti per la comunità, non guadagni per i privati”.
L’azienda idrica pubblica di Torino nel 2017 ha chiuso il bilancio con sessanta milioni di utili, al primo posto tra le aziende idriche italiane: risorse che i comuni possono impiegare per dare forma a una politica ambientale. Secondo Lavolta “non esiste un modello valido per tutti i comuni. Cosa succederebbe se l’azienda si trovasse in difficoltà finanziarie? In casi simili i capitali privati possono rivelarsi necessari”.
A preoccupare il comitato per l’acqua di Torino e il presidente della camera Fico è il fatto che, se il comune ha bisogno di più risorse, può rimandare gli investimenti nelle infrastrutture idriche per ridurre le spese e aumentare le entrate. Il comitato ha perciò accolto con soddisfazione la delibera con cui, nell’ottobre del 2017, il nuovo consiglio comunale ha deciso di trasformare l’azienda idrica locale in una società pubblica che non può realizzare profitti.
Quasi un anno dopo Mariangela Rosolen stappa una bottiglia di champagne durante una riunione del comitato per l’acqua di Torino: non per festeggiare la delibera (l’approvazione sul piano di fattibilità è stata posticipata per l’ennesima volta a settembre), ma i suoi 81 anni. Rosolen è un monumento a Torino. In passato è stata senatrice del Partito comunista ed è una degli attivisti più preparati del movimento italiano per l’acqua. È stata lei a scrivere il testo della delibera, che la sindaca Appendino non ha cambiato nemmeno di una virgola.
Una sfida enorme
Anche il programma del Movimento 5 stelle per le elezioni legislative del marzo 2018 sembra tratto dal manifesto di un comitato cittadino, perché propone di difendere il servizio idrico come servizio di interesse generale contro la gestione privata proposta dai precedenti governi. Gli investimenti devono essere posti sotto il controllo della comunità. La gestione del servizio idrico deve essere affidata a enti di diritto pubblico, perché le società per azioni hanno come missione realizzare profitti da ridistribuire tra gli azionisti, e questo è in antitesi con l’esito del referendum del 2011.
Oggi il tema dell’acqua pubblica è in cima all’accordo programmatico tra Movimento 5 stelle e Lega. Cinque governi dopo il referendum si è finalmente aperta la strada per una rivoluzione idrica in tutta Italia? Sembra di no. Sul sito del Forum dei movimenti per l’acqua compaiono i simboli sbarrati dei due partiti di maggioranza, e accanto la scritta “governo contro l’acqua pubblica”. Nel comunicato si legge: “È gravissimo che si provi a ridimensionare l’esito referendario alla sola esigenza di implementare gli investimenti per la ristrutturazione e sanificazione della rete idrica, tra l’altro senza specificare chi dovrebbe fare tali investimenti(…). Non si prende in considerazione la necessità di mettere in campo una modifica radicale della normativa in materia di servizi pubblici locali”.
La sfida è enorme. In media il 37 per cento dell’acqua viene sprecato a causa delle infrastrutture carenti. In Calabria, Lazio e Basilicata la percentuale di spreco raggiunge il 60 per cento. L’Italia è tra i paesi europei dove si spreca più acqua. Dopo venticinque anni dalle prime privatizzazioni, la metà degli interventi di manutenzione necessari non è stata ancora eseguita. Quelli più urgenti costerebbero oltre venticinque miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Il programma del Movimento 5 stelle propone un fondo di cinquecento milioni di euro, perché “solo l’intervento pubblico è in grado di cimentarsi con tale questione”. Questo fondo però non compare nell’accordo di governo. “La nuova legge deve tracciare un quadro che sostenga la scelta a favore della deprivatizzazione”, afferma D’Angelo, il commissario straordinario della Abc Napoli. “In assenza di un fondo nazionale, un’azienda pubblica non può fornire servizi di qualità sufficiente a costi accessibili. Per esempio, chi deve pagare per l’ammodernamento degli acquedotti? I cittadini attraverso le bollette o lo stato con le risorse del bilancio generale? Si fa presto a dire che l’acqua è un bene pubblico, ma bisogna anche tradurre questa frase in realtà”.
Un fondo servirebbe anche ad aiutare gli enti locali a pagare le penali imposte dalle aziende private. “Sono stato a Latina, dove il sindaco ha sciolto il contratto con la Veolia. Potrebbero avere bisogno di assistenza legale”, dice Lucarelli. Veolia, infatti, ha costretto il comune di Indianapolis, negli Stati Uniti, a pagare una penale di 29 milioni di dollari per aver sciolto il contratto con dieci anni di anticipo.
“Acqua Pubblica è la nostra prima stella. Ora possiamo esultare perché Torino ha raggiunto un risultato importante grazie alla determinazione di Chiara”. Così si legge sul sito del Movimento 5 stelle. È strano, perciò, che la sindaca Appendino ci abbia negato un’intervista su questo argomento. Ha mandato avanti Daniela Albano, ambientalista e consigliera comunale. Albano va tutti i giorni in comune in bicicletta, ha parlato a conferenze a Bruxelles citando Torino come un modello per gli altri e partecipava regolarmente alle riunioni del comitato per l’acqua di Mariangela Rosolen.
