Uno dei Golia dei nostri tempi, la Russia di Vladimir Putin, sembra aver trovato un Davide in grado di fermarlo, l’Ucraina. La caduta del colosso potrebbe passare per i distributori della benzina, dove da giorni i russi formano lunghe file perché le principali raffinerie del paese sono state colpite duramente dai droni fabbricati da Kiev facendo leva sulla propria intelligenza e anche sui mezzi forniti dall’occidente, in particolare dall’Unione europea (occidente, ormai, è una nozione praticamente rinnegata dagli Stati Uniti di Donald Trump, convinti che la forza e non il diritto muovano il mondo).
Non siamo davanti all’effetto di attacchi isolati i cui danni sono riparati in pochi giorni. Dall’inizio del 2026 le incursioni ucraine sono diventate sistematiche e hanno messo in ginocchio almeno otto delle dieci principali raffinerie di petrolio della Russia. L’ultima in ordine di tempo è quella di Omsk, che si trova in Siberia, molto lontano dal confine con l’Ucraina (circa 2.700 chilometri). L’impianto è in grado di lavorare, a regime, 460mila barili di greggio al giorno.
Le difficoltà non riguardano alcune regioni isolate del paese, ma anche le due principali città, Mosca e San Pietroburgo, dove la situazione è critica. Gli abitanti cominciano a vedere le conseguenze della guerra di Putin in forma di grandi incendi, nubi tossiche e soprattutto di un’improvvisa carenza di carburante al distributore.
Important Stories, un sito d’informazione russo indipendente, racconta la situazione a Mosca. Il Cremlino ormai sa bene che è impossibile rifornire adeguatamente l’intera area metropolitana della capitale: “Foto e video di code alle stazioni di rifornimento di Mosca compaiono quotidianamente e le principali catene di distributori stanno imponendo limiti alla quantità di carburante venduta”.
L’economista Sergey Aleksashenko, ex vicepresidente della banca centrale, ha dichiarato che “Mosca non può restare senza benzina. Posti periferici come Samara e Mordovia possono essere lasciati indietro. Quando la benzina finirà a Mosca, diranno di portare nella capitale tutto quello che c’è”.
Produzione in calo
La capitale russa è rifornita da ben quattro raffinerie: Kapotnya (gestita dalla Gazpromneft), Ryazan (Rosneft), Nížnij Nóvgorod (Lukoil) e Yaroslа́vl (una joint venture tra la Gazpromneft e la Rosneft). Kapotnya da sola copre il 35-40 per cento del fabbisogno. Tutti questi impianti sono stati danneggiati pesantemente: Kapotnya resterà ferma almeno fino alla fine del 2026 in seguito agli attacchi del 16 e del 18 giugno; Ryazan è fuori servizio dal 15 giugno; Nížnij Nóvgorod ha interrotto le operazioni dopo un attacco del 24 giugno ed è stata nuovamente colpita dai droni nella notte del 2 luglio; Yaroslа́vl è ancora operativa, ma molto probabilmente non a pieno regime.
I droni di Kiev hanno preso di mira anche stazioni di pompaggio e carico del carburante. Alla stazione di Solnečnogorsk è scoppiato un vasto incendio che ha distrutto almeno quattro serbatoi. Secondo gli esperti la situazione potrebbe precipitare ulteriormente se venissero distrutti i depositi di Volodarsk e Pavelets e soprattutto se gli attacchi indebolissero ancora di più la già malandata infrastruttura ferroviaria usata per far circolare la benzina.
Già adesso, stando ad alcune stime, la produzione di carburante in Russia è diminuita del 25 per cento rispetto a un anno fa. La situazione ha spinto lo stesso Putin ad ammettere il problema e ad annunciare il rilascio di 1,7 milioni di tonnellate di riserve di carburante. L’8 luglio, inoltre, il Cremlino ha vietato le esportazioni di diesel. L’aspetto più paradossale per un grande paese produttore di greggio è che il Cremlino sta negoziando l’importazione di prodotti raffinati dall’estero, in particolare dal Kazakistan e dall’India.
Difficilmente le autorità riusciranno a fermare la crisi a Mosca e nel resto del paese, ma più per incompetenza e spregiudicatezza che per le minacce esterne. Lo sostiene l’ex oligarca Michail Chodorkovskij, uno dei più noti dissidenti russi e – cosa non meno importante – grande esperto della materia, visto che per anni ha guidato il colosso petrolifero Jukos (poi assorbito dall’azienda di stato Rosneft dopo che il suo capo è caduto in disgrazia presso la corte di Putin).
Chodorkovskij spiega che i veri nodi della crisi sono la logistica e le decisioni dei vertici. Putin aveva due opzioni per affrontare il problema. Il primo era puntare sui meccanismi di mercato, lasciando che i prezzi si adeguassero alla domanda e all’offerta: i rincari, in sostanza, avrebbero abbattuto la domanda e indirizzato il carburante nelle zone più importanti. Ma Putin non poteva permettersi una scelta così impopolare.
L’alternativa era la logistica: le autorità potevano aiutare le compagnie petrolifere a usare le linee ferroviarie per spostare la materia prima dove ce n’è più bisogno. Ma purtroppo, nota Chodorkovskij, in Russia nessuno è più in grado di fare certe cose: oggi sono pochissimi i tecnici capaci di gestire operazioni simili; alcuni sono fuggiti, altri sono dispersi e altri ancora semplicemente rifiutano di occuparsi della questione.
Il Cremlino ha scelto così una terza via: ha autorizzato la produzione di carburante Euro-2, una variante di bassa qualità con maggiore contenuto di zolfo che prevede processi meno elaborati e minore consumo di energia. L’Euro-2 è vietato in Europa e anche in Russia dal 2013 e oggi potrebbe creare seri danni ai motori dei veicoli più moderni. Eventualità che Putin ritiene tutto sommato accettabile.
Ma se gli attacchi ucraini continuano con successo, neanche questo trucco servirà, soprattutto perché è in arrivo la stagione dei raccolti, durante la quale si scoprirà che gli automobilisti sono solo una parte del problema: le attività nelle sterminate campagne russe, infatti, richiedono un’enorme quantità di diesel.
A quel punto la crisi potrebbe aggravarsi, indebolendo ulteriormente un’economia già messa a dura prova da più di quattro anni di guerra. In questi giorni, infine, non ha fatto certo felice Putin la notizia che i prezzi del greggio sono tornati ai livelli precedenti alla guerra degli Sati Uniti e di Israele contro l’Iran: il prezzo del petrolio russo si aggira sui 41 dollari al barile, meno della metà rispetto ad aprile.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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