Per un po’ è sembrato che grazie al Movimento 5 stelle i cittadini e gli attivisti avessero ottenuto più voce in capitolo, ma la realtà dei fatti è leggermente diversa. Torino è la città con il più alto debito d’Italia, un debito contratto anche a seguito delle Olimpiadi invernali del 2006. “Proprio quando abbiamo approvato la delibera, Standard & Poor’s e Fitch hanno abbassato il nostro rating, cioè la sua fiducia nella nostra capacità di saldare i debiti”, dice Albano. In questo modo le banche possono intromettersi nelle decisioni politiche su quale debba essere lo status giuridico del gestore di un servizio pubblico. Sorprendentemente, l’amministrazione comunale vuole riportare le olimpiadi a Torino. Dovunque in città si vedono graffiti con la scritta: “Olimpiadi e Appendino? Vero degrado di Torino”. Nell’ufficio di Albano c’è ancora del materiale della campagna elettorale di Appendino, ma sembra che la consigliera stia perdendo lentamente fiducia nella sua sindaca. Ora Albano siede dal lato della scrivania in cui si prendono le decisioni. “È più difficile”, dice. “Devo fare pressione, come quando ero un semplice attivista, ma non so su chi. Sulle banche? Sui mercati finanziari? Sono interlocutori invisibili. Come faccio a lottare contro un rating abbassato? È un problema per la democrazia. Neanche un politico eletto sa come muoversi”. Naturalmente gli utili dell’azienda idrica torinese sono interessanti per un comune indebitato. E non solo Torino, ma l’Italia intera è nella morsa dei debiti. All’ingresso del comune di Napoli è esposto uno striscione rosso con la scritta “no al debito ingiusto”.
Privatizzazioni incentivate
Negli anni ottanta il debito pubblico italiano è cresciuto a dismisura. Oggi a causa della crisi è salito oltre il 130 per cento del pil ed è il terzo debito pubblico più alto del mondo. Il patto di stabilità e crescita dell’Unione europea, che per stabilizzare l’euro richiama all’ordine gli stati con gravi problemi di debito e di disavanzo pubblico, ammette un tetto massimo del 60 per cento. Ogni anno l’Italia è tenuta a ridurre di un ventesimo il debito che eccede questo limite.
“I tagli si riversano sugli enti locali”, spiega Nicola Malpede, che da 42 anni lavora al comune di Napoli. “Riceviamo sempre meno risorse dallo stato per offrire servizi ai cittadini. In questo modo si mina la fiducia degli elettori nella democrazia italiana”.
Il margine per le spese è a dir poco limitato e le privatizzazioni sono incentivate. Nei prossimi anni si capirà se “il governo del cambiamento” sarà in grado di raggiungere i risultati promessi, anche aggirando i limiti di bilancio imposti dall’Unione europea. Se non ci riuscirà, sarà soprattutto il Movimento 5 stelle a mostrare la sua incapacità su due punti essenziali del suo programma: l’acqua pubblica e la democrazia diretta.
“Anche a Napoli la lotta prosegue. Questa città è un’isola in un mare di privatizzazioni”, dice padre Zanotelli. “Nei comuni intorno al Vesuvio l’acqua è gestita dall’azienda privata Acea. Lì i cittadini pagano bollette molto più care di quelle dei napoletani. Inoltre si è investito pochissimo nella purificazione dell’acqua, e c’è da preoccuparsi se si considera che il fiume Sarno è uno dei più inquinati d’Europa. Di recente abbiamo incontrato il direttore dell’Acea. Quando gli abbiamo detto che ci saremmo rivolti al sindaco, lui ci ha risposto che il comune di Napoli non poteva imporgli nulla. L’Acea sta cercando di costruire l’acquedotto del Mezzogiorno per tutto il sud d’Italia, per poi gestirlo. Noi vogliamo che l’Abc Napoli raggiunga anche i comuni circostanti. È una corsa per la terra e per l’acqua”.
Quando era un giovane attivista Roberto Fico ha raccolto firme per la democrazia diretta e la deprivatizzazione dell’acqua insieme a padre Zanotelli. Resta da vedere se da presidente della camera continuerà a sostenere questa battaglia. Il 30 luglio ha invitato padre Zanotelli in parlamento per un’audizione sul tema dell’acqua pubblica, ma ci vorrà altro per vincere la lotta contro le privatizzazioni. Forse il Forum dei movimenti per l’acqua è meno militante rispetto ai tempi del referendum, ma il fuoco non si è ancora spento. I veterani Zanotelli, Lucarelli e Rosolen non hanno perso un briciolo della loro combattività: i cinquestelle sono avvisati. ◆sm
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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